Il nuovo movimento sociale israeliano si interesserà dell’occupazione?

 

20 ottobre 2011

 

Di Haggai Matar

e David Zlutnick

 

Nei mesi passati c’è stata un’enorme ondata di proteste continue che ha colpito Israele. Sono le più grandi nella storia del paese e si sono focalizzate   sulle riforme sociali, cioè sul costo della vita e sulla mancanza di alloggi alla portata di tutti. Il movimento è stato soprannominato J14 dalla data della prima protesta, il 14 luglio, quando otto Israeliani hanno cominciato ad accamparsi nel centro di Tel Aviv. Gli accampamenti di tende sono diventati sempre più grandi, e comprendono enormi porzioni della città e si diffondono in tutto il paese. Dimostrazioni di centinaia di migliaia di persone si sono svolte nelle strade per richiedere una vasta riforma sociale. Il mese scorso le proteste sono diminuite, ma comunque continuano come anche le richieste del movimento e anche di più, quello che molti chiamano una società civile israeliana che si è da poco risvegliata.  Quello che generalmente è mancato tra i problemi sollevati dai dimostranti è stato il rapporto tra lo stato di Israele, i militari e l’attuale occupazione della terra palestinese.

 

Haggai Matar è un giornalista israeliano e un militante politico che si occupa soprattutto della lotta contro l’occupazione. Attualmente lavora a Zman Tel Aviv, il supplemento locale del quotidiano  Maariv e per il  sito web ebraico e indipendente MySay. In questa intervista, David Zlutnick parla con Matar per sentire che cosa ne pensa del J14, dal punto di vista di un attivista contrario all’occupazione.  In quanto partecipante alle dimostrazioni, gli si chiede di commentare il loro rapporto con il conflitto israelo-plaestinese in corso, come gli israeliani contrari  all’occupazione e i militanti di sinistra stanno comunicando con il J14 e come questa dinamica  si sta sviluppando internamente.

 

David Zlutnick : per cominciare, mi piacerebbe parlare del contesto socio-economico nel quale il movimento J14 è sorto. La cosa interessante del caso di Israele è che, sulla carta, l’economia è in forte crescita. La distribuzione della ricchezza, però, è estremamente diseguale e sempre più consolidata, con circa il 20% della popolazione al di sotto della soglia di povertà. La disoccupazione è estremamente bassa- meno del 6%, però anche i salari sono estremamente bassi.  C’è stato un enorme spostamento rispetto dal Sionismo socialista di tipo  social democratico sul quale è stato fondato lo stato. Vorrebbe comunicarmi che cosa pensa del modo in cui i giovani israeliani si trovano ora in questa situazione economica precaria in un’epoca di prosperità a livello macro?

 

 

HM: Penso che lei abbia descritto molto bene la situazione nella quale ci troviamo. Come dice, la disoccupazione è estremamente ridotta. Il 25% dei lavoratori, tuttavia, guadagna il salario minimo (circa 1200 $ US al mese) e tuttavia un altro 25%  guadagna una cifra molto prossima a quella. Nel frattempo il costo della vita arrivando alle stelle, poiché i  prezzi stanno aumentando sempre di più e un numero crescente di servizi viene privatizzato, portando una grandissima parte della popolazione in una posizione tale che devono scegliere tra pagare le bollette e comprare le medicine, tra una buona istruzione per i loro figli e vestiario sufficiente. Allo stesso tempo, le imposte indirette sono relativamente alte. Come qualcuno ha detto di recente, mentre gli Americani pagano poche tasse e ricevono pochi servizi dallo stato e mentre in Europa si pagano tasse alte e si hanno molti servizi, in Israele si pagano tasse alte e si riceve molto poco.

 

Questo ha avuto un effetto terribile sulle classi basse ormai da lungo tempo. In questa ondata attuale di proteste quello che si vede è che questa ha raggiunto anche le classi medie, specialmente la generazione più giovane. Mentre i nostri genitori quando avevano 30 anni, per esempio, potevano essere facilmente indipendenti economicamente e sostenere una famiglia con quello che guadagnavano, i giovani di oggi contano molto che i loro genitori li aiutino  a pagare l’affitto e le tasse universitarie, anche quando sono laureati e hanno un buon lavoro. Diventare genitori per molte persone della mia età sembra una cosa che non possono permettersi.

 

Questa in realtà è una crisi del capitalismo molto classica: nel tentativo costante di diventare più redditizi, le imprese si assicurano che i ricchi paghino meno tasse, che lo stato fornisca meno servizi, che i salari rimangano al livello più basso possibile, con una minima aggiunta per i diritti dei lavoratori e i sindacati – ma che  i prezzi salgano. La collisione è inevitabile.

 

DZ : le proteste hanno sviluppato una schiacciante critica della politica economica neoliberale che viene incolpata della nascita di questa crisi. Quale è il suo punto di vista sull’argomento e quale è la storia della fondazione di questa ideologia nella società israeliana?

 

HM: in breve: l’economia neoliberale è più o meno la base di ciò che ho appena descritto. E’ stata  inaugurata  dal partito Likud agli inizi degli anni ’80 (lo stesso periodo della Thatcher e di Reagan) e il partito dei lavoratori ha continuato a usarla facendo della privatizzazione e di altre politiche neoliberali il tema principale di quasi tutti i grossi partiti tradizionali.

 

DZ: in quanto militante contro l’occupazione, lei considera il militarismo e l’occupazione collegate all’attuale situazione?

 

HM: no, davvero. Non direttamente, comunque. Penso che qualsiasi economia, mon soltanto quella che è costruita attorno a un’industria militare come la nostra, poteva soffrire in condizioni esattamente analoghe a queste. Il collegamento indiretto in questo caso è che il militarismo e l’occupazione fanno sì che il discorso politico in Israele sia focalizzato soltanto sul “conflitto”. Altri problemi, come i diritti civili fondamentali, sono quindi messi da parte e questa estate è stata la prima volta che si sono costretti a fare della politica tradizionale un argomento centrale – non meno importante dell’occupazione. Questo ha anche portato il popolo a farsi delle domande  sul  bilancio per la sicurezza che è stato aumentato, argomento che  prima era una specie di tabù, sebbene io pensi che le risposte ai nostri problemi si troveranno semplicemente tagliando le spese militari – per quanto possano essere benedette.

 

DZ: continuando con le sue considerazioni, molti militanti israeliani con i quali ho parlato in passato – compreso lei, – hanno detto che la cultura del militarismo e la subordinazione in Israele ha creato una società che in generale  è stata indifferente per quanto riguarda le richieste di cambiamenti sociali.  Pensa che questo si possa ancora dire? Il movimento J14 ha messo in discussione  alcune delle sue precedenti percezioni della società israeliana? Che cosa pensa che abbia fatto sì che la gente abbia  preso una posizione in questa misura?

 

HM: sì, la società israeliana è stata MOLTO indifferente  fino al J14. In quel senso, nel modo in cui la vedo, il J14 ha messo in discussione le mie precedenti opinioni sulla società come era prima, ha messo in discussione e ha cambiato la società stessa.

 

Penso che l’insieme di un lungo periodo di relativa assenza di violenza nel “conflitto” con un deterioramento materiale dello stato delle classi medie – comprese le persone impiegate nei mezzi di informazione che hanno subito appoggiato la protesta a causa della loro stessa condizione di bisogno, oltre ad altri motivi – più un disagio sentito a causa di  recenti leggi dell’estrema destra sono stati in parte responsabili di questa evoluzione dei fatti.

 

DZ:  Ci sono stati  di recente molti sviluppi legali angoscianti in Israele, sia per quanto riguarda il suo rapporto con la popolazione palestinese, di cui parleremo meglio fra poco, e anche semplicemente da un punto di vista liberal democratico. Molti critici hanno detto che il si è allontanato bruscamente dalla democrazia. Si nomina mai la democrazia nelle attuali lotte sociali? E se sì, come vengono collegati gli argomenti di democrazia e giustizia sociale?

 

DZ: non in modo diretto. C’è un forte tentativo di staccare il J14 dalle “vecchie” divisioni politiche e parlare della democrazia e contro queste leggi – che avevano e hanno come obiettivo gli Arabi e la gente di sinistra – sarebbe stato etichettato  come atteggiamento “di sinistra”. La nozione di democrazia, comunque, viene nominata in modi diversi: nella critica alla dirigenza politica che non ascolta le richieste della gente e in discussioni dove si dice che non si può avere democrazia senza giustizia sociale, quando  la gente è cacciata di casa, ecc. E’ la sfida della sinistra fare questi discorsi a altre parti del discorso del J14 – e farlo progredire verso una comprensione più ampia e più profonda della democrazia.

 

DZ: quale è il rapporto tra le proteste con la politica elettorale e con i partiti politici? Sembra che esistano autonomamente e perfino in opposizione all’arena politica ufficiale.

 

HM: è vero. La protesta è stata etichettata come “apolitica” dal primo giorno;  alcuni intendono dire che veramente non ha nulla a che fare con la politica, alcuni si riferiscono a un distacco dai normali problemi politici dell’occupazione, ecc. e tutti sono d’accordo che è staccato da tutti i partiti politici. Anche questi stanno cercando di tenersi a distanza di sicurezza, sebbene alcuni, specialmente il Partito Comunista e Meretz, (http://it.wikipedia.org/wiki/Meretz-Yachad) hanno molti militanti in prima linea e i loro Membri della Knesset (il parlamento israeliano) considerano importante appoggiare la lotta in ogni momento.

 

DZ: come lei ha detto, i dimostranti sono fortemente contrari a essere etichettati come “di sinistra”, a quanto si dice per evitare di essere  classificati come persone non appartenenti alla tradizione. Invece la vasta maggioranza delle richieste del J14 vanno “ a sinistra” in senso tradizionale e i sondaggi di opinione indicano che più dell’85% della popolazione ha appoggiato le proteste. Che cosa  pensa in proposito?

 

Ebbene, la risposta è nelle parole “senso tradizionale”. Dopo tanti anni di discorsi politici che trattavano soltanto dell’occupazione, “sinistra” e “destra” sono considerati essere soltanto atteggiamenti diversi verso i Palestinesi, la pace contro la guerra, ecc. Dal momento che improvvisamente è sorta questa lotta e queste vecchie definizioni sono state messe da parte, vediamo improvvisamente riscritta la mappa di Israele, e penso che probabilmente questo farà nascere un nuovo partito.

 

DZ: il proverbiale “elefante” nella tenda degli accampamenti è stato l’argomento dell’occupazione e del rapporto della popolazione ebraica di Israele con i Palestinesi in generale – sia con quelli che hanno cittadinanza israeliana che con quelli che vivono sotto occupazione. Perché il movimento J14 ha tentato in gran parte di scansare questo problema e quale è la sua opinione riguardo al desiderio di molti dimostranti di lasciare fuori l’occupazione?

 

HM: Parlerò dopo del problema dei cittadini di Israele, perché è una cosa più complicata e lei mi ha chiesto di parlarne in modo specifico.

 

Per quanto riguarda l’occupazione, è più facile parlarne.  Essa viene considerata l’elemento di divisione più grande della società ebraica di Israele, paragonabile soltanto ai problemi del ruolo della religione nello stato. Poiché il movimento sta cercando di ottenere il maggior appoggio possibile, non può certo tirare fuori la carta dell’opposizione all’occupazione, perché allora la maggior parte dei sostenitori ebrei probabilmente se ne andrebbero.

 

Il movimento, tuttavia, è messo alla prova  da questo problema tutto il tempo e la gente parla dell’ “elefante” in modi diversi tutto il tempo. Film che vengono proiettati durante il  “revolution cinema” (una presentazione continua di vari film durante le proteste) negli accampamenti,  trattano dell’occupazione. L’attacco nel sud del mese scorso (fatto da militanti contro obiettivi israeliani vicino alla città meridionale di Eilat, che ha ucciso 7 persone) ha costretto la gente a parlarne così come l’attuale richiesta di riconoscimento della Palestina all’ONU. Una dichiarazione congiunta israelo-palestinese in appoggio alla lotta e della fine dell’occupazione, ha fatto sì che le gente ripensasse i suoi rapporti con i Palestinesi. E il costante coinvolgimento di attivisti contro l’occupazione e di gruppi all’interno della lotta del J14, dimostra alla gente che non siamo “traditori”, ma persone che si preoccupano della società e che desiderano lottare per far sì che questo paese diventi migliore per tutta le gente che ci vive. Anche questo fa pensare la gente.

 

DZ: dal punto di vista di un militante contrario all’occupazione, però, lei pensa che ci sia una possibilità che continuando a non interessarsi    dell’occupazione, queste proteste potrebbero ulteriormente  far attecchire       un atteggiamento tra gli Israeliani che sia un qualche cosa della quale non devono preoccuparsi, che è separata da loro?

 

HM:  Penso che sia importante che gli attivisti contrari all’occupazione continuino    a portare avanti il problema, impedendo così  che non venga  dimenticato. Questo si può fare piantando una tenda anti-occupazione, come abbiamo fatto noi, non come una protesta contro una protesta, ma come parte di essa. Si può anche fare nei  lunghi e complessi negoziati riguardo al tipo di richieste di questo movimento. Per esempio, quando il governo ha annunciato la costruzione di migliaia di case nuove a Gerusalemme est, i militanti hanno rilasciato una  dichiarazione in cui si diceva che questo NON si sarebbe potuto  accettare come risposta alla richieste (di alloggi alla portata di tutti). Quando Canale Due ha tentato di portare alcuni dei capi (del movimento) a un programma televisivo speciale ospitato nell’insediamento di Ariel, essi hanno rifiutato. Possono essere piccoli gesti, ma significano qualche cosa ed è qualche cosa che è necessario continuare a costruire.

 

DZ: alcuni Palestinesi con cittadinanza israeliana hanno piantato le loro tende. Alcuni sono perfino presenti all’assemblea della dirigenza nazionale del movimento. Mentre molti dei problemi che vengono sollevati sicuramente         ci sono chiaramente altri problemi che sono propri di quella comunità. Vorrebbe parlare di quello che sa sull’integrazione delle loro richieste all’interno del movimento più vasto? Come viene recepita la loro presenza?

 

HM: Mentre i Palestinesi della Diaspora e nei territori occupati sono per lo più esclusi dal movimento, quelli all’interno di Israele non lo sono. E secondo me questo è un gran successo di questa lotta. Non è mai accaduto qui che ci fossero Israeliani che parlassero del “popolo” non riferendosi al popolo ebreo, ma a tutti i cittadini. E quindi i Palestinesi sono accolti in tutti gli ambienti, su tutti i palchi delle dimostrazioni e le loro richieste stanno diventando le richieste del movimento, anche se dei dirigenti sono in competizione e non tutti tra di loro sono pronti ad accettare questo nuovo sodalizio,  ma la maggior parte lo è. Per esempio, il nuovo piano di distruggere le case di migliaia di Beduini nel Negev, sembra ricevere più opposizione dagli Ebrei rispetto a quanta ne avrebbe avuta in passato.

 

Il  problema è che i Palestinesi sono accettati come individui, come cittadini che meritano uguali diritti, ma non come una comunità con un’identità nazionale diversa. Questo significa che ci sono costanti problemi quando l’inno nazionale viene cantato durante le dimostrazioni, ecc. Penso però che con il tempo la gente imparerà come funziona  la “società”  ebraico-araba e questa situazione si spera che cambi.

 

DZ: anche se molti Palestinesi all’interno di Israele si sono uniti alle manifestazioni e si sono formate dei collegamenti tra varie comunità, le proteste sembrano essere limitate all’interno della Linea Verde. Si è compiuto qualche sforzo di cui lei è al corrente, per unirsi ai Palestinesi della Cisgiordania soprattutto intorno a questo  movimento?

 

No. Soltanto la dichiarazione congiunta della sinistra palestinese ed ebrea di cui ho parlato prima.

 

DZ: anche alcuni  coloni e organizzazioni di coloni sono stati presenti negli accampamenti in vari momenti.  Il loro argomento è stato che per  trattare della crisi degli alloggi a prezzi abbordabili in Israele, il governo dovrebbe semplicemente costruire più insediamenti ebrei  in Cisgiordania e questo argomento è stato addotto anche da molti membri della Knesset,  che lei ha citato in precedenza. Alcuni tra i più accaniti tra questi dimostranti, i “giovani delle zone alte ” sono stati cacciati via dal principale campo di Tel Aviv perché creavano queste divisioni, ma in agosto il sito del J14 ha ufficialmente appoggiato una protesta nell’insediamento di Ariel in Cisgiordania. Anche se è un obiettivo del movimento stare lontani dal problema dell’occupazione, questo, è, a dir poco, difficile.

 

HM: il coinvolgimento dei coloni nel movimento è stato minimo, quasi non esistente. All’inizio ci sono stati dei coloni che hanno tentato di aderire al movimento, ma è stato più un’affermazione simbolica del tipo: “ricordatevi, anche noi facciamo parte del “popolo.” Dopo un po’ sono semplicemente  spariti. Ci sono  state delle attività occasionali organizzate dai coloni ad Ariel e a Ma’ale Adomin, insediamenti molto poco ideologici, che a volte si sono concentrati sugli stessi temi del movimento generale. E, certo, penso davvero che sia problematico se fossero accettati…

 

DZ:  vuole dire che sia discutibile che queste manifestazioni sono un rifiuto dell’ideologia dei colono dato che almeno la maggioranza dei dimostranti rifiutano la possibile opzione di una vita meno dispendiosa in un insediamento?

 

HM: è  vero

 

DZ: C’era il timore che l’unità del movimento non sarebbe stata in grado di resistere a qualsiasi esplosione di violenza con Gaza o in Cisgiordania. Tuttavia, dopo l’attacco del 18 agosto contro gli Israeliani a Eilat e i successivi attacchi aerei e lancio di missili da Gaza, le proteste sono continuate. Sebbene la protesta settimanale a Tel Aviv fosse stata più piccola del solito quella settimana, 5.000 persone hanno però marciato aggiungendo alle loro richieste un cessate il fuoco tra i militari israeliani e i militanti di Gaza. Molta gente è stata piacevolmente sorpresa. Anche lei?  

 

HM: sì e no. Sì, perché è una cosa  inattesa nella politica israeliana e no, perché è  probabile nel nuovo discorso del movimento che si va sviluppando.

 

DZ: La settimana scorsa, il presidente Mahmoud Abbas ha fatto richiesta all’ONU del riconoscimento della Palestina come stato. lei prevede che influenzerà la spinta residua per le proteste?

 

HM: è difficile dirlo, ma penso che il movimento avrà più difficoltà a resistere a  causa delle prossime piogge, dell’inizio dell’anno scolastico, ecc. piuttosto che per la richiesta all’ONU. A meno che, naturalmente, ci siano terribili esplosioni di violenza, nel qual caso è difficile dirlo.

 

DZ : In rapporto a questo, ci sono anche preoccupazioni per una chiamata alle armi dei riservisti  non solo militarizzare e distogliere i dimostranti, ma anche di richiamare fisicamente dagli attendamenti quelli rimasti. C’è stato qualche modo di organizzarsi dal parte del  movimento anti-militarista per affrontare questa possibilità?

 

HM: la gente ha fatto un po’ di volantinaggio, degli incontri sull’argomento, ma nulla di troppo concreto. Credo che spetterà agli stessi soldati della riserva e alla maggior parte dei dimostranti vedere come reagire a questa situazione. E’ probabile di ritornare ai vecchi dogmi militaristi, ma, chi lo sa, forse saremo sorpresi….

 

DZ: In un articolo di agosto sulle proteste, lei ha scritto: “Il problema rimane: a che serve una lotta per la giustizia sociale che rimane in silenzio riguardo al più grande di tutti i crimini – l’occupazione e le terre rubate ai palestinesi all’interno di Israele?” Lo ha trattato dicendo che, secondo lei, il problema non può essere ignorato, ma non è un motivo per abbastanza valido per, a sua volta, ignorare il più grande movimento sociale della storia di Israele, un movimento  “dove l’intero paese fa parte di un incredibile processo in cui si imparano delle cose per tutto il tempo.” Vorrebbe per favore, parlare un po’ di più di questo?

 

HM: in maniera specifica per quanto riguarda la conoscenza – questo in effetti è una cosa unica. La gente sta letteralmente seduta nelle strade e nelle case occupate  e altro e parlano tra di loro, organizzandosi e partecipando a workshop,  scaricando documentari dai siti, iniziando a leggere le pagine economiche dei quotidiani, ecc. Tutto porta a un massiccio ampliamento della loro conoscenza. La gente è aperta a ricevere nuove informazioni e nuovi commenti e si stanno quindi radicalizzando molto seriamente.

 

Per quanto riguarda stare nella lotta, citerò una cosa  che (l’apprezzata giornalista israeliana) Amira Hass ha scritto di recente. Ha detto che nessuna lotta è “pura”. Le lotte contro l’occupazione possono talvolta contenere molte molestie sessuali e comportamento sessista nei riguardi delle donne – ma questo significa soltanto che si deve cercare di cambiare questa situazione, non  abbandonare la lotta. La gente negli Stati Uniti può lottare  per la riforma del vostro sistema sanitario, ma non dire una parola sull’Iraq. E’ un peccato, ma non rende questa lotta specifica meno giusta. Capisce che cosa voglio dire?

DZ: Vede che c’è una possibilità che queste proteste affrontino  realmente     il problema dell’occupazione? oppure c’è l’obiettivo  tra alcuni della sinistra di creare un cambiamento realmente strutturale In Israele oltre che soltanto un ritiro militare?

 

HM: Non lo so davvero. Entrambe le lotte in questo momento sono in posizioni molto delicate ed è molto difficile dire che cosa avverrà prossimamente e come potrebbero  influenzarsi reciprocamente. Non sono in grado di dirlo, realmente, ma posso dire che  il nostro ruolo come  militanti è di essere coinvolti e mostrare loro la giusta via…

 

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

 

URL: http://www.zcommunications.org/will.the-new-israeli-movement-address-the-occupation-by-haggai-matar

 

 

 

 

 

 


 

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