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di Peter Marcuse (21 ottobre 2011)

Il movimento Occupy Wall Street [Occupiamo Wall Street] continuerà a crescere? Non può “crescere” nel senso di allargare l’area che occupa, di rimanervi sempre più a lungo e rifiutarsi di andarsene. Semplicemente non c’è spazio disponibile dove si trova ora, a New York, il tempo invernale lo renderà semplicemente un test di resistenza, è più di quanto si può chiedere.  Ma ci sono forme alternative attraverso le quali può dimostrare la sua forza: marce, occupazioni sincronizzate, manifestazioni,  solidarietà e collegamento costanti ed efficaci. E affinamento delle richieste, chiarificazione delle interpretazioni, messa a punto di obiettivi e bersagli di azioni e denunce non violente. Di seguito si sostiene che

il movimento si confronta con cinque futuri alternativi:

– scioglimento

– cooptazione

– concentrazione su riforme specifiche immediate

– scelta di riforme non-riformiste

– spinta alla rivoluzione

 

Le forze e le debolezze di ciascuno sono analizzate e non sono mutuamente esclusive. Ma le “riforme non-riformiste” sembrano le più produttive.

Comunque il futuro dipenderà dalla misura in cui manterrà le tre caratteristiche che lo definiscono:

– il filo che lega l’analisi della natura sottostante dei problemi di cui si interessa, simbolizzati dalla formula 1% contro 99%;

– l’unificazione di molteplici interessi e punti di vista diversi in un contesto sociale umano che assicuri fiducia e mutuo sostegno; e

– l’impegno all’azione, all’esplorazione, sia fisicamente sia intellettualmente, delle vie disponibili per attuare i propri desideri, superando gli ostacoli che si presentano, progredendo verso un mondo migliore.

Nell’immediato e tatticamente, l’immaginazione può suggerire una varietà di nuovi approcci ad azioni immediate.  Poiché la costante occupazione limitata a uno spazio ristretto come unica sede del movimento pone problemi di fondo, l’immaginazione e la spontaneità possono essere considerate fonte di alternative per riflettere la crescita e il vasto appoggio popolare del movimento. Alcune possibilità sono citate di seguito.

Nel seguito l’argomento viene spiegato in dettaglio.

Vi è un profondo disagio nel paese e internazionalmente. La gente è scontenta e soffre. Le rimostranze specifiche hanno a che fare con l’occupazione, il reddito, gli alloggi, l’istruzione, la pace e la guerra, la corruzione, l’ambiente, l’assistenza sanitaria, il ruolo del governo, le norme culturali, l’ingiustizia, la discriminazione, la diseguaglianza.  Sottostanti vi sono sentimenti forti anche se non sviluppati, che vanno dalla disperazione all’insicurezza a un vasto scontento per come stanno le cose, all’infelicità per la direzione in cui stanno andando.  E tali sentimenti stanno portando a una resistenza attiva, a richieste di cambiamento che trovano sempre più la loro espressione in comunità e luoghi di lavoro e molto visibilmente nelle strade delle nostre città.

Dove si colloca il movimento Occupy in questo quadro? In che direzione può muoversi, nel futuro immediato e più a lungo termine, il quadro più ampio? Scomparirà dopo il breve momento di celebrità? Finirà cooptato, forse spingendo il partito Democratico un po’ a sinistra, unendosi a una gomma di protagonisti di tipo movimentista nel gioco politico? Potrà scindersi in una varietà di organizzazioni orientate a singoli temi, spingendo per certe riforme specifiche, continuando ad esistere sotto forma di uno o più gruppi lobbistici?  Premerà per riforme di tipo “non-riformistico” attuabili all’interno del sistema, sperando che porteranno a cambiamenti più profondi di esso? O produrrà un grande cambiamento nelle strutture del potere, una rivoluzione?

Nel quadro più ampio la cooptazione non mi sembra un grande pericolo per motivi piacevoli e spiacevoli. Fa piacere che i partecipanti al movimento Occupy siano intelligenti, allerta, consapevoli, molto sofisticati, alcuni molto esperti, e sappiano chi è dalla loro parte e chi non lo è.  Né possono essere tanto facilmente ridotti al silenzio, senza avviarsi sulla stessa strada che loro desiderano percorrere, con alcuni fondamentali cambiamenti nel sistema economico, politico e sociale. Meno felicemente, il movimento non è (ancora?) abbastanza numericamente vasto o potente da costituire una minaccia che debba essere messa a tacere; sin qui, l’1% può ritenere che tra la polizia, il clima, il trascorrere del tempo e il potere dei media, non ci sia niente di serio di cui preoccuparsi.  Ben Bernanke può esprimere una blanda simpatia per il movimento, ma non è probabile né che lo conquisti né che vi aderisca egli stesso.  Il Comitato Democratico per la Campagna per il Congresso sta facendo circolare petizioni che dichiarano: “Io sto con le proteste di Occupy Wall Street”; tale sostegno può essere benvenuto, finché si mantengono le distanze.

La pressione per ridurre il movimento a un movimento per riforme specifiche è significativa, ma le discussioni sin qui sembrano sempre più consapevoli delle trappole di quella direzione, dei pericoli del convertire un movimento popolare di massa in un’impresa di stesura di bozze di legge, di previsioni politiche, di posizionamenti tattici. Occupy è considerato dalla maggior parte dei suoi partecipanti e sostenitori non come una sede di pressioni per diritti singoli, ma come una potente rivendicazione di un mondo migliore, di un’alternativa reale, rispetto a ciò che esiste; non un insieme di diritti secondari nella città, ma una rivendicazione al diritto alla città, al mondo prodotto dal 99% e ora reclamato dal 99% come proprio.

Le riforme non-riformiste sono un obiettivo allettante, ma non facile da definire o perseguire. Come si fa a distinguere un obiettivo riformista da uno non riformista? L’opposizione alle scuole private o la richiesta di maggiori fondi per la scuola pubblica, sono riformiste o sono qualcosa di più? Rinegoziare i mutui con abbuoni sul capitale è riformista? E, in caso contrario, cosa si dovrebbe chiedere di più?  Occupazione con salari che consentano di vivere, da una parte, e una tassa del 5% ai milionari sono sufficienti per muoversi in direzione di una vera eguaglianza o sono un modo per evitare una maggiore ridistribuzione?  Fornire un’assicurazione sovvenzionata contro le malattie o gli infortuni è un passo in direzione di un’assistenza sanitaria universale o un traguardo finale delle riforme?  Le prescrizioni di trasparenza e partecipazione pubblica alla programmazione sono mosse in direzione di un reale controllo democratico del futuro delle città o un modo per evitare cambiamenti nel modo in cui esse sono concretamente costruite e amministrate?  Le differenze sono solo una questione di grado e quando la quantità si trasforma in qualità del cambiamento?  Le piccole riforme sono stazione lungo il percorso verso riforme più vaste, meno riformiste, o sono semplicemente attraenti vicoli ciechi? Non sono domande facili cui dare una risposta.

Sfortunatamente è più facile dare una risposta alla questione della rivoluzione: negativa.  In quali circostanze una rivoluzione possa effettivamente aver luogo è una questione teorica che è stata oggetto di esteso dibattito, ma quale che sia la risposta, tali circostanze non sembrano esistere oggi.  Le posizioni di potere dell’1%, il controllo dell’economia e del governo, il dominio dei media, il potere dello stile di vita consumista, il dominio dei suoi sostegni ideologici nel nazionalismo e nell’etica protestante, sono troppo grandi, una tecnologia in solido controllo, nonostante opposte scorrerie indipendenti.

Sorprendentemente, queste questioni di potere sono raramente sollevate nelle discussioni all’interno del movimento Occupy, almeno per chi ascolta dal di fuori.  Tuttavia spingendo le proprie richieste abbastanza in là, esigendo quel che davvero è necessario perché trovino soddisfazione, la questione del potere incombe potente.  Ma lo stesso ethos organizzativo del movimento milita contro l’affrontare tale fatto; il movimento è contro la gerarchia, contro i controlli, a favore della discussione e del dibattito e dell’apertura, contro decisioni assunte mediante l’esercizio del potere, con un profondo desiderio di vedere la forma organizzativa del movimento, il rifiuto di qualsiasi uso del potere, applicata alla società in generale.  Gli anarchici sono chiari al riguardo; i non anarchici non lo sono, e le loro idee variano ampiamente.  E’ coinvolto il ruolo del governo in quanto tale, dello stato;  è una questione spinosa, cui il Tea Party, per motivi non interamente scollegati, ha risposto in un certo modo, un modo chiaramente insoddisfacente per la maggioranza e tuttavia un chiaro senso dell’alternativa deve ancora essere sviluppato. Le rivoluzioni implicano una svolta fondamentale quanto a chi esercita il potere, almeno inizialmente, e il movimento Occupy non si trova al punto in cui si consideri nella necessità di prendere tale problema di petto.  E probabilmente ha ragione; così come stanno le cose, la rivoluzione non sembra essere all’ordine del giorno.

Se tale analisi è corretta, le riforme non-riformiste finiscono per essere l’unica via da percorrere e io credo che il movimento Occupy in effetti rifletta tale posizione. Si guardi alle varie formulazioni, cartelli, interviste, rivendicazioni, manifesti che sono stati prodotti e si constateranno richieste di giustizia, eguaglianza, libertà in molte sfere, ma non richieste di questa riforma, quella proposta di legge, questa e quella tassa, questo o quel cambiamento di regolamenti, anche se queste cose sono componenti delle richieste che vengono avanzate.

Guardando al ruolo che il movimento Occupy svolge, all’interno del quadro generale dell’opposizione, contro lo status quo conforta questa conclusione riguardo al primato delle riforme non-riformiste. Il movimento Occupy ha tre caratteristiche chiave:

– In primo luogo percepisce un filo comune tra le diverse critiche, rappresentato crudamente dalla formula “a favore del 99%, non dell’1%”, con un inevitabile conflitto, visto che l’1% si oppone alle richieste del 99%;

– Secondo: si unisce in una vasto scontento, profondamente sentito, con critiche specifiche all’ordine prevalente e in un contesto culturalmente ricco e informato al mutuo sostegno;

– Terzo, considera l’azione nonviolenta e tuttavia diretta come uno strumento necessario per realizzare le sue richieste a fronte della resistenza dell’1%.

Quanto al primo punto, il filo comune, c’è poco altro in corso. Molti dei raggruppamenti citati più sopra sono privi dell’analisi delle cause dei difetti che remano contro, oppure tendono a darne la colpa a fattori secondari: i media, le leggi elettorali, il costante razzismo, la mancanza di regole, ecc. senza indagare i più profondi problemi strutturali che dividono il 99% dall’1% che Occupy vede come problema sottostante. Ne dirò di più in seguito.

Sul secondo punto, l’unione: il tentativo non è unico. Una quantità di altri movimenti ha composizioni e obiettivi simili: i Social Forum internazionali, la rete “antiglobalizzazione” non rigidamente organizzata, il movimento Right to the City [Diritto alla città], il National People’s Action [Azione Popolare Nazionale], le coalizioni sindacali e delle comunità del lavoro e i centri dei lavoratori, MoveOn [Voltiamo pagina], Restore the American Dream [Ripristiniamo il Sogno Americano], e molti altri.

E quanto al terzo punto Occupy è virtualmente solo e questo, forse, è il motivo per cui ha ottenuto così rapidamente e in modo così spettacolare un sostegno così diffuso, è stato accolto come se rappresentasse una Primavera duratura alla pari con la Primavera Araba, e su una scale e in un modo che si approssima a quel che è sentito come necessario per essere all’altezza dei problemi del nostro tempo. “Occupare” è un’azione spettacolare, diffusamente riconosciuta, con eco positivo nazionale e internazionale, ed è plausibile che rimanga un marchio appropriato del movimento.

Guardando al futuro immediato, tuttavia, l’Occupazione ha di fronte alcune scomode verità. Una è ovviamente il clima; New York City non è il Cairo, e le possibilità di sostenere una efficace campagna all’esterno, ventiquattr’ore al giorno e sette giorni alla settimana, sono più che scoraggianti.  I partecipanti al movimento senza dubbio stanno già discutendo in profondità come affrontare questo problema e decideranno per conto loro quanto a lungo e sin dove possono spingersi.  Può essere saggio mutare strategia in base a una tempistica specifica, piuttosto che trasformare l’occupazione in una prova di resistenza fisica.

Una possibile alternativa potrebbe essere che Occupy sostituisca la sua concentrazione logistica fisica con una più temporale: riunirsi e occupare solo in certe ore o giorni della settimana, forse non sempre nello stesso luogo, con altre località scelte strategicamente. O potrebbe unirsi ad altre occupazioni per creare una presenza a Washington D.C., dove il terreno e le gallerie della capitale possono offrire opportunità.

Un’altra possibilità logica potrebbe consistere nell’individuare posti che possano essere localmente occupati costantemente, nonostante il clima.  Si tratterebbe di un approccio interamente diverso, guardando, ad esempio, ai centri congressi come spazi in cui si possano convocare le assemblee generali, o ad altre sale o luoghi d’incontro pubblici.  Potrebbero forse funzionare marce verso destinazioni strategiche, piuttosto che concentrarsi su un singolo luogo di occupazione stabile: marce ai quartier generali di specifiche banche, specifiche aziende, specifiche istituzioni; i progetti Trump, la Goldman Sachs, l’edificio dell’Amministrazione Federale, potrebbero essere efficaci.  Ma tali decisioni devono essere assunte dagli stessi partecipanti e assunte con la stessa fantasia e intraprendenza che hanno caratterizzato le loro azioni sino ad ora.   Gli esterni possono ben considerarsi sostenitori, così come ammiratori, di quel che Occupy e i suoi partecipanti hanno realizzato sin qui e aiutarli a fare quel che essi stessi alla fine decideranno di fare. A questo punto si sono conquistati la nostra fiducia.

Quel che possono fare gli accademici, i professionisti, gli scrittori, gli artisti, gli intellettuali, è un’altra faccenda. Una delle tre caratteristiche essenziali del movimento Occupy è la presenza di un filo comune che collega le diverse rivendicazioni dei suoi diversi partecipanti.  Quel filo conduttore, descritto più formalmente, è un’analisi delle cause delle condizioni di cui si preoccupano: “1% contro 99%” sintetizza quell’analisi, ma solo nel modo più simbolico. Chi stia da ciascun lato di tale divisione, quanto chiara sia la linea di demarcazione, quale sia la dinamica dei rapporti tra le parti, quali strumenti/armi utilizzi ciascun partecipante, quale sia la forza e quali i limiti di ciascuno, semplicemente cosa debba essere cambiato nel quadro più generale e come cambiamenti incrementali possano portare ai risultati desiderati o distogliere da essi, queste sono tutte questioni su cui la ricerca, le lezioni della storia, le analisi di ciascun problema, le cause e gli effetti, le opportunità e gli ostacoli nella lotta … sono tutti problemi sui cui gli accademici e gli intellettuali (poiché non tutti gli intellettuali sono accademici) possono dare il loro contributo.  Questo è, in un senso più ampio, una parte di ciò che si presume noi si stia facendo.

Alcuni esempi: nella questione degli alloggi, il problema sono i pignoramenti e più in generale l’accessibilità e la regolamentazione della concessione e della disponibilità del credito, o alla base di ciò vi sono i problemi della speculazione, del trattamento della terra e delle case come merci da collocarsi attraverso il mercato, i problemi della proprietà privata della terra?  Nell’assistenza sanitaria, il problema è la posizione di monopolio delle grandi case farmaceutiche, le restrizioni delle leggi sui brevetti, gli alti profitti degli assicuratori, l’inefficienza degli ospedale o è la natura privata del sistema sanitario, il finanziamento delle cure e dei trattamenti in base al pagamento dei servizi, la necessità di considerare la prestazione di cure sanitarie come una responsabilità pubblica da garantire pubblicamente come la polizia e la protezione dagli incendi, pagata con fondi pubblici, sociali?  Nella questione dell’occupazione, il problema è l’incoraggiamento dell’impresa privata affinché crei posti o è il presupposto che quel che viene prodotto e quel che può essere venduto con profitto anziché quel che è socialmente necessario, con le sovvenzioni pubbliche come parte appropriata e principale di un’economia sana e indesiderabili  i fondi privati basati sulla ricerca del profitto conseguito attraverso bassi salari? Nella politica governativa fiscale e riguardante l’uso della terra, l’incoraggiamento del decentramento e della competizione tra comunità sono una soluzione allo sviluppo diseguale o aggravano il problema e sono necessarie soluzioni nazionali?

E i tutti questi casi, e in generale in ogni questione di politica pubblica, non dovremmo denunciare chi beneficia e chi perde e quali siano le rispettive posizioni di forza dell’1% e del 99% nel produrre i risultati che sono contestati?  Avendo compiuto quell’analisi, non c’è la necessità di proporre azioni e misure che comincino ad affrontare le ingiustizie così denunciate, guardando a riforme immediate che vada nella direzione dell’affrontare i più vasti problemi così denunciati, “riforme non-riformiste” dettagliare le quali non è decisamente cosa facile? E, fatto questo, non è appropriato politicizzare i risultati, impegnarsi direttamente negli ingarbugliati processi del condurre a effetto le proposte, diventare direttamente coinvolti nelle lotte popolari che vi sono implicate, unirsi a quelli più direttamente toccati in azioni comuni nel tentativo di produrre un mondo alternativo e migliore?  “Esporre, proporre e politicizzare” potrebbe essere una formula di ciò con cui gli intellettuali accademici e non accademici possono contribuire se desiderano sostenere il movimento Occupy.

La crescita e l’effetto del movimento dipenderanno non solo da quanti corpi occupano un luogo specifico per un periodo specifico quest’inverno, anche se, ove possibile, ciò può aiutare, bensì dalla fantasia con cui esso assumerà il compito di denunciare i mali di cui si lamenta, di formulare le proprie rivendicazioni e di sviluppare strategie per far progredire la loro attuazione.  I suoi alleati, in un ruolo di sostegno, possono essere di grande aiuto.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.zcommunications.org/ows-character-strategies-the-future-by-peter-marcuse

Fonte: The New Significance

traduzione di Giuseppe Volpe

© 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

 

 

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