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Il figlio dell’Africa pretende i gioielli della corona di un continente

 

di John Pilger  (20 ottobre 2011)

Il 14 ottobre il presidente Barack Obama ha annunciato che stava inviando truppe delle forze speciali degli Stati Uniti in Uganda per partecipare alla guerra civile in quel paese.  Nei pochi prossimi mesi, le truppe da combattimento USA saranno inviate nel Sudan del Sud, in Congo e nella Repubblica Centro-Africana. Saranno “impegnate” solo per l’”autodifesa”, afferma Obama, satiricamente.  Con la Libia sistemata, è in corso un’invasione statunitense del continente africano.

La decisione di Obama è descritta sulla stampa come “molto insolita” e “sorprendente” e persino “strana”. Non è nessuna di queste cose.  E’ la logica della politica estera statunitense dal 1945.  Prendete il Vietnam.  La priorità consisteva nel fermare l’influenza della Cina, un rivale imperiale, e “proteggere” l’Indonesia, che il presidente Nixon definì “lo scrigno più ricco di risorse naturali della regione … il premio più grosso.” Il Vietnam semplicemente si mise in mezzo; e il massacro di più di tre milioni di vietnamiti e la devastazione e l’avvelenamento della loro terra fu il prezzo perché gli Stati Uniti raggiungessero il loro obiettivo.  Come tutte le successive invasioni degli Stati Uniti, una scia di sangue dall’America Latina all’Afghanistan e all’Iraq, la logica è sempre stata di “autodifesa” o “umanitaria”, parole da tempo svuotate del loro significato secondo il dizionario.

In Africa, dice Obama, la “missione umanitaria” consiste nell’aiutare il governo dell’Uganda a sconfiggere l’Esercito della Resistenza del Signore (LRA – Lord’s Resistance Army) che ha “ucciso, violentato e rapito decina di migliaia di uomini, donne e bambini nell’Africa centrale.”  Questa è una descrizione accura dello LRA, che evoca le molteplici atrocità gestite dagli Stati Uniti, come il bagno di sangue degli anni ’60 successivo all’omicidio di Patrice Lumumba organizzato dalla CIA, il  leader dell’indipendenza congolese e primo presidente legalmente eletto, e al colpo di stato della CIA che mise al potere Mobutu Sese Seko, considerato il più venale tiranno dell’Africa.

Anche l’altra giustificazione di Obama invita alla satira.  Si tratta della “sicurezza nazionale degli Stati Uniti”.  Il LRA ha fatto il suo sporco lavoro per 24 anni, di minimo interesse per gli Stati Uniti.  Ora ha meno di 400 combattenti e non è mai stato più debole.  Tuttavia la “sicurezza nazionale” degli Stati Uniti solitamente significa l’acquisto di un regime corrotto e violento che ha qualcosa che Washington vuole.  Il “presidente a vita” dell’Uganda, Yoweri Museveni, riceve già la maggior parte dei 45 milioni di dollari di “aiuti” militari statunitensi, compresi i droni, preferiti da Obama.  Questa è la tangente per combattere una guerra per procura contro l’ultimo nemico islamico fantasma degli Stati Uniti, il gruppo di straccioni di al Shabaab con base in Somalia.  La RTA [Radio and Television of Afghanistan – identificazione incerta, n.d.t.]  svolgerà il suo ruolo propagandistico distraendo i giornalisti occidentali con le sue perenni storie del terrore.

Tuttavia la principale ragione dell’invasione statunitense dell’Africa non è diversa da quella che scatenò la guerra del Vietnam.  E’ la Cina.  Nel mondo della paranoia egocentrica istituzionalizzata che giustifica quello che l’ex comandante USA e ora direttore della CIA, generale David Petraeus, sottintende sia uno stato di guerra perpetua, la Cina sostituisce al-Qaeda come “minaccia” ufficiale contro gli Stati Uniti.  Quando l’anno scorso  ho intervistato Bryan Whitman, un segretario aggiunto alla Difesa presso il Pentagono, gli ho chiesto di descrivermi gli attuali pericoli per gli Stati Uniti. Visibilmente in difficoltà, mi ha ripetuto: “Minacce asimmetriche … minacce asimmetriche.” Esse giustificano le conglomerate delle armi sponsorizzate dallo stato e riciclatrici di denaro e il più grande bilancio militare e bellico della storia.  Con Osama bin Laden fatto fuori, la Cina ne prende il posto.

L’Africa è il successo della Cina.  Dove gli statunitensi portano i droni e la destabilizzazione, i cinesi portano strade, ponti e dighe. Ciò che vogliono sono le risorse, specialmente i combustibili fossili.  Con le maggiori risorse petrolifere dell’Africa, la Libia di Muammar Gheddafi è stata una delle principali fonti di carburanti della Cina.  Quando è scoppiata la guerra civile  e la NATO ha sostenuto i “ribelli” con la storia manipolata della pianificazione del “genocidio” di Bengasi da parte di Gheddafi,  la Cina ha evacuato i suoi 30.000 lavoratori dalla Libia.  La successiva Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che ha permesso l’”intervento umanitario” dell’Occidente è stata spiegata succintamente da una proposta al governo francese da parte del Consiglio Nazionale di Transizione “ribelle”, rivelata il mese scorso dal quotidiano Liberation, in cui alla Francia veniva offerto il 35% della produzione lorda di petrolio della Libia “in cambio” (questo il termine utilizzato) del sostegno francese “totale e permanente” al Consiglio Nazionale di Transizione.  Alzando la bandiera a stelle e strisce nella Tripoli “liberata” il mese scorso, l’ambasciatore USA Gene Cretz si è lasciato sfuggire: “Sappiamo che il petrolio è il gioiello della corona delle risorse naturali libiche!”

Questa conquista di fatto della Libia da parte degli Stati Uniti e dei loro soci imperiali proclama una versione moderna della “conquista dell’Africa” della fine del diciannovesimo secolo.

Come nel caso della “vittoria” in Iraq, i giornalisti hanno svolto un ruolo critico nel dividere i libici in vittime degne e indegne.  Una recente prima pagina del Guardian riportava una fotografia un terrorizzato combattente “filo-Gheddafi” e di quelli,  dallo sguardo spiritato, che lo avevano catturato che, diceva la didascalia, “festeggiavano”.  Secondo il generale Petraeus c’è ora una guerra “di percezioni … condotta costantemente attraverso i media giornalistici.”

Per più di un decennio gli Stati Uniti hanno cercato di creare un comando sul continente africano, l’AFRICOM, ma sono stati snobbati dai governi, timorosi delle tensioni regionali che ciò avrebbe causato.  La Libia, e ora l’Uganda, il Sudan del Sud e il Congo offrono l’occasione principale.  Come rivelano i dispacci di WikiLeaks e la Strategia Nationale USA per l’Antiterrorismo, i piani statunitensi per l’Africa fanno parte di un disegno globale in cui 60.000 uomini delle forze speciali, comprese squadre della morte, già operano in 75 paesi, che presto saranno 120.  Come ha indicato Dick Cheney nel suo piano di “strategia difensiva” degli anni ’90, gli Stati Uniti semplicemente vogliono dominare il mondo.

Che questo sia ora il dono di Barack Obama, il “figlio dell’Africa” è supremamente ironico. O non lo è? Come ha spiegato Frantz Fanton nel suo Black Skin, White Masks [Pelle nera, maschere bianche] quel che conta non è tanto il colore della pelle, bensì il potere che si serve e i milioni che si tradiscono.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo www.zcommunications.org/the-son-of-africa-claims-a-continent-s-crown-jewels-by-john-pilger

Fonte: johnpilger.com

 

Traduzione di Giuseppe Volpe

 

© ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

 

 

 

 

 

 

 

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