Tag

, , , , , , , , , , , , , , , ,


 

 

 

 

 

di Bill Quigley e Lauren Carasik (19 ottobre 2011)

Eravamo in un gruppo stretto, più di una dozzina di blan  [bianchi] accalcati insieme, cercando di non ostruire lo stretto passaggio tra i rifugi improvvisati di lamiera ondulata, cartone, plastica e lamiere. Ascoltavamo una portavoce di una comunità, una rappresentante del gruppo KOFAVIV (Komisyon Fanm Viktim pour Viktim, o Commissione delle donne vittime a favore delle vittime). Ha spiegato come lei e gli altri sfollati sopravvissuti al terremoto, che avevano perso le case nel sisma, erano stati dapprima aiutati, nel campo di fronte alla chiesa di St. Anne, dalla Oxfam, ma che poi la Oxfam se ne era andata a maggio di quest’anno.  Nonostante i milioni di dollari raccolti sia attraverso donazioni private sia attraverso fondi governativi nelle settimane e mesi seguiti al catastrofico terremoto di Haiti, nessun’altra ONG si era presentata a provvedere ai residenti nel campo.  Erano stati lasciati ad arrangiarsi da soli.  Ora lei temeva che fossero anche minacciati di espulsione: era corsa voce che due rappresentanti di una grande ONG si fossero presentati, quella stessa mattina, avvertendoli di prepararsi a essere espulsi il 17 ottobre.  (Grazia a Dio, successivi approfondimenti hanno suggerito che in questo caso particolare, la minaccia di espulsione imminente era solo una voce.)  Ma tenendo presenti altre recenti espulsioni forzate, i residenti nel campo avevano buoni motivi per essere preoccupati, e noi non avevamo altra scelta che prendere quella minaccia sul serio.

Com’è successo che i sopravvissuti del terremoto di Haiti siano passati da essere il centro di una storica effusione di solidarietà e sostegno nei giorni e nelle settimane dopo il sisma ad essere di nuovo vittime, questa volta delle azioni umane?

Le storie delle espulsioni forzate di sfollati interni di Haiti (IDPs, internally displaced persons, nel gergo delle ONG) hanno ricevuto solo una limitata copertura mediatica, anche se molta di più è dovuta.  Ma la copertura che c’è stata,  è stata spesso concentrata sulle espulsioni da terreni di proprietà privata. Ci è stato ripetutamente detto che le radici del problema abitativo post-sisma ad Haiti sono rappresentate dalla mancanza di accesso ai terreni.  Ciò è complicato, in molti casi,  dalla mancanza di prove di sicura proprietà. Senza terra disponibile, non c’è nessun posto dove la gente possa andare. Alcuni hanno scelto di tornare alle proprie case danneggiate dal sisma, nonostante il fatto che la maggior parte di esse siano gravemente danneggiate e troppo pericolose per essere abitate.

Restare su terreni di proprietà privata è pericoloso. Secondo l’Organizzazione Mondiale per i Migranti (PDF) a tutto marzo migliaia di IDPs haitiani sono stati espulsi a forza da campi situati su terreni privati, mediante l’uso della violenza, e 166.000 altri sono stati minacciati di espulsione.  Considerati questi rischi, si capisce perché molti campi sorgano su terreni pubblici: in parchi, stadi, campi e altri spazi verdi.  E tuttavia neanche queste sono zone sicure.  Nonostante le promesse fatte dal nuovo presidente haitiano, Michel Martelly, quando assunse la carica, il governo haitiano sembra intenzionato a rimuovere gli sfollati sopravvissuti al sisma dalle aree pubbliche. Partite di calcio, o passeggiate in parchi vuoti sono apparentemente più importanti che offrire alla gente uno spazio in cui vivere, con un tetto – per quanto inconsistente – sulla testa per proteggerla dagli elementi.

Martelly ha presentato il suo piano per la chiusura dei campi come parte di un’iniziativa per trasferire gli attuali accampanti in alloggi più permanenti. Il piano offre risarcimenti agli IDPs fino a 500 dollari per famiglia all’anno per trasferirli dai campi a unità in affitto, e di 150 dollari alle famiglie che ritornano alla loro casa ante-sisma. (Sono anche offerti tra i 1.500 e il 3.500 dollari a coloro che accettano di riparare le proprie case e ospitarvi altri IDPs per 2-5 anni.)  Annunciando il piano, Martelly ha giurato di chiudere tutti i campi degli IDPs di Haiti, rifugio di almeno 600.000 persone, entro sei mesi, compresa la chiusura di sei campi nei suoi primi cento giorni in carica.

Ma l’amministrazione Martelly non ha sempre atteso che gli sfollati sopravvissuti al terremoto si trasferissero volontariamente. In precedenza, in questo mese, l’Institute for Justice and Democracy [Istituto per la giustizia e la democrazia) di Haiti (IJDH) e la Scuola di Legge dell’Università di San Francisco, hanno fatto notare che “un’indagine condotta in sei campi profughi di cui era prevista la chiusura nei primi cento giorni del suo mandato, mostra che la chiusura dei campi da parte del governo è sfociata, sin qui, in espulsioni violente e illegali di comunità sfollate, in diretto contrasto con le soluzioni durature propagandate dal piano.”  In un rapporto sul piano dei cento giorni, i gruppi hanno anche descritto come “anche prima che il piano cominciasse ad essere realizzato, il governo si è mosso per chiudere due campi: i residenti nello stadio Sylvio Cator ‘sono stati illegalmente espulsi dal sindaco di Port-au-Prince e dalla polizia nazionale haitiana senza l’ordine del tribunale, prescritto dalle leggi haitiane,’” con la polizia che ha distrutto le tende e le misere cose dei residenti.  I residenti di piazza St. Pierre, un campo su terreno pubblico, sono stati anch’essi in parte espulsi “senza le protezioni e i benefici promessi dal piano Martelly.”

I risarcimenti agli sfollati sono stati inadeguati, rileva il rapporto, descrivendo come a non tutti i residenti siano stati corrisposti i fondi del governo quale incentivo a lasciare il campo dello stadio Sylvio Cator. Quelli che sono stati risarciti hanno ricevuto solo 250 dollari. “Tutti i residenti intervistati hanno affermato che il denaro non era sufficiente per il loro trasferimento o per pagare un affitto. Né il denaro era sufficiente per costruire un’elementare baracca di tre metri e mezzo per tre, con pavimento di cemento, pareti di compensato e tetto di lamiera ondulata, che costa in media 300 dollari, lasciando molti residenti senza rifugio.” I residenti dello stadio Sylvio Cator, due volte sfollati, hanno riferito che le condizioni nel nuovo campo erano persino peggiori di quelle di prima, in termini di sicurezza, illuminazione, fogne, acqua e cibo (continuando a lasciare le donne e i bambini sottoposti al rischio di crimini violenti). Come  osserva il giornalista Justin Podur, le toilette mobili del nuovo campo sono posizionate in mezzo a un’autostrada.

Non sono solo i residenti dei campi ad aver sperimentato l’impatto della violenza e della coercizione sanzionate dallo stato. Come hanno riferito in giugno uno di noi, Bill Quigley del Center for Constitutional Rights [Centro per i diritti costituzionali] e Jocelyn Brooks del Bureau des Avocats Internationaux ad Haiti [Ufficio degli avvocati internazionali], “Marie, una madre venticinquenne incinta, è stata ferita dagli agenti del governo che le hanno sbattuto sullo stomaco una porta durante un’irruzione di mattina presto nel campo profughi del sisma a Port-au-Prince.” I residenti del campo hanno detto a Quigley e alla Brooks, che Marie “è stata aggredita da uomini che sono entrati nel campo su ordine del sindaco del sobborgo di Delmas di Port-au-Prince”. Quando un legale del BAI ha interrogato il capo dei teppisti che avevano aggredito Marie, tuttavia, egli gli ha detto che era stato il “Palazzo Nazionale” a mandarli nel campo.

L’amministrazione Martelly è anche rimasta a guardare  mentre migliaia di altri residenti sfollati sono stati espulsi dai campi su terreni privati. In alcuni casi i proprietari dei terreni – che spesso hanno dubbi titoli di proprietà – hanno assunto teppisti per malmenare i residenti nei campi. Ufficiali della polizia haitiana e truppe dell’ONU, della Missione delle Nazioni Unite di Stabilizzazione di Haiti (MINUSTAH) hanno spesso dato il loro contributo alle espulsioni forzate.

L’attore/attivista Danny Glover, insieme con Mark Weisbrot del Center for Economic and Policy Research [Centro per la ricerca politica ed economica] e Nicole Lee del Transafrica Forum,  sono intervenuti per bloccare temporaneamente un’espulsione forzata in agosto. Il campo era il Barbancourt 17, sede si più di quaranta famiglie.  Il proprietario del terreno, secondo Nicole Lee, si è riferito agli sfollati residenti come a “gente che non conta”. I soldati della MINUSTAH sono rimasti, a disagio, ad assistere allo scontro verbale tra Danny Glover e l’apparente proprietario del terreno. Anche se l’intervento statunitense ha fatto guadagnare un po’ di tempo ai residenti, Justin Podur ha riferito che “i residenti nel campo sono stati improvvisamente espulsi mercoledì (28 settembre) senza piani o forniture per i luoghi dove si supponeva dovessero trasferirsi.  Alcuni sono stati accolti dalla famiglia e da amici, mentre altri vivono in automobili, strade e vicoli.”

Mentre le motivazioni dei proprietari dei terreni – per quanto ripugnanti – sono almeno più facili da capire, è incomprensibile perché il governo haitiano getti nelle strade i sopravvissuti della più grande calamità di Haiti.  Tali azioni contraddicono direttamente la propaganda a favore di Martelly che ora adorna numerosi cartelloni a Port-au-Prince: che Martelly sta con il popolo.

I critici hanno osservato che Martelly – noto principalmente come musicista di konpa [musica haitiana – n.d.t.] e per le sue volgari esibizioni in scena – ha collegamenti noti con i Duvalieristi (i sostenitori dell’ex dittatore Jean-Claude Duvalier) ed esecutori di colpi di stato del passato. Martelly non ha nascosto questi collegamenti; un nuovo articolo dell’Associated Press osserva che “il figlio [di Duvalier] lavora come consigliere del nuovo presidente del paese, Michel Martelly, mentre altri, con collegamenti con l’odiato e temuto regime di Duvalier, lavorano per l’amministrazione.”  Martelly ha ammesso di essere stato egli stesso in passato membro dei Tonton Macoutes, la temuta polizia segreta di Duvalier. In questo contesto, le espulsioni forzate e le estese violazioni dei diritti umani sanzionate dallo stato, hanno un sottinteso più profondo e minaccioso. Se Martelly vuole convincere il popolo haitiano che egli è davvero con loro, un primo passo sensato consisterebbe nel bloccare le espulsioni forzate e nel dare priorità alla costruzione di alloggi permanenti per gli sfollati sopravvissuti al sisma.  La comunità internazionale, le molte persone di tutto il mondo che hanno manifestato sostegno ai sopravvissuti del terremoto e chiunque sia solidale con il popolo haitiano, non dovrebbero chiedere niente di meno.

 

 

Bill Quigley è professore di legge  e avvocato per i diritti umani alla Loyola University di New Orleans e presso il Centro per i Diritti Costituzionali. E’ un sopravvissuto di Katrina ed è attivo da anni per i diritti umani ad Haiti. E’ volontario presso l’Istituto per la Giustizia e la Democrazia ad Haiti e il Bureau des Advocats a Port au Prince. Può essere contattato a Quigley77@gmail.com

Lauren Carasik professore di praticantato legale e direttore del Centro Internazionale per i Diritti Umani  e del Centro per i Servizi Legali della Scuola di Legge dell’Università del Western New England.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo www.zcommunications.org/victimized-a-second-time-by-bill-quigley

 

Traduzione di Giuseppe Volpe

 

© ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

 

 

 

 

 

 

Annunci