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Di John Feffer, 20 ottobre 2011

Gli Stati Uniti si sono da molto tempo attribuiti il titolo di potenza del Pacifico. Nel 1899, nelle Filippine hanno stabilito il modello di contro insurrezione e hanno sconfitto i Giapponesi nella Seconda  guerra mondiale. Nel 1950  hanno sopraffatto  i Cinesi e i Nordcoreani per mantenere divisa la penisola della Corea ed hanno armato i Taiwanesi. Oggi l’America mantiene l’esercito più potente nell’area del Pacifico, appoggiata da una costellazione di basi militari, di alleanze bilaterali e da circa 100.000 dipendenti per i  vari servizi.

Ha tuttavia raggiunto il “livello di piena” della sua presenza ed influenza nel Pacifico. Sta per essere ridisegnata la mappa geopolitica di quella area. L’Asia nord orientale che è l’area del mondo con la maggiore concentrazione di potere economico e militare, è sulla soglia di una trasformazione regionale. E gli Stati Uniti, ancora preoccupati per il Medio Oriente e azzoppati da un’economia bloccata e ristagnante, saranno gli intrusi.

Le elezioni faranno parte del cambiamento. Il prossimo anno i Sudcoreani, i Russi e i Taiwanesi  andranno alle urne. Nel 2012  il Partito comunista cinese ratificherà anche la sua scelta di un nuovo capo che succederà al presidente Hu Jintao. Sarà l’uomo che si ipotizza che presiederà all’ascesa del paese dalla posizione di numero due all’apice  dell’economia mondiale.

Ma qui c’è in serbo una sorpresa per Washington. L’elemento catalizzatore del cambiamento forse si dimostrerà essere la nazione che finora  in quella area è quella che è cambiata di meno: la Corea del Nord. Nel 2012, il governo nordcoreano  ha divulgato con grande clamore al suo popolo la promessa di creare un kangsong taeguk, cioè un  paese economicamente  prospero e militarmente forte. Pyongyang deve ora in un certo qual modo tenere fede alla promessa, in un periodo di scarsità di cibo, di stagnazione economica globale e di incertezza politica. Questo sogno del 2012 sta spingendo il regime di Pyongyang a passare alla marcia più alta in campo diplomatico, il quale, a sua volta, sta già creando enormi occasioni per le potenze più importanti  del Pacifico.

Washington, che ha incentrato per anni la sua attenzione sul piccolo arsenale nucleare della Corea del Nord che però è in via di sviluppo, ha prestato poca attenzione alle situazioni di maggiore progresso  esistenti in Asia. Neanche l’imminente trasformazione dell’Asia sarà un argomento importante nella nostra elezione presidenziale del prossimo anno. Discuteremo di posti di lavoro, di assistenza sanitaria, se il presidente è un socialista o se il suo sfidante repubblicano è un caso patologico. A parte qualche rituale critica alla Cina,  l’Asia non si meriterà  molte citazioni.

Il presidente Obama, ansioso di fornire armi di attacco al suo oppositore, sarà riluttante a gingillarsi con la politica asiatica che ha già inserito il pilota automatico.  quindi, Mentre altri, quindi, lottano per rifare l’Asia Orientale, gli Stati Uniti soffriranno della loro particolare forma di deriva continentale.

                              Pyongyang tira fuori tutto il proprio fascino

 

Il 5 aprile 1912, in luogo sconosciuto dell’Impero giapponese nasceva un bambino in una famiglia cristiana orgogliosa delle proprie origini coreane. Il centesimo anniversario della nascita di Kim Sung  Il Sung, il fondatore della Corea del Nord e capo della dinastia,  cadrà il prossimo anno. Normalmente, un evento del genere, sarebbe importante soltanto per i 24 milioni di Nordcoreani e per una manciata di Coreani che vivono altrove. Questo centenario, però, segna anche la data nella quale il regime della Corea del nord ha promesso di raddrizzare le cose.

Malgrado  le sue pretese di  fiducia in se stessa, Pyongyang ha ampiamente dimostrato di potercela fare soltanto se i suoi amici la aiutano molto. Fino a poco tempo fa, però, la Corea del nord non si è comportata molto bene con gli altri.

Ha risposto in modo particolarmente intransigente, per esempio alle politiche più aggressive adottate dal nuovo presidente della Corea del Sud Lee Myung Bak, quando ha assunto la carica nel febbraio 2008. L’uccisione di un turista Sudcoreano nella località turistica di Munt Kumgang nel luglio di quello stesso anno, l’affondamento della nave della marina, la Cheonian, nel 2010, (Pyongyang sostiene ancora di non averne colpa), e il bombardamento dell’isola sud coreana di Yeonpyyeong alla fine di quell’anno, hanno tutti accelerato un crollo nelle relazioni tra il  nord e il  sud di quella nazione. In questo periodo il Nord ha testato un secondo ordigno nucleare, inducendo perfino il suo alleato più vicino, cioè la Cina, a reagire disgustata e a sostenere una dichiarazione di condanna all’ONU. Pyongyang è riuscita anche ad alienarsi ulteriormente Washington rivelando che nel 2010 stava di fatto perseguendo un programma per produrre urano altamente arricchito,  altamente distruttivo, una cosa che per parecchio tempo hanno negato.

Questi azioni hanno avuto dolorose conseguenze economiche. La Corea del Sud ha cancellato quasi tute le forme di cooperazione. Il secondo test nucleare del Nord  ha mandato a monte qualsiasi riavvicinamento incipiente con gli Stati Uniti. (L’amministrazione Bush aveva cancellato la Corea del Nord dalla lista dei paesi terroristi, e c’erano stati degli accenni che altre sanzioni d vecchia si sarebbero potute lasciar cadere prima o poi come parte di relazioni sempre più cordiali).

Soltanto il rapporto con la Cina è rimasto inalterato, soprattutto perché Pechino sta divorando importanti quantità di minerali di grande valore e sta assicurando l’accesso ai porti in cambio di cibo ed energia sufficienti a mantenere in vita il paese e a galla il regime. Tra il 2006 e il 2009, un’economa nord coreana già anemica, si è contratta, e la carenza  cronica di cibo si è acutizzata di nuovo.

A questi travagli economici si devono aggiungere quelli politici. I dirigenti del paese hanno superato da tempo l’età della pensione: il capo settantenne Kim Jonh Il è più giovane della maggior parte dell’élite che governa. Ha designato il suo figlio più giovane, Kim Jeong Eun come suo successore, ma l’unica qualità che questo ragazzo del mistero sembra avere a suo favore è la somiglianza con suo nonno, Kim Il Sung.

La Corea del Nord, tuttavia, non sembra più prossima a un collasso su vasta scala di quanto lo fosse durante crisi precedenti, come durante  la devastante carestia della metà degli anni ’90. Uno stato del tutto repressivo con una società civile nulla, sembrano assicurare che nessuna rivoluzione colorata (www.it.wikipedia.org/Rivoluzioni_colorate),  nessuna “Primavera di Pyongyang” sia imminente. Aspettare che il regime nord coreano si avvii dolcemente verso l’oscurità, è come aspettare Godot.

Questo però non significa che  il cambiamento non sia nell’aria. Per far partire la sua economia in disordine, e fornire una spinta  politica al  prossimo presidente  nell’anno del kangsong taeguk, la Corea del Nord è improvvisamente nella disposizione d’animo favorevole a fare un accordo.

La recente visita di Kim Jong Il in Siberia, per incontrarsi con il presidente russo Dmitri Medvedev, per esempio, ha fatto alzare le sopracciglia a poche persone bene informate. Conferendo con Medvedev presso una base militare russa vicino al lago Baikal, per la prima volta dopo molto tempo, il presidente Nordcoreano ha perfino fatto intravedere la possibilità di una moratoria per la produzione e la sperimentazione  di armi nucleari. Sostanzialmente, ha concluso un accordo preliminare per un gasdotto che potrebbe da solo cominciare a trasformare la politica di quella zona. Trasferirebbe il gas naturale dall’estremo Oriente russo ricco energia, attraverso la Corea del Nord alla Corea del sud economicamente in forte espansione, ma affamata di energia. L’accordo potrebbe far realizzare a Pyongyang un utile di 100 milioni di dollari all’anno.

L’offensiva del nuovo fascino del Nord non avrebbe alcuna speranza di riuscita se un analogo cambiamento di disposizione d’animo non fosse in corso nella Corea del Sud.

                                     Il calcolo sbagliato del bulldozer

Quando ha assunto la carica, il presidente conservatore della Corea del Sud, Lee, Myung Bak, noto come “il bulldozer” quando era  capo della divisione di ingegneria  della Hyundai  (www-it.wikipedia.org/wiki/Lee_Myung-bak) aveva promesso di porre i rapporti della Corea del Sud su nuove basi. Dieci anni di “politica dell’impegno” con la Corea del Nord, secondo Lee hanno prodotto un rapporto asimmetrico. Il Sud, insisteva, forniva tutto il contante, e il Nord faceva molto poco in cambio. Lee ha promesso un rapporto basato soltanto su quid pro quos (una cosa in cambio di un altra)

Ha ottenuto invece un atteggiamento vendicativo: retorica e azione militare più dura. Alla fine, sebbene il Nord non si sia fatto amici al di sotto del 38° parallelo, adottando quel sistema, la nuova era di ostilità non ha aiutato neanche l’amministrazione Lee. In generale, i Coreani del Sud guardavano con orrore come un rapporto relativamente tranquillo virasse pericolosamente verso un conflitto militare.

Il partito governante di Lee ha sofferto una sconfitta nelle ultime elezioni straordinarie svoltesi  a metà aprile e in agosto,  quando ha sostituito il suo ministro che seguiva una linea intransigente di “unificazione” con un tipo più conciliante. Anche se insiste ancora per avere le scuse per l’affondamento della nave Cheonian e per il bombardamento di Yeonpyeong, il partito al potere sta tuttavia cercando i modi di ripristinare i legami commerciali e di fornire anche assistenza umanitaria al Nord.  Fino dall’estate, rappresentanti del Nord e del Sud, si sono incontrati due volte per discutere il programma nucleare di Pyongyang. Sebbene le due parti non abbiamo fatto progressi sostanziali, il palcoscenico è pronto per la ripresa dei Colloqui del Gruppo dei Sei tra le due Coree, la Russia, il Giappone, la Cina e gli Stati Uniti che si erano interrotti nel 2007.

Anche se il partito all’opposizione non eliminerà dal potere i conservatori nelle elezioni del 2012, probabile che la Corea del sud abbandonerà il tipo di    da “uomo duro” adottata da Lee. In settembre, il probabile suo successore come candidato del partito al governo, Park Geun-Hye, ha criticato apertamente l’approccio di Lee in un articolo su Foreign Affairs  che chiedeva invece una “politica della fiducia” .

Uno dei progetti che Park ha scelto di nominare è una linea ferroviaria tra le due Coree, che dovrebbe “forse trasformare la Penisola coreana in un condotto per il commercio della zona”. E’ un’affermazione inadeguata rispetto alla realtà. Riattivare la linea e allacciarla alla ferrovia Transiberiana della Russia collegherebbe la penisola coreana all’Europa, ridurrebbe i tempi  di spedizione   delle merci da una parte all’altra dell’Eurasia di circa due settimane, e farebbe risparmiare alla Corea del sud da 34 $ a 50$ per ton (907kg. circa)di costi di spedizione. Nel frattempo, il gasdotto che la Corea del Sud ha approvato alla fine di settembre, potrebbe ridurre i costi del gas di circa il 30%. Per il secondo maggior paese importatore di gas del mondo, sarebbe un risparmio importante.

Dei seri passi in campo economico per la riunificazione delle due Corre, non sono soltanto un sogno, ma anche un buon affare. Perfino nei peggiori momenti del recente periodo di separazione, è importante che le due nazioni siano riuscite a conservare il complesso industriale di Kaesong, situato appena a nord della Zona Demilitarizzata. E’ gestito da manager  sudcoreani, dà lavoro a oltre 45.000 Nordcoreani; la zona degli affari è una benedizione per entrambe le parti. Aiuta le imprese sudcoreane ad affrontare la competizione da parte della Cina, anche se fornisce moneta forte e lavori ben retribuiti al nord. La ferrovia  e il gasdotto offrirebbero analoghi vantaggi. La Corea del Nord ha una sola arma di scambio, il suo piccolo arsenale nucleare, al quale non rinuncerà mai. Un agente immobiliare vedrebbe la situazione in maniera diversa. Ciò che la Corea del Nord possiede davvero è la sua posizione, posizione, posizione,” e finalmente sembra pronta a     approfittare della sua  posizione cruciale  nel cuore della zona economica più vitale del mondo.

La linea ferroviaria collegherebbe le due regioni economiche più  grosse in un enorme mercato eurasiatico. E il gasdotto, insieme ai progetti di energia verde in Cina, in Corea del Sud, e in  Giappone, potrebbero cominciare a “svezzare” l’Asia orientale dalla sua dipendenza dal petrolio del Medio Oriente e quindi anche dalle forze armate degli Stati Uniti per assicurarsi l’accesso e per proteggere le rotte di navigazione.

Se li consideriamo in altro modo, questi progetti e altri simili che si affacciano nel futuro eurasiatico, sono importanti non soltanto per i paesi che collegano, ma per quelli che lasciano fuori, per esempio, gli Stati Uniti.

Fuori al freddo

 

L’amministrazione  Bush ha anticipato l’approccio di Lee Myung Bak alla Corea del Nord buttando via la carota e agitando il bastone. Nel 2006, tuttavia, Washington aveva fatto una conversione a U e stava cominciando a  coinvolgere  seriamente Pyohgyang. L’amministrazione Obama ha scelto un’altra tattica, adottando di fatto una politica di “pazienza strategica”, un eufemismo per ignorare la Corea del Nord e sperare che non andasse in collera.

Non ha funzionato. La Corea del Nord si è buttata a tutta  velocità nel suo programma nucleare. La campagna aerea degli Stati Uniti e della Nato contro Muammar Gheddafi della  Libia, che aveva rinunciato al suo programma nucleare per assicurarsi relazioni migliori con l’Occidente, ha soltanto rafforzato la convinzione  di Pyongyang che  le armi nucleari   sono i garanti fondamentali della sua sicurezza. L’amministrazione Obama continua a insistere che il regime mostra la sua serietà riguardo alla denuclearizzazione  come pre-condizione per riprendere i colloqui. Anche se Washington ha inviato di recente una piccola quantità di aiuti per le alluvioni, rifiuta di offrire qualsiasi serio aiuto alimentare. In effetti in giugno, la Camera dei rappresentanti ha fatto passare un emendamento alla proposta di legge sull’agricoltura che proibiva ogni aiuto alimentare a quella nazione, malgrado ne abbiano bisogno.

Sebbene probabilmente l’amministrazione manderà l’inviato Stephen Bosworth nella Corea del Nord alla fine dell’anno, nessuno si aspetta che ne conseguano  importanti cambiamenti nella politica o nelle relazioni con quella nazione. Con l’anno delle elezioni presidenziali che si profila, l’amministrazione Obama non è probabile che spenda capitale politico per la Corea del Nord – non quando i Repubblicani indubbiamente definirebbero qualsiasi nuova mossa una  “riconciliazione” di uno “stato terrorista”.

Obama ha assunto la carica con il desiderio di spostare la politica degli Stati Uniti dall’obiettivo medio orientale e di riaffermare l’importanza dell’America come potenza del Pacifico,in particolare perché  sta aumentando l’influenza  della Cina in quella area. Il Presidente, però,ha investito di più in droni  che nella diplomazia, sostenendo la guerra al terrore a spese del tipo di impegno più baldanzoso degli avversari che Obama indicava  come candidati. Nel frattempo l‘amministrazione si prepara ad aspettare  fino a quando le prossime elezioni faranno parte della storia e, per allora, potrebbe essere già troppo tardi mettersi al passo con i progressi fatti nella zona.

Dopo tutto, Washington ha visto la Cina diventare il socio più importante di quasi tutte le nazioni asiatiche. Analogamente, i legami economici tra Cina e Taiwan si sono considerevolmente intensificati, una realtà alla quale si deve inchinare perfino il partito di opposizione di quell’isola. La recente decisione dell’amministrazione Obama di non sconvolgere troppo Pechino vendendo sofisticati jet da combattimento F-16 a Taiwan, e optando invece per un semplice aggiornamento degli F-16 comprati nel 1990, è un chiaro segno del relativo declino degli Stati Uniti in quella area, come suggerisce l’analista   Robert Kaplan che ha sempre la visione di insieme delle situazioni.

Poi c’è il puro costo della presenza militare degli Stati Uniti nel Pacifico che sembra come un obiettivo succoso ai tagliatori di bilanci di Washington. I membri più importanti del Congresso come i senatori John McCain e Carl Levin hanno già segnalato la loro ansia sull’alto prezzo del cartellino di un “riallineamento strategico” in Asia che implica, tra le altre cose, un’espansione della base militare statunitense dell’isola di  Guam e un ammodernamento delle  strutture ad Okinawa.  In risposta a una domanda sui potenziali tagli di spese militari, il nuovo Deputy Secretary alla difesa Ashton Carter, ha confermato che la riduzione delle  truppe e delle basi degli Stati Uniti oltre oceano è “sul tavolo”.

Il futuro dell’Asia orientale non è certo un dato di fatto, come non sono l’unico possibile scenario il rapido sviluppo economico e l’integrazione regionale. Praticamente ogni nazione di quell’area ha  aumentato le sue spese militari. Abbondano i punti di tensione, particolarmente le  acque potenzialmente ricche di energia che varie nazioni reclamano come proprie. L’incredibile crescita economica della Cina è probabile che non sia sostenibile a lungo termine. E la Corea del nord potrebbe alla fine decidere di accontentarsi di essere  bisognosa dal punto di vista economico,  ma adeguatamente forte come potenza militare.

Tuttavia, l’orientamento per il 2012 e in seguito, punta a un maggiore impegno nella penisola di Corea, al di là dello stretto di Taiwan, e tra l’Asia e l’Europa. Proprio adesso, gli Stati Uniti,  con tutto il loro potere militare, non fanno parte di questa immagine che sta emergendo. Non è ora che l’America elegantemente  riconosca che gli anni in cui era la super potenza del Pacifico sono passati e pensi in modo creativo a come  essere invece un socio pacifico?

 

Da: Z Net – lo spirito della resistenza è vivo

Fonte: Le Monde Diplomatique

URL: http://www.zcommunications.org/why-2012-will-shake-up-asia-and-the-world-by-john-feffer

Traduzione di Giuseppe Volpe

 

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