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Rivoluzione nell’aria

di Ted Glick – 18 ottobre 2011

 

Quelli che portano via la

carne dalla tavola

insegnano ad accontentarsi.

Coloro ai quali le tasse sono destinate

esigono spirito di sacrificio.

I ben pasciuti parlano agli affamati

dei grandi tempi che verranno.

Quelli che portano all’abisso la nazione

affermano che governare è troppo difficile

per l’uomo qualsiasi.

 

B. Brecht

Ho saputo per la prima volta della tecnica del “microfono del popolo”  durante le dimostrazioni del novembre 1999 contro la World Trade Organization [Organizzazione Mondiale del Commercio] a Seattle. Mi ricordo di aver letto come, quando 400 persone dimostravano all’esterno del carcere in cui erano stati rinchiusi gli attivisti della giustizia globale, il metodo di comunicazione consistesse nella ripetizione, da parte della gente, delle parole di chi teneva il discorso,
senza amplificazione, all’indietro tra la folla, in modo organizzato.

A Occupy Wall Street ho sperimentato questa procedura in ciascuno dei tre giorni in cui sono stato lì.  L’ho sperimentata venerdì mattina tra le 5.30 e le 7 mentre, con molte migliaia di altri, difendevamo con i nostri corpi l’occupazione popolare da un’espulsione pianificata, mascherata da “pulizia del parco”.  Sono stato colpito quella mattina da quanto possa essere radicalmente democratica la procedura del microfono del popolo quando, una dopo l’altra, le
persone attorno al grandissimo cerchio hanno chiesto il “controllo microfono”.  Quando ciò è stato ripetuto da un numero sufficiente di altri vicino ( a volte c’era competizione )  l’oratore poteva  “prendere la parola”.

Ci sono stati brevi discorsi profondamente  commoventi venerdì mattina mentre aspettavamo di conoscere il nostro destino.  Un giovane afroamericano che stava in piedi vicino al centro del cerchio ha parlato di come non fosse stato sicuro di volersi schierare con noi e di come ora, invece, era sicuro che quella fosse la cosa giusta da fare, finendo con  “vi amo tutti”.  Una giovane bianca, gesticolando espansivamente con le braccia, ha espresso gli stessi sentimenti a modo
suo.  Quale ristoro, quale ispirazione!

E’ stata una cosa simile sabato sera,  con decine di migliaia di noi che ci siamo pacificamente impossessati di Times Square.  A un certo punto, dopo uno slogan dietro l’altro, si è acceso il microfono del popolo vicino a dove stavo io, all’incrocio tra la Quarantatreesima e Broadway,  e da un posto in mezzo alla folla, giovane dopo giovane ha parlato di come era felice di essere lì, di sé stesso e dei problemi – brutalità della polizia, estrema povertà delle comunità nere, dello schifoso sistema di assistenza sanitaria e così via – che lo colpiva di più.

Poi ci sono tutti i cartelli artigianali, molti di cartone ricavato da scatoloni.  Io portavo un cartello mio ieri, durante le cinque ore in cui sono stato nelle strade di Manhattan. Diceva: “Niente sabbie bituminose oppure niente pianeta.”  Molti lo hanno fotografato, hanno commentato che erano molto lieti di vederlo, mi hanno chiesto cosa significasse o mi hanno parlato del loro coinvolgimento nel movimento per fermare l’oleodotto Keystone XL dalla sabbie bituminose.

Ma, in aggiunta al mio, i miei due cartelli preferiti sono stati uno che diceva “Nuovo paradigma in costruzione, scusate il casino” e revisioni di “La fine è vicina”, come “L’inizio è vicino” è “L’inizio è qui.”

Penso, spero, prego che questi sentimenti siano profetici.  E’ realistico pensare che ci sia una buona probabilità che lo saranno, quali che siano gli alti e bassi del movimento mondiale “Occupy Together” [Occupiamo insieme] nelle prossime
settimane e mesi.

Un motivo è il fatto che questo è un movimento di giovani, e che ce ne sono decine di migliaia nelle strade degli Stati Uniti e centinaia di migliaia nel mondo.  Da molto tempo non si vedeva niente di simile negli Stati Uniti, forse dagli anni ’60.  Certamente ci sono state masse di giovani nei movimenti da allora, ma non riesco a pensare a nessuno di essi, con la possibile eccezione del movimento per la giustizia globale tra il 1999 e il 2001,  che sia stato così organicamente
guidato principalmente da giovani tra i 25 e i 30 anni.  E’ una cosa enorme.

Un altro motivo è lo sfondo sociale-politico-economico-ecologico di queste proteste.  Il sistema del capitalismo imprenditoriale che domina il pianeta è un sistema in crisi profonda, che minaccia il futuro di tutte le forme di vita sulla Madre Terra, e la consapevolezza di questo è profonda e diffusa nel mondo. E’ un fatto che o “noi siamo i dirigenti che aspettavamo” oppure quelli che dominano il governo e la vita economica ci condurranno sempre più in profondità nell’abisso.  Questa è una motivazione potente per mantenerci tutti concentrati e incollati qui.

Ma forse il motivo più importante per sperare è la nuova cultura, il nuovo modo di interagire, l’apparente profondo impegno per un processo completamente democratico , un “nuovo paradigma in costruzione” che è così chiaramente in mostra allo Zuccotti/Liberty Park, proprio nel cuore del morente sistema distruttivo.  Non è perfetto; la democrazia a volte è un “casino” ma è impossibile essere lì con una mente aperta e non sentirsi toccati.

Nonostante le difficoltà e le lotte che le persone affrontano – la mancanza di lavoro, i prestiti per gli studi da rimborsare, il sistema di assistenza sanitaria guidato dal profitto,  i pignoramenti delle case ipotecate per i mutui e le limitate opzioni di alloggio, la crisi climatica in accelerazione e tutto il resto – in questo nuovo movimento le persone si ritrovano, si aiutano e si vogliono bene.  Stanno dimostrando, attraverso il  modo in cui portano avanti le loro occupazioni, che davvero nell’unione sta la forza. Sono in questo momento, come ha detto Naomi Klein, “la cosa più importante del mondo”. Sono davvero la nostra futura speranza.

 

Ted Glick è dal 1968 un attivista, sindacalista e scrittore. I suoi scritti precedenti e ulteriori informazioni possono essere trovati a http://www.tedglick.com.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo  http://www.zcommunications.org/revolution-in-the-air-by-ted-glick

 

Traduzione di Giuseppe Volpe

 

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