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Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

Testo di un discorso tenuto a una riunione patrocinata dalla CNT a Barcellona, Spagna.

Grazie per avermi invitato. E’ un piacere essere qui.

Spero che avremo tempo per un ampio dibattito, perché sono molto ansioso di ascoltare le vostre idee sul nostro argomento, che è la visione di un’economia partecipativa.

Per cominciare, dunque, nelle parole del grande economista inglese John Maynard Keynes

“[il capitalismo] non è un successo. Non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso … e non mantiene le promesse. In breve, non ci piace e stiamo cominciando a disprezzarlo. Ma quando ci chiediamo cosa mettere al suo posto,
siamo estremamente perplessi.”

Vediamo se possiamo smontare tale perplessità.

In primo luogo, qual è il vero problema del capitalismo?

Il capitalismo è un furto

I più ricchi degli Stati Uniti, per esempio, detengono una ricchezza senza precedenti nella storia.

I più poveri degli Stati Uniti, tuttavia, vivono sotto i ponti in ripari di cartone, o smettono di vivere del tutto.

Il divario, negli Stati Uniti e, analogamente, qui in Spagna è un prodotto sociale, un furto.

Il capitalismo è alienazione e antisocialità

Nel capitalismo i motivi che guidano le decisioni sono pecuniari, non personali.

I motivi sono egoistici, non sociali.

Perseguiamo l’avanzamento individuale a spese degli altri. Non un avanzamento collettivo a beneficio comune.

La conseguenza è ambiente antisociale in cui belle persone finiscono ultime e la logica economica persegue il profitto anziché il benessere sociale.

Il capitalismo è autoritario

Nei luoghi di lavoro capitalisti, quelli che lavorano a compiti tediosi e di routine hanno praticamente zero voce in capitolo sulle condizioni, le produzioni e gli obiettivi. I proprietari dei luoghi di lavoro o coloro che monopolizzano le posizioni
di potere, hanno quasi l’intera autorità.

Nemmeno Stalin, ad esempio, ha mai sognato che il popolo dovesse chiedere il suo permesso per mangiare o andare al bagno, e tuttavia le imprese esercitano quotidianamente tale potere.

Le imprese somigliano alla democrazia quanto i campi di sterminio somigliano alla pace.

Il capitalismo è inefficiente

La ricerca del profitto di mercato spreca le capacità di circa l’ottanta per cento della popolazione addestrandola a sopportare la noia e a prendere ordini, non a realizzare i propri maggiori potenziali.

La ricerca del profitto di mercato spreca anche risorse smisurate nella produzione di articoli che non sono utili e costringendo le persone ad assegnazioni di compiti lavorativi che sono imposti e cui, perciò, viene opposta resistenza.

Il capitalismo è razzista e sessista

Nella concorrenza di mercato i proprietari inevitabilmente sfruttano le gerarchie di razza e di genere prodotte in altre parti della società.

Se fattori extraeconomici riducono il potere negoziale di alcuni protagonisti aumentando quello di altri, creando aspettative gerarchiche su chi dovrebbe comandare e chi dovrebbe ubbidire, i capitalisti sfrutteranno tali gerarchie.

Il capitalismo è violento

La corsa al dominio capitalista del mercato produce nazioni in conflitto con altre nazioni fino a quando quelli che acquisiscono potere sufficiente non si trovano nella posizione di sfruttare le risorse e le popolazioni di quelli che mancano di mezzi di difesa.

La manifestazione finale è l’imperialismo, il colonialismo e la guerra scellerata.

Il capitalismo è insostenibile

Gli avidi di denaro accumulano e accumulano, senza considerazione per i bisogni e i desideri umani. Ignorano o nascondono deliberatamente l’impatto di ciò che fanno non solo ai lavoratori e ai consumatori, ma anche all’ambiente.

Il mercato incentiva calcoli a breve termine. Rende l’accumulo di scarti per evitare costi una via agevole e concorrenzialmente obbligata al guadagno. Le conseguenze si vedono nell’aria e nel suolo. Sono attenuate soltanto da movimenti sociali che obbligano a un comportamento più saggio.

Il capitalismo fa schifo

Potrei ovviamente elencare per molte ore i guasti del capitalismo, le sue patologiche implicazioni umane, sia in teoria sia in statistiche crude, e sono sicuro che sareste in grado di farlo anche voi.

Ma penso che non abbia senso farlo qui, o, in realtà, quasi in nessun altro posto; non  più.

Penso che, arrivati a questo secondo decennio del ventunesimo secolo, solo un numero relativamente limitato di persone sia stato reso così insensibile dai propri vantaggi, o sia stato reso così ignorante dalla sua istruzione avanzata, o sia stato così manipolato dai media e dalla propria ingenuità, o così forzato dalla propria posizione, da non capire che il capitalismo è ora un gigantesco olocausto d’ingiustizia.

Tutti sono a terra, sotto ogni aspetto, e tutti lo sanno.

Come ha detto Keynes, il capitalismo non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso, e nemmeno mantiene le promesse.

E allora cosa vogliamo al suo posto? Parecon.

L’Economia Partecipativa, o Parecon, che è l’alternativa che io sostengo al capitalismo, è costruita su solo quattro impegni istituzionali.

La Parecon non è, perciò, un progetto per un’intera economia. E’ la descrizione di caratteristiche chiave di solo alcuni aspetti di importanza centrale di un’economia.

La Parecon è sufficiente, e soltanto sufficiente, per farci capire che con la Parecon la gente del futuro autogestirà la propria vita economica come deciderà di farlo.

Consigli dei lavoratori e dei consumatori

La prima caratteristica dell’economia partecipativa è rappresentata da una serie di consigli dei lavoratori e consumatori del tipo che abbiamo visto emergere più di recente in luoghi quali l’Argentina e il Venezuela.

La caratteristica aggiuntiva dei consigli della Parecon, tuttavia, è un impegno molto esplicito al processo decisionale autogestito.

Le persone, in una Parecon, influenzano le decisioni in proporzione a quanto risultano toccate da esse. Se una decisione mi toccherà di più, avrò maggior voce in capitolo. Se mi toccherà di meno, avrò minor voce in capitolo.

A volte l’autogestione comporta la regola della maggioranza in base a un voto per ogni persona. Si pensi alla decisione riguardo all’orario d’inizio della giornata lavorativa.

A volte l’autogestione potrebbe richiedere un tipo diverso di conteggio, forse due terzi o tre quarti necessari per vincere, o che voti solo una parte dell’intera popolazione. Si pensi a decisioni che riguardano principalmente un gruppo di lavoro,
in cui vota solo quel gruppo.

A volte, per coloro che stanno decidendo il modo migliore di avvicinarsi a un’autogestione perfetta, può essere necessaria l’unanimità. Si pensi a una squadra che decida il suo programma dando a ciascuno il diritto di veto perché un programma
cattivo potrebbe danneggiare fortemente ciascuna persona.

Ci sono anche occasioni, molte occasioni, in cui tutti riteniamo che un processo decisionale dittatoriale sia quello che meglio si accorda con l’autogestione. Decido io quale quadro mettere nella mia area di lavoro, o di che colore indossare i calzini, e lo faccio da solo, per conto mio, come Stalin.

Il punto è che in una Parecon, tutti questi approcci alle votazioni e persino modi particolari di presentare, discutere e dibattere prima della votazione finale, sono tattiche che utilizziamo per conseguire, quanto meglio sia sensato farlo, un peso autogestito appropriato per tutti i protagonisti coinvolti.

Dunque, come nostro primo impegno abbiamo i consigli autogestiti dei lavoratori e dei consumatori.

Remunerazione equa

La seconda caratteristica centrale della Parecon riguarda la remunerazione equa.

Fermo il resto, in una Parecon guadagneremo di più se lavoreremo più a lungo, più duramente o in condizioni più difficili e dannose.

La remunerazione sarà basata sulla durata, l’intensità e la durezza sopportate. Non sarà basata sulla proprietà, sul potere o sulla produzione.

La Parecon respinge l’idea che qualcuno debba guadagnare di più grazie a qualche atto legale in tasca. Non c’è giustificazione morale per il profitto né vi sono incentivi che lo autorizzino.

La Parecon respinge anche un’economia teppistica in cui uno ottiene quel che riesce a prendersi. Questa è una caratteristica degli scambi di mercato. E’ il tipo di remunerazione che i diplomati delle scuole commerciali celebrano. Hai di più se hai il potere di prendertelo.

Ad Al Capone, il famoso criminale statunitense, fu chiesto una volta quali fossero i suoi sentimenti nei confronti degli Stati Uniti.

Rispose: “Amo gli Stati Uniti. Gli Stati Uniti sono meravigliosi. Negli Stati Uniti hai tutto quel che sei capace di prendere.”

Così i diplomati delle scuole commerciali e Al Capone sono d’accordo: tieniti quello che sei capace di prendere. Ma la Parecon rifiuta la remunerazione da teppisti.

In modo molto più controverso, la Parecon respinge anche l’idea che dovremmo ritrarre dall’economia un importo uguale al contributo da noi dato ad essa con il nostro lavoro.

Molti socialisti sono favorevoli a questa norma, ma la Parecon la rifiuta. Il motivo di
questo rifiuto è che la Parecon comprende che la nostra produzione dipende da molti
fattori e premiare la produzione premia ciascuno di tali fattori.

Se abbiamo strumenti migliori, produciamo di più. Dovremmo avere un reddito
maggiore per la fortuna di disporre di strumenti migliori?

Se lavoriamo in un ambiente più produttivo, o produciamo articoli di maggior valore,
produciamo un grande valore. Dovremmo avere un reddito maggiore per la fortuna di
lavorare in un posto piuttosto che in un altro?

Se abbiamo qualità innate che aumentano la nostra produttività, produciamo di più.
Dovremmo ricevere un reddito maggiore per essere nati con una grande voce, o
con grandi riflessi, o con una corporatura massiccia o con un talento fantastico per i
calcoli?

La Parecon risponde no a tutte e tre le domande.

Non dovremmo ricevere di più per la fortuna quanto agli strumenti, la fortuna quanto
al luogo di lavoro, o la fortuna quanto alla lotteria genetica.

Dovremmo, invece, ricevere di più se lavoriamo più a lungo, più duramente, o in
condizioni più onerose, facendo un lavoro socialmente valido.

La remunerazione pareconiana ha senso morale e promuove anche lavoro produttivo,
come dovrebbero fare gli incentivi.

La protesta solita riguardo alla remunerazione pareconiana equa è la seguente.

I dottori non andranno all’università e alle scuole di medicina e non si sottoporranno
all’addestramento se non saranno pagati molto di più dei lavoratori delle miniere che
scavano la roccia e di quelli che rigirano gli hamburger da MacDonalds.

In questo modo, con lo schema di remunerazione della Parecon perderemo i dottori
e altri lavoratori creativi, necessari, e ne soffriremo tutti. Questo ci dicono gli
economisti, gli studenti lo ripetono, virtualmente tutti lo danno per scontato.

Di fatto, tuttavia, l’affermazione è totalmente insensata. E’ ripetuta così spesso che la
maggior parte delle persone la prende per vangelo, ma è tutt’altro che ciò.

Considerate che, se solo ci pensate per un paio di minuti, è questo che viene detto.

Sam e Sara hanno appena finito le superiori. Sara va a lavorare in una miniera di
carbone, o da MacDonalds. Sam va all’università, poi alla scuola di medicina, poi a
fare l’interno.

Sara, per essere generosi, guadagnerà 60.000 dollari all’anno per i successivi 45 anni
e poi andrà in pensione. Sam guadagnerà, una volta dottore, 600.000 dollari all’anno
fino a quando andrà in pensione.

Così, ecco quel che gli economisti ci dicono.

Sam deve ricevere quello stipendio perché se lo pagassimo di meno non andrebbe
all’università, non andrebbe alla scuola di medicina, non farebbe l’internista e non
sarebbe un dottore ricco.

Evidentemente la sofferenza dell’università rispetto al trovarsi in una miniera di
carbone per lo stesso periodo, e della scuola di medicina in confronto allo stare in
una miniera di carbone per gli stessi anni, e dell’internato rispetto allo stare in una
miniera di carbone, è così orribile che è necessario quel pagamento per i successivi
decenni come una specie di tangente.

Spero che siate già in grado di comprendere l’assurdità della cosa.

In effetti, se chiedessimo a Sam di scegliere tra il suo percorso verso il dottorato e la
miniera di carbone e MacDonalds, e di farlo alla luce di un salario inferiore a quello
offerto a un dottore … e poi cominciassimo a ridurre il salario proposto e dicessimo:
“Sam, dicci quando sei pronto a rinunciare a diventare dottore e a fare il cambio,
per il fatto di non essere pagato abbastanza”, il risultato sarebbe assolutamente
prevedibile.

Ho fatto questo esperimento dozzine di volte, con studenti in attesa di laurearsi, con
dottori, con altri studenti, tutti che nemmeno cinque minuti prima mi avevano detto
che la remunerazione pareconiana era una cosa idiota e avrebbe portato all’assenza di
medici, e ho ottenuto sempre lo stesso risultato.

Dicono no al passaggio dalla medicina al carbone o agli hamburger partendo da [una
riduzione della paga da medico da] 500.000 dollari, 400.000 dollari … giù giù fino a
60.000 dollari e poi a 50.000 dollari e poi tipicamente mi fermano. E dicono: “Beh,
non so. Quanto posso scendere e comunque sopravvivere?” E finiscono sempre col
ridere, confusi da quanto sia ovvio che i loro insegnanti di economia siano stati dei
bugiardi o degli idioti.

La realtà, ovviamente, è che i medici prendono quel che prendono, perché nel
capitalismo hanno il potere di guadagnare quelle cifre. Non ha nulla a che fare con
la giustizia o gli incentivi. Ha tutto a che fare con la concorrenza del mercato e con
il potere basato su un monopolio di competenze e di sapere che viene attentamente
conservato.

E in una Parecon, anche se invece siamo pagati solo per la durata, intensità e onerosità
del lavoro socialmente valido, tutti vorremo fare le cose di cui siamo capaci e cui
possiamo contribuire. Non è soltanto morale; genera incentivi economicamente
corretti.

Combinazioni equilibrate di compiti

Come sua terza caratteristica, l’economia partecipativa ha bisogno di una divisione
del lavoro.

Se una nuova economia dovesse cancellare la proprietà privata e attuare una
remunerazione equa e anche incorporare i consigli autogestiti, ma conservasse
contemporaneamente l’attuale divisione imprenditoriale del lavoro, i suoi impegni
sarebbero incoerenti.

Se prendete in considerazione i posti di lavoro qui, in giro per il mondo o, quanto
a questo, nelle economie socialiste del ventesimo secolo, rileverete una cosa
sorprendentemente comune. Il modo in cui il lavoro è parcellizzato in compiti è
davvero coerente.

Un lavoro comprende solo compiti che danno potere. I successivi quattro hanno solo
compiti che il potere lo tolgono. Un altro lavoro ha solo compiti che danno potere. I

successivi quattro solo compiti che tolgono potere.

La divisione imprenditoriale del lavoro consiste nell’avere il 20% della forza lavoro
che monopolizza i compiti che danno potere e il restanto 80% che esegue solo
mansioni subordinate, di routine, che rimbecilliscono.

Ciò assicura che il primo gruppo – che voglio chiamare classe coordinatrice –
compresi, per inciso, i medici – domina sul secondo gruppo, la classe lavoratrice.

I coordinatori hanno tutto il sapere, le competenze sociali, la fiducia in sé stessi
e persino l’energia necessari per dibattere e prendere decisioni. I lavoratori sono
derubati del sapere, contrastati nel progresso delle proprie competenze sociali, e
consumati.

Anche con un impegno formale all’autogestione, i coordinatori fanno la loro
comparsa nei dibattiti per le decisioni in un consiglio di lavoratori avendo fissato il
programma della discussione, possedendo tutte le informazioni relative al dibattito
che segue, possedendo solo essi l’abitudine alla comunicazione che informerà di sé
il dibattito ed essendo i soli a possedere e a emanare la sicurezza di sé e l’energia per
una partecipazione piena.

I lavoratori, per contro, essendo stati annoiati e sfiancati dal lavoro ripetitivo e
svuotante che compiono, si presenteranno alle discussioni per le decisioni solo mal
preparati e desiderosi di andare a casa.

Saranno perciò i coordinatori a determinare i risultati. Col tempo cominceranno a
sentirsi superiori. I lavoratori privati del potere cominceranno a evitare le riunioni.
I coordinatori, allora, sceglieranno di remunerarsi meglio, di sveltire le riunioni e le
procedure decisionali escludendo quelli che stanno sotto e di orientare le decisioni
economiche negli interessi della propria classe dominante.

Alcuni anni fa sedevo in una stanza con circa cinquanta lavoratori, ciascuno
proveniente da una fabbrica occupata diversa. Dovevo tenere un discorso ma
suggerii di fare prima un giro di tavolo affinché ciascuno riferisse le sue esperienze.

Queste persone si stavano appena conoscendo e inizialmente erano ottimiste.
Dopotutto erano tutte impegnate in occupazioni e stavano conseguendo successi nelle
fabbriche rilevate dai precedenti proprietari.

Arrivati alla terza persona che riferiva, la stanza si era fatta quieta e l’atmosfera di
ottimismo era svanita. Arrivati alla quinta le cose si erano fatte lacrimose. C’erano
lacrime negli occhi delle persone una volta arrivati alla settima persona, e io sono

intervenuto per dire che avevo sentito a sufficienza per cominciare il mio discorso,
cosa che ho fatto.

Ciascun lavoratore aveva raccontato una storia simile. L’ultima era pressappoco
così: “Non avrei mai pensato che avrei detto qualcosa di simile, ma forse Margaret
Thatcher aveva ragione.”

“Abbiamo rilevato la nostra fabbrica” continuò. “Abbiamo reso le paghe uguali, salvo
che per le differenze nell’orario lavorato. Abbiamo istituito la democrazia e persino
elementi di autogestione. Il tempo è passato. Abbiamo reso la fabbrica un successo
ma ora, odio dirlo, sta tornando tutta la vecchia merda. La nostra democrazia sta
diventando una finzione. I redditi divergono. Si instaura l’alienazione. Forse è
semplicemente impossibile.”

Così io ho parlato degli effetti della divisione imprenditoriale del lavoro che essi
avevano conservato, e del perché era quella la spiegazione del fatto che i coordinatori
acquistavano maggior potere e alla fine ottenevano anche un maggior reddito.

A causa del fatto che circa i quattro quinti occupano posizioni da classe lavoratrice
e circa un quinto posizioni della classe coordinatrice, quest’ultima ha dominato e ha
sviluppato un visione di sé stesse e anche visioni degli altri deformate, e nel tempo è
tornata la vecchia merda.

Sapere questo è stata la differenza tra le persone che hanno ceduto al cinismo e alla
disperazione e quelle che si sono rese conto che c’era una via d’uscita.

L’esito su larga scala di tutto questo è che uno dei tipi di classe che sta sopra i
lavoratori è quella dei padroni. Disponendo di un atto di proprietà, i capitalisti
possiedono i mezzi di produzione. Assumono e licenziano schiavi salariati.
Perseguono il profitto.

Ma la questione sorprendente riguardo alle osservazioni di cui sopra è che anche con
l’eliminazione della classe padronale, non si consegue necessariamente l’assenza di
classi.

Un altro gruppo, anch’esso definito dalla sua posizione nell’economia, non a motivo
della proprietà bensì per la sua posizione nella divisione del lavoro, può continuare
a esercitare un potere virtualmente assoluto, compreso l’ingrandirsi al di sopra dei
lavoratori.

Ne segue che, per evitare il dominio della classe coordinatrice, che è esattamente
quel che accade nel cosiddetto socialismo di mercato o a pianificazione centrale,

dobbiamo sostituire la divisione imprenditoriale del lavoro con un nuovo approccio
alla definizione dei ruoli lavorativi che non dia un potere prevalente ad alcuni
depauperando del potere, in modo schiacciante, gli altri.

La Parecon chiama questo terzo impegno istituzionale “combinazioni equilibrate di
compiti”. Ciascuno di noi in ciascuna società, per definizione, svolgerà lo stesso
insieme di compiti. E’ questo che è un lavoro.

Se l’economia impiega una divisione imprenditoriale del lavoro, i nostri compiti si
combineranno in una posizione che sarà o ampiamente fonte di potere, in quanto
comprende principalmente compiti di potere, oppure sarà largamente depauperante in
quanto include principalmente compiti che svuotano di potere.

In un’economia partecipativa, invece, combiniamo i compiti in lavori in modo tale
che per ciascun lavoratore l’effetto abilitante, in termini di potere, del suo lavoro
sia analogo all’effetto abilitante al potere complessivo di ciascun altro lavoro. Tutti
hanno quella che chiamiamo una combinazione media equilibrata di compiti.

Nella Parecon, cioè, non abbiamo direttori e addetti alla catena di montaggio, editori
e segretarie, chirurghi e infermiere, come accade ora. Le funzioni che queste persone
svolgono ora permarranno, ma il lavoro per adempiere a tali funzioni sarà suddiviso
in modo diverso.

Ovviamente alcuni continueranno a occuparsi di chirurgia, mentre la maggior
parte non lo farà. Tuttavia quelli che utilizzano il bisturi nei cervelli, puliranno
anche i pappagalli, o spazzeranno i pavimenti, o provvederanno ad altre funzioni
dell’ospedale.

In una Parecon il potere totale che gli attuali posti da chirurgo garantiscono è
modificato ricombinando i compiti. Tizio continua a fare il chirurgo, ma finisce con
l’avere una combinazione equilibrata di compiti che include altre attività, come pulire
i pappagalli, che nel complesso assicura a Tizio lo stesso potere totale del nuovo
lavoro della persona che in precedenza si occupava soltanto delle pulizie.

Il dominio della classe coordinatrice sugli altri lavoratori viene cancellato non
eliminando i compiti che danno potere, non obbligando tutti a fare la stessa cosa,
opzioni entrambe impossibili.

Invece distribuiamo i compiti che danno potere e quelli di routine in modo tale che
tutti i protagonisti dell’economia partecipino al processo decisionale autogestito
senza vantaggi o svantaggi derivanti dai propri ruoli economici. Ci sono solo persone
che lavorano. Non c’è la divisione di tale grande gruppo in due classi.

Alcuni affermano che questo approccio spreca i talenti e, in conseguenza, non
soddisfa le aspettative. La sensazione è che perderemo alcuni dei lavori altamente
produttivi dei dottori o degli avvocati o degli ingegneri, e via dicendo, che dovranno
assolvere a un insieme di compiti, compresa una giusta quota di compiti che tolgono
potere.

In realtà questo punto di vista è o pensiero sciatto o pensiero classista.

Sì, se Sam si occupa di chirurgia nel capitalismo per 40 ore alla settimana, e una volta
in una Parecon dedica alla chirurgia soltanto 20 ore alla settimana, o 15, allora in
effetti abbiamo perso 20 o 25 ore del lavoro altamente produttivo di Sam, visto che
Sam passa tutto quel tempo a far pulizie.

E se ciò avviene per tutti i medici, l’attività sanitaria totale svolta dai vecchi medici
scende alla metà, o anche meno.

Il critico sorride e proclama che questo approccio non soddisferà i bisogni.

E’ un modo di pensare sciatto se il critico ha semplicemente trascurato di notare che
abbiamo modificato la società in modo tale che l’80% che prima era stato addestrato
a sopportare la noia e a prendere ordini, reprimendo in tal modo la creatività, nella
Parecon riceve invece un’istruzione indirizzata e realizzare i talenti e le capacità, in
modo tale che c’è un’enorme bacino di persone disponibile a offrire altra gente che si
occupi di chirurgia.

E’ pensiero classista, comunque, se il critico si è ricordato di questo fatto ma lo ha
ritenuto irrilevante perché gli appartenenti all’80% sarebbero incapaci di fare della
buona chirurgia, o di essere buoni avvocati, buoni medici, buoni amministratori, ecc.

Perché ciò è classista? Perché afferma che i lavoratori sono intrinsecamente incapaci
e non semplicemente oppressi.

Ora nessuno di voi avrà bisogno di essere convinto di questa insensatezza, spero, ma
vi troverete spesso a dover convincere altri di questo punto. Perciò ecco due tecniche
che io trovo molto efficaci.

Primo: chiedo agli altri di immaginare di essere nel 1955 e di aver portato tutti i
chirurghi degli Stati Uniti in uno stadio. Dico: “Guardatevi in giro e ditemi se c’è
qualcosa di degno di nota.”

Loro dicono: “Sì, sì, ovviamente, sono tutti maschi.” E io sottolineo che all’epoca,
tutti quegli uomini e anche una notevole percentuale delle donne, avrebbero detto che
ciò era dovuto al fatto che le donne erano intrinsecamente incapaci di fare della buona

chirurgia.

Poi aggiungo che oggi il 51% degli studenti di medicina negli Stati Uniti sono donne,
quindi ciò che era virtualmente un convincimento universale non era conoscenza,
ma sessismo, e io evidenzio che è esattamente la stessa cosa guardare oggi alle
persone della classe lavoratrice e constatare che non sono chirurghi e non hanno
un lavoro che dà potere, e attribuire ciò alla loro mancanza di capacità, invece che
all’ingiustizia.

Il secondo modo in cui cerco di superare quel pregiudizio è raccontando una storia
riguardante l’Argentina.

Mi trovavo nel paese, in una fabbrica di vetro che era stata occupata dai dipendenti
quando i capitalisti si erano arresi e volevano venderla.

Se ne erano andati anche i coordinatori, immaginando che si sarebbero trovati meglio
altrove. Ma i lavoratori erano rimasti. E mesi dopo, quando ho visitato la fabbrica, i
lavoratori facevano funzionare gli impianti e stavano avendo davvero successo.

Parlai con una donna che si occupava dei compiti della direzione finanziaria:
fondamentalmente contabilità, scelte finanziarie ecc. In precedenza lavorava a una
fornace.

Per tutto il giorno aveva ripetuto gli stessi pochi movimenti, tediosi, privi di
specializzazione, insopportabili. Lo faceva giorno dopo giorno. Poi, dopo il
rilevamento della fabbrica, era stata assegnata alle finanze.

Così le chiesi quale fosse stata la cosa più difficile da imparare. Non voleva
rispondere; era timorosa.

Così io dissi: “Si è trattato di imparare a usare i computer?” “No.” “Di
imparare a usare i fogli di calcolo sul computer?” “No.” “Imparare le nozioni di
contabilità?” “No.”

Stavo restando senza idee, così le dissi: “D’accordo. Per favore, me lo dica.”

E lei disse: “Beh, la cosa più difficile fu che prima ho dovuto imparare a leggere.”

Pensate semplicemente a questo. Dalla noia della classe lavoratrice, attraverso
l’apprendimento della lettura, al gestire la finanza. Nel giro di mesi. E questo è
quanto per quel che riguarda la mancanza di capacità.

Pianificazione partecipativa

Arriviamo infine al quarto impegno istituzionale della Parecon.

Supponiamo di avere una molteplicità di luoghi di lavoro e di comunità tutti
impegnati nell’avere consigli dei lavoratori e dei consumatori, a utilizzare procedure
decisionali autogestite, ad avere combinazioni equilibrate di compiti e a remunerare
in base allo sforzo e al sacrificio.

Si supponga, inoltre, di optare per la pianificazione centrale o per l’allocazione in
base ai mercati. Nel suo insieme, ciò costituirebbe una visione nuova e valida?

No, non la costituirebbe. Sia la pianificazione centrale sia i mercati, attraverso le
loro imposizioni sui comportamenti e sulle scelte, distruggerebbero l’autogestione, le
combinazioni equilibrate di compiti e la remunerazione equa.

Con la pianificazione centrale la logica autoritaria dell’impartire ordini e del prendere
ordini imporrebbe il dominio della classe coordinatrice.

Con i mercati, i dettati della concorrenza non solo violerebbero la remunerazione
equa e l’autogestione, ma anch’essi imporrebbero il dominio della classe
coordinatrice.

Queste conseguenze sono non solo prevedibili, in base alla logica di tali tipi di
allocazione – e se avessimo tempo potremmo dimostrarlo – ma sono e sono stati
constatabili nelle situazioni del mondo reale, in particolare in quelle che sono state
chiamate economie socialiste di mercato o a pianificazione centrale, che avrebbero
potuto essere meglio etichettate come coordinatoriste.

Ma allora cosa sostituisce i mercati e la pianificazione centrale per integrare
l’economia partecipativa?

La pianificazione partecipativa è il quarto impegno istituzionale della Parecon. E’
essenzialmente una negoziazione cooperativa delle risorse e delle produzioni da parte
dei consigli autogestiti dei lavoratori e dei consumatori.

Non c’è tempo per esaminare in dettaglio di cosa si tratta a parte l’affermare che non
ha centro, non ha vertice, non ha una posizione inferiore.

Le dinamiche della pianificazione partecipativa rivelano i costi e i vantaggi sociali
reali.

Offrono incentivi appropriati che rendono possibile una remunerazione equa.

Trasmettono motivazioni ai protagonisti per il sostegno reciproco e perché via sia
mutualità di vantaggi mediante la solidarietà.

E pervengono a decisioni autogestite in modo efficiente.

OK, immaginiamo di combinare insieme consigli dei lavoratori e dei consumatori,
procedure decisionali autogestite, remunerazioni in base allo sforzo e al sacrificio,
combinazioni equilibrate di compiti e pianificazione partecipativa.

Quella è l’economia partecipativa, o Parecon.

La nostra affermazione è che la Parecon è non solo priva di classi, e non solo
promuove la solidarietà, la diversità e l’equità, ma, nella misura del possibile e senza
il ricorrere di pregiudizi, attribuisce a ciascun lavoratore e consumatore un appropriato
livello di influenza autogestita riguardo a ciascuna decisione economica.

La Parecon non riduce la produttività per ora lavorativa; offre invece adeguati e
corretti incentivi a tutti per lavorare bene.

La Parecon non ha pregiudizi riguardo a orari di lavoro più lunghi, ma consente una
libera scelta tra lavoro e tempo libero.

La Parecon non persegue ciò che è più vantaggioso per pochi indipendentemente
dall’impatto sui lavoratori, sull’ecologia e, spesso, persino sui consumatori, ma
orienta invece la produzione a ciò che davvero vantaggioso alla luce dei costi e
benefici sociali e ambientali per tutti.

La Parecon non spreca i talenti umani di persone che oggi si occupano di chirurgia,
o che compongono musica, o che in altri modi sono impegnati in lavori difficili e
specialistici richiedendo che esse bilancino ciò occupandosi anche di compiti che
danno meno potere, ma invece fa emergere, in tal modo, una gigantesca riserva di
talenti in precedenza non sfruttati nell’intera popolazione.

La Parecon distribuisce i compiti che danno potere e quelli di routine non solo
giustamente, ma anche in accordo con l’autogestione e l’assenza di classi.

La Parecon non presuppone cittadini divini. Crea invece un contesto in cui, per
progredire nel proprio impegno economico anche persone che maturano interamente
egoiste e antisociali devono preoccuparsi del bene sociale generale e del benessere
degli altri.

Nel capitalismo gli acquirenti cercano di spennare i venditori e viceversa. La persone
sono addestrate dall’economia ad essere antisociali e al fatto che per progredire

devono imparare bene tali lezioni. Nel capitalismo le belle persone finiscono ultime
ovvero, nella mia versione più concisa, l’immondizia sale in alto.

Nella Parecon, al contrario, la solidarietà tra cittadini è prodotta dalla vita economica
allo stesso modo in cui sono prodotti i veicoli, le case, i vestiti o gli strumenti
musicali. Guadagniamo tutti se l’intera società beneficia di una più vasta produzione
complessiva, o da un’accresciuta produttività oraria, o da condizioni di lavoro meno
onerose, o se lavoriamo più duramente o più a lungo per ottenere un reddito extra.

Abbiamo tutti un interesse a cambiamenti nell’economia che migliorino le
combinazioni di compiti medie complessive, perché tutti ne condividiamo gli
attributi.

Implicazioni strategiche

Infine, che differenza produce nel nostro comportamento attuale il sostenere la
Parecon?

Quando Margaret Thatcher, il primo ministro reazionario inglese, disse “Non c’è
alternativa”, identificò accuratamente un ostacolo centrale contro il fatto che le masse
ricercassero attivamente un mondo migliore.

Se si crede che non ci sia un futuro migliore, ne segue che è comprensibile il rifiuto di
una chiamata alla lotta contro la povertà, l’alienazione e persino la guerra.

Se io stessi tenendo un discorso vigoroso che nessuno di voi avesse mai ascoltato,
una descrizione tale da suscitare le lacrime riguardo a  un flagello dell’umanità che
innegabilmente sminuisce le nostre vite e alla fine ci uccide quasi tutti e alla fine
io vi dicessi: “Per favore, in nome della giustizia e per il vostro stesso benessere,
unitevi a me in un movimento contro questo orribile devastatore degli esseri umani:
l’invecchiamento” scoppiereste a ridermi in faccia. Potreste anche dire, pensando
che io sia un po’ svitato, “Svegliati! Cresci. Affronta la realtà. Non si può combattere
l’invecchiamento, è roba da matti.” E potreste dirlo in modo sprezzante, e a buon
diritto.

E non abbiamo incontrato tutti gente che parlava a quel modo?

Beh, la verità è che la maggior parte delle persone pensa che il capitalismo sia per
sempre. Il capitalismo è una specie di legge di natura.

E dal loro punto di vista, combattere contro il capitalismo, o combattere contro i suoi

sintomi, può davvero sembrare roba da matti.

Quando noi diciamo: “Venite a unirvi a noi in un movimento contro il capitalismo”
loro ci sentono dire: “Venite a fare gli scemi, venire a combattere per l’impossibile.”
E ci dicono di crescere e di svegliarci.

Da sostenitore della Parecon spero di offrire una visione economica in grado di
rovesciare quella sensazione, una visione capace di sostituire al cinismo la speranza e
la ragione.

Non sto suggerendo che, sentito questo discorso, voi dovreste diventare sostenitori
della Parecon.

Questo discorso non fornisce dettagli sufficienti, prove sufficienti e voi non avete
nemmeno avuto tempo sufficiente per rimuginarlo.

Quel che io spero è che voi abbiate avuto la sensazione che “ehi, e se la Parecon
davvero rispondesse all’affermazione che non ci sono alternative? E se fosse
un’alternativa valida e fattibile al capitalismo?”

E in quel caso potreste pensare: “Dovrei saperne di più. Potrei addirittura doverne
diventare sostenitore. E quindi, per scoprirlo, devo approfondire ulteriormente.”

Quando tutti andiamo al cinema e vediamo le anime coraggiose del passato
rappresentate sullo schermo mentre combattono la schiavitù, o la subordinazione
delle donne, o il colonialismo, o a favore della pace e della giustizia e contro le
dittature, giustamente proviamo simpatia e ammirazione per le loro azioni.

Gli abolizionisti, le suffragette, i sindacalisti, gli attivisti anti-apartheid, tutti coloro
che ricercano la libertà e la dignità, per noi sono degli eroi.

Ma se ammiriamo il contrapporsi all’ingiustizia, non dovremmo noi stessi alzarci
in piedi contro l’ingiustizia? Se ammiriamo la ricerca di un mondo migliore, non
dovremmo noi stessi perseguire un mondo migliore?

Se ammiriamo il rifiuto dello sfruttamento, dell’alienazione, del dominio e della sua
violenta conservazione, non dovremmo noi stessi appoggiare un modello economico
e una struttura sociale che eliminerà questi orrori e battersi per essi?

Io credo che l’economia partecipativa sia un’economia di questo tipo e che dovrebbe
far parte di una simile società nuova.

Grazie.

Traduzione di Giuseppe Volpe – namm.giuseppe@virgilio.it

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