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 Di: Richard Falk (10 ottobre 2011)

Questo contributo contiene le risposte alle domande che ho posto a un giornalista Greco, C.J. Polychroniou, che da tempo si interessa del pensiero degli intellettuali in Occidente, ed è un analista appassionato dell’attuale crisi economica europea.

1. Che cosa ha spinto l’Autorità palestinese a cercare il riconoscimento della Palestina da parte dell’ONU in questo momento storico della lotta per la giustizia e la creazione di uno stato palestinese indipendente?

Credo che ilo motivo essenziale sia stata la disillusione da tempo terminata per il “processo di pace” che era scaturito dalla Dichiarazione dei Principi di Oslo(www.it.wikipedia.org/wiki/Accordi_di_Oslo) sui quali ci si era accordati nel 1993, e l’impazienza per la risoluzione dei problemi finali (confini, rifugiati, sicurezza, acqua) entro 5 anni. Più recentemente, il discorso di Obama del 2011 all’Assemblea Generale dell’ONU sembrava volersi impegnare nella fondazione della Palestina come stato entro un anno, ma poi è indietreggiato goffamente da questa specie di stima per il 2012 e ha semplicemente dichiarato che era difficile ottenere la pace e che l’unica speranza erano i negoziati diretti senza pre-condizioni .La pubblicazione dei Palestinian Papers (www.ilpost.it/2011/01/247palestine-papers),

riguardanti i negoziati confidenziali fatti a porte chiuse tra rappresentanti di Israele e dell’Autorità Palestinese, fatte trapelare ad Al Jazeera vari mesi fa, rafforzavano l’impressione che i governanti israeliani non fossero affatto interessati a una fine negoziata del conflitto perfino davanti a concessioni di vasta portata offerte dai loro interlocutori palestinesi. Negoziati che non portano da nessuna parte, servono gli interessi di Israele molto di più di una dichiarazione chiara che riconosce i diritti palestinesi in base a una legge internazionale come fondamento necessario di una pacifica risoluzione del conflitto.

Un’altra linea per spiegare la richiesta di riconoscimento si riferisce agli sforzi del primo ministro dell’Autorità Palestinese, Salam Fayyad, di impegnarsi nella costruzione dello stato mentre è ancora in corso l’occupazione, sia per dimostrare la credibilità di uno stato palestinese fattibile in grado di governare in modo efficace quando avverrà il ritiro di Israele, sia come strada alternativa al riconoscimento di stato rispetto a quella offerta dai negoziati diretti. Diverse istituzioni internazionali, compreso il Fondo Monetario Internazionale, sono stati impressionati da questi sforzi di raggiungere la governabilità, malgrado le difficoltà dell’occupazione. Ci sono valutazioni variabili del grado di successo di questo programma di azione di Fayyad, sia in relazione al suo approccio allo sviluppo economico, al benessere della società, sia all’autodeterminazione della Palestina.

Infine, è importante capire che questi negoziati falliti frequentemente, non sono stati neutri come quelli tra i partiti. Vanno bene per Israele, e male per la Palestina. La costruzione degli insediamenti e le infrastrutture che comportano, sconfinano sempre di più sui resti occupati della Palestina storica. Continuare i negoziati senza un blocco permanente all’espansione degli insediamenti, vuol dire mettere fine a qualsiasi prospettiva della soluzione di due stati, e quindi minacciare il ruolo dell’Autorità Palestinese nel fornire la guida alla lotta palestinese verso l’autodeterminazione. Gli Stati Uniti hanno ulteriormente aggravato la situazione trattando gli insediamenti illegali come “successivi sviluppi”, secondo il linguaggio israeliano, “la situazione reale” che devono essere incorporati in Israele piuttosto che non essere fatti.

2. Gli Stati Uniti hanno chiamato il riconoscimento della Palestina un “errore”, con Obama che apparentemente minaccia Abbas di importanti ripercussioni; perfino alcuni Palestinesi, però, hanno sollevato dubbi su questa mossa, dicendo che sarebbe principalmente una vittoria simbolica che non cambierebbe la realtà dell’occupazione israeliana. Quali sono le sue opinioni sull’argomento?

Minacciare l’Autorità palestinese per aver preso questa iniziativa perfettamente legale di cercare il riconoscimento come stato e di ottenere di diventare stato membro dell’ONU, mostra la misura in cui l’America è disposta a scommettere su Israele, per quanto sia irragionevole il suo comportamento. Questo si collega al silenzio americano davanti alla spudorata criminalità di Israele come nel caso del blocco di Gaza e degli attacchi del 1998-99, l’incidente della Flotilla nel maggio 2010, e i ricorrenti casi di uso eccessivo della forza da parte delle forze di occupazione di Israele.

Le domande: perché uno stato palestinese e perché proprio adesso? sono molto complesse per molti motivi. Se la dirigenza di Abbas viene indebolita, aumenta la possibilità dell’estendesi dell’influenza di Hamas sulla Cisgiordania. Certamente gli Stati Uniti, e probabilmente, Israele, hanno paura di questo risultato. E’possibile che Israele avrebbe una posizione ambivalente davanti a un evoluzione di questo genere, perché tenderebbe a giustificare la dinamica dell’annessione de facto che è stata una conseguenza del fenomeno dell’insediamento, unito alla crescita del governo estremista di Israele che sembra disinteressato a qualsiasi risultato che implichi l’instaurazione di uno stato palestinese sovrano.

Anche da parte palestinese, ci sono coloro che criticano la richiesta del riconoscimento di stato. Alcuni sono preoccupati che l’Autorità Palestinese possa trasformare il conflitto in una disputa per la terra di tipo essenzialmente territoriale, emarginando, quindi, se no abbandonando il diritto di ritorno dei rifugiati palestinesi e di quei milioni di Palestinesi che vivono in esilio. Strettamente collegata a questo timore c’è la preoccupazione, specialmente tra alcune rispettabili ONG palestinesi e in tutta la diaspora palestinese, che l’Autorità Palestinese stia cercando di soppiantare l’OLP nel suo ruolo di solo rappresentante del popolo palestinese. L’OLP, al contrario dell’Autorità Palestinese, fornisce ai Palestinesi che vivono fuori dai territori occupati, i diritti di rappresentatività, compresa una maggioranza di seggi nel Consiglio Nazionale Palestinese che attualmente è inattivo. Si dovrebbe notare che Abbas, nel suo discorso, ha cercato dare rassicurazioni circa il ruolo

dell’OLP , promettendo che rimarrà il solo rappresentante del popolo palestinese fino a quando continuerà il conflitto. Un altro motivo di preoccupazione per i Palestinesi è la paura che Israele, dirà di fatto, ai Palestinesi che adesso hanno uno stato e che quindi non c’è più niente da discutere. Il conflitto si risolve con Israele che mantiene il controllo dei confini, della sicurezza interna, e degli insediamenti, producendo quella specie di risultato surreale che l’apartheid in Sud Africa aveva cercato di imporre alla maggioranza sud africana di colore creando i bantustan (vedi http://www.wikipedia.org/wiki/Bantustan e http://www.internazionale.it/visita-a-due-bantustan).

3. Nel suo storico discorso del 23 settembre all’Assemblea generale dell’ONU, Mahmoud Abbas ha affermato che le politiche di Israele erano “coloniali” e “pulizia etnica” e violazione delle “leggi umanitarie internazionali.” Questo discorso rappresenta un cambio di strategia per l’OLP o era destinato solo ad uso nazionale, cioè per promuovere la solidarietà tra i sostenitori della Palestina?

L’uso di questo linguaggio giustamente forte è stata la caratteristica più notevole del discorso di Abbas, e un emozionante cambiamento di tono rispetto ai primi appelli alla comunità internazionale. E’ questa caratteristica e anche la richiesta di riconoscimento di stato che ha reso questo discorso “storico”. E’ servito anche ad accrescere la legittimità dell’Autorità Palestinese, la cui reputazione è stata erosa dal suo rapporto di semi-collaborazione con Israele e gli Stati Uniti.

4. Israele ha minacciato di punire l’OLP per aver fatto la mossa di cercare il riconoscimento della Palestina da parte dell’ONU. Quali altre azioni barbariche può intraprendere?

Gli Stati Uniti possono ritirare il loro aiuto finanziario, una linea di azione sulla quale probabilmente insisterà il Congresso degli Stati Uniti in ogni caso, a meno che il Consiglio di Sicurezza non riesca a sostenere la richiesta di riconoscimento di con una maggioranza di 9 o più dei suoi 15 membri, risparmiando così agli Stati Uniti l’imbarazzo di usare il suo veto in modo così inappropriato. L’ala destra del Congresso, dà addosso all’ONU in ogni caso, e coglierà al volo la sfida palestinese per dimostrare di nuovo il suo appoggio incondizionato alle richieste di Israele, per quanto queste possano avere effetti irragionevoli e crudeli, e agire così a spese dell’ONU sarà doppiamente gradito ai repubblicani del movimento “Tea Party” .

5. Qualche intuizione riguardo a che cosa riserva il futuro alla questione palestinese?

Penso che l’evoluzione complessiva della situazione nella zona appoggia la lotta palestinese per una pace giusta e sostenibile. Qualsiasi governo arabo, specialmente quello egiziano, troverà ora più facile soddisfare l’opinione pubblica insofferente nei propri paesi affrontando Israele piuttosto che migliorando il benessere della loro popolazione. A questo riguardo, la politica è più facile dell’economia! Chiunque riesca a indovinare se questa prospettiva otterrà altri risultati, oltre quello di rafforzare l’estremismo israeliano, è bravo!

La Turchia ha mostrato la strada rispetto a questi problemi, e ha imbarazzato i governi arabi che sono stati passivi per anni per molti anni davanti alle sofferenze di Israele e all’indignazione di Israele, compreso il fatto di restare ai margini malgrado il rigido blocco imposto a un milione e seicentomila abitanti di Gaza come punizione collettiva per la loro disponibilità ad appoggiare Hamas nelle elezioni nazionali del 2006. Se la comunità internazionale e il movimento di solidarietà palestinese esercitano una pressione sufficiente per una giusta soluzione del conflitto, potranno alla fine dare vita a un impegno interno di Israele che implica la riscoperta del realismo israeliano. Uno dei costi dell’egemonia Netanyahu/ Liebermann è stato di aver reso Israele incapace di comprendere ed agire secondo i suoi interessi che non soltanto prolungano le traversie dei Palestinesi, ma danneggia pesantemente la sicurezza e il benessere stesso di Israele.

 

 

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

Originale: http://www.zcommunications.org/on-the-palestinian-statehood-bid-by-richard-falk

Fonte: Richardfalk.com

Traduzione di Maria Chiara Starace

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