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Di Richard D. Wolff, 6 ottobre 2011 , Fonte: Guardian

OccupyWall Street (OWS) ha già scatenato le prime tempeste solite. I media trattenuti hanno ignorato la protesta, ma ciò non l’ha fermata. I partigiani della diseguaglianza l’hanno derisa, ma ciò non l’ha fermata. I servitori polizieschi dello status quohanno reagito con eccessi e ciò non l’ha fermata, in realtà ha alimentato l’incendio. E milioni, nell’assistervi, hanno detto “Uahu!”. E ora un numero sempre maggiore di persone organizza dimostrazioni locali parallele, da Boston a San Francisco e in molte altre località in mezzo.

Permettetemi di sollecitare gli occupanti a ignorare i soliti cavilli che assediano movimenti sociali potenti nelle loro prime fasi.  Sì, potreste essere meglio organizzati, le vostre richieste potrebbero essere più focalizzate, le vostre priorità più chiare.  Tutto vero, ma in questo momento, per lo più irrilevante. Ecco la chiave: se vogliamo che un movimento sociale di massa con radici profonde riemerga e trasformi gli Stati Uniti, dobbiamo apprezzare le molte correnti, necessità, desideri, obiettivi, energie ed entusiasmi diversi che ispirano e sostengono i movimenti sociali. Ora è il momento di invitarli, di dar loro il benvenuto e riunirli, in tutta la loro profusione e confusione.

Il passo successivo – e ancora non ci siamo – consisterà nel modellare il programma e l’organizzazione per realizzare ciò.  Adesso va bene parlare di questo, proporre, dibattere e argomentare.  Ma è stupido e autodistruttivo compromettere il conseguimento di una crescita inclusiva – ora a portata di mano – nell’interesse di programmi e dell’organizzazione. La storia della sinistra statunitense è ingombra di programmi e organizzazioni simili senza un movimento di massa alle spalle o al centro.

Perciò permettetemi, nello spirito di far onore a questo movimento storico e di contribuirvi un poco, di proporre ancora un’altra dimensione, un altro tema da aggiungere alle vostre priorità per il cambiamento sociale.  Per conseguire gli obiettivi di questo movimento rinnovato, dobbiamo finalmente cambiare l’organizzazione della produzione che sostiene e riproduce la diseguaglianza e l’ingiustizia. Dobbiamo sostituire la struttura fallita delle nostre imprese multinazionali che ora assicurano il profitto a così pochi, inquinano l’ambiente dal quale dipendiamo e corrompono il nostro sistema politico.

Dobbiamo por fine ai mercati azionari e ai consigli d’amministrazione. La capacità di produrre i beni e i servizi di cui abbiamo bisogno dovrebbe appartenere a tutti, proprio come l’aria, l’acqua, l’assistenza sanitaria, l’istruzione e la sicurezza da cui, analogamente, dipendiamo. Abbiamo necessità di portare la democrazia nelle nostre imprese. I lavoratori all’interno e le comunità all’esterno delle imprese possono e dovrebbero collettivamente stabilire il modo in cui il lavoro è organizzato, cosa viene prodotto, e come possiamo utilizzare i frutti dei nostri sforzi collettivi.

Se crediamo che la democrazia sia il modo migliore per governare le nostre comunità residenziali, allo essa merita anche di governare i nostri luoghi di lavoro. La democrazia nel lavoro è un obiettivo che può contribuire a costruire questo movimento.

Sappiamo tutti che muoverci in questa direzione farà scaturire le urla di “socialismo” dai soliti, prevedibili angoli. La frusta retorica sopravvive a lungo dopo che la fine della guerra fredda che l’ha orchestrata svanisce nella nostra memoria. Anche il pubblico per tale retorica sta scomparendo. E’ passata da molto l’ora negli Stati Uniti perché noi si abbia un discorso sincero e una lotta contro il nostro attuale sistema economico. Il capitalismo ha avuto troppo a lungo un lasciapassare.

Siamo orgogliosi di mettere in discussione, di contestare, di criticare e di dibattere riguardo alla nostra salute, istruzione, esercito, trasporti e altre basilari istituzioni sociali. Noi discutiamo il fatto che le loro attuali strutture e il loro attuale funzionamento servano i nostri bisogni. Elaboriamo una nostra via per cambiarle in modo che funzionino meglio. E così dovrebbe essere.

Tuttavia, per decenni ormai, abbiamo mancato di mettere in discussione, di contestare, di criticare e dibattere il nostro sistema economico: il capitalismo.  Poiché un tabù proteggeva il capitalismo, fare il tifo per esso e celebrarlo è diventato obbligatorio. La critica e la contestazione sono stati banditi come eresia, slealtà o peggio.  Dietro il tabù protettivo, il capitalismo è degenerato nell’inefficiente, iniquo, disastro sociale contrassegnato da crisi che tutti ora sopportiamo.

Il capitalismo è il problema e la disoccupazione, la mancanza di una casa, l’insicurezza e l’austerità che esso impone dovunque sono i costi che sopportiamo. Abbiamo le persone, le capacità e gli strumenti per produrre i beni e i servizi necessari perché prosperi una società giusta. Abbiamo soltanto bisogno di riorganizzare in modo diverso le nostre unità produttive, per andare oltre il sistema economico capitalista che non serve più le nostre necessità.

L’umanità ha imparato a far a meno di re e imperatori e di padroni di schiavi. Abbiamo trovato la nostra via a un’alternativa democratica, per quanto parziale e incompleto rimanga il progetto democratico. Possiamo ora fare il passo successivo per realizzare tale progetto democratico. Possiamo portare la democrazia nelle nostre imprese, trasformandole in cooperative di proprietà, gestite e governate da assemblee democratiche composte da tutti coloro che vi lavorano e da tutti i residenti nelle comunità che sono interdipendenti con esse.

Permettetemi di concludere con uno slogan: “Gli Stati Uniti possono far meglio del capitalismo delle imprese.” Che questa sia un’idea e un dibattito in cui possa impegnarsi questo movimento rinnovato. Farlo offrirebbe un immenso regalo agli Stati Uniti e al mondo. Spezzerebbe il tabù, finalmente assoggettando il capitalismo alle critiche e ai dibattiti che ha evaso sin troppo a lungo, e a un costo di gran lunga eccessivo per tutti noi.

 

Richard Wolff sta parteciperà [ha partecipato – n.d.t.] a una giornata d’insegnamento presso la protesta di ‘OccupyWall Street’ al parco Zuccotti, New York, martedì 4 ottobre. Questo articolo è basato sulle osservazioni che gli proporrà in quella sede alle 18.00, ora locale.

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ZSpace / Testo originale

Traduzione di Giuseppe Volpe

 

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