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Di: Edward Ellis (4 ottobre 2011), Fonte: The Guardian

Il Venezuela, il paese del Sud America ricco di risorse che possiede le più vaste riserve petrolifere del pianeta, è stato un punto di interesse focale per i giornalisti di tutto il mondo, gli esperti e gli attivisti dei diritti umani per una buona parte di un decennio. Questo è avvenuto grazie all’atteggiamento  provocatorio  e insolente del presidente di sinistra della nazione Hugo Chávez.

Implacabile nella sua critica dei governi dell’Occidente, il presidente socialista ha provocato infiniti titoli in prima pagina per qualsiasi argomento: dalla nazionalizzazione delle principali industrie, fino alla sua calvizie causata dalla chemioterapia. Si è comunque prestata scarsa  attenzione, è ad alcune delle più          coraggiose iniziative politiche che hanno definito ’la “Rivoluzione Bolivariana” di Chávez.

Forse l’esempio più  notevole di questa incuria  riguarda la campagna venezuelana, un’area che è stata trasformata in un campo di  battaglia di un conflitto che per 10  anni avveniva sotto i radar sia della comunità internazionale per i diritti umani che dei principali mezzi di informazione.

Fino dal 2001, quando il governo di Chávez prometteva di frazionare le proprietà terriere del paese  caratterizzate da grande disuguaglianza e che  hanno soffocato lo sviluppo agricolo per più di un secolo, un’ondata di uccisioni eseguite per rappresaglia ha consumato le zone rurali poiché i grandi proprietari terrieri assumono a pagamento degli assassini per porre fine alle “invasioni” fatte dai  contadini favorevoli al governo di proprietà acquisite in modi illegittimi e molte volte lasciate incolte.

Molte di questi delitti sono avvenuti  nella regione occidentale del paese, dove l’attività paramilitare che aveva origine in  Colombia, era arrivata fino nelle zone di confine in gran parte senza legge. Questo è stato il caso di Pedro Doria, un medico e attivista nella sua comunità che è stato freddato davanti a casa sua nel 2002. L’assassinio di Pedro Doria, risultato del suo appoggio per  una lotte locali per le terre che si svolgevano nella zona a sud del Lago di Maracaibo, è stata seguita due anni dopo dall’uccisione di suo padre  che insisteva perché fosse fatta un’inchiesta approfondita sulla  morte di suo figlio.

Attualmente, le organizzazioni degli agricoltori affermano che il numero delle persone uccise in tutto il paese ammonta a più di 300, ma il numero esatto delle vittime è stato  difficile da accertare, date le circostanze delle uccisioni e la insufficienza di indagini eseguite dal sistema giudiziario del paese oppresso dalla burocrazia.

In effetti, per molte persone che si sono impegnate in questo problema, l’elemento

più inquietante delle stesse morti, è l’impunità che ha accompagnato i crimini. Infatti, nessun proprietario terriero è stato condannato   in una corte di giustizia  del Venzuela per aver  pagato per  l’uccisione di un contadino.

Il motivo di questa grave negligenza è da cercarsi nella natura del sistema giudiziario venezuelano di tipo classista e nel modo in cui si  manifesta a livello locale. I proprietari terrieri e gli avvocati, che hanno studiato nelle stesse scuole private e che hanno frequentato le stesse università, hanno in comune un passato di potere e influenza che non è necessariamente diminuita quando Chávez è diventato presidente nel 1999.

Questa situazione costituisce una sfida al discorso contemporaneo sui diritti umani, che presenta il sistema giudiziario del paese come schiavo dei capricci di un “uomo forte” che ha fame di potere, deciso a sradicare il dissenso politico. La situazione invece è proprio il contrario.

Mentre i potenti  grandi proprietari terrieri anti-governativi “ingaggiano” dei paramilitari o dei  killer per eliminare i capi dei contadini, i giudici e i tecnocrati delle classi sociali più elevate che dominano i tribunali locali, impediscono sistematicamente l’effettiva applicazione  della giustizia. L’alleanza di interessi ha privato le famiglie ormai povere degli agricoltori assassinati di qualsiasi senso della  giustizia e ha permesso che le uccisioni continuassero.

Da parte sua, il governo nazionale ha tentato di fomentare la creazione di milizie de agricoltori per evitare le uccisioni, ma rimane la rabbia per l’impunità degli assassini. Le organizzazioni dei contadini, che appoggiano fermamente l’Amministrazione Chávez e la riforma agraria del governo, sono scesi nelle strade, per domandare all’ufficio del procuratore nazionale di attivarsi in qualche modo.

Chávez stesso ha  chiesto che la guardia nazionale protegga  gli agricoltori e in un caso,  nello stato di Yaracuy, ha incaricato il suo avvocato personale di assistere la vedova di un contadino che era stato ucciso. Anche questa misura, però, è  finita  nel buco nero della burocrazia: nessuno è stato  perseguito  per l’assassinio di Hermes Escalona.

Finché non verrà attuata  una vera riforma del sistema giudiziario venezuelano per         custodire la supremazia della legge e non si interromperà il potere delle élite locali, non termineranno le uccisioni, eseguite per motivi politici, degli agricoltori che non possiedono la terra. E finché le comunità internazionali e locali per i diritti umani  non terranno conto di questo problema, invece che usare tutte le risorse possibili per dipingere Chávez, eletto democraticamente, come un dittatore repressivo, le vite di molte dei cittadini più vulnerabili del paese continueranno a essere in pericolo.

Ma sollevare un tale problema può dimostrarsi imprudente per chi lo difende    poiché fa correre il rischio di implicare i capi dell’opposizione conservatrice del Venezuela nei crimini commessi nelle campagne.

 

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

Traduzione di Maria Chiara Starace

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