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Di Barbara Ehrenreich (2 ottobre 2011), Fonte: Washington Post

Il gruppo più recente a reclamare la condizione di vittima è costituito dai ricchi. In realtà dai super-ricchi, la cui ricchezza normalmente li esenta dalla pietà. Anche se non sono soggetti al profilo in aeroporto (eccetto che per salire a bordo in anticipo e per l’accesso ai club) essi sentono che il pubblico si sta rivoltando sottilmente contro di loro, altrimenti come potrebbe il presidente Obama proporre di aumentare le loro tasse?

Gli ammiratori dei ricchi, guidati dai guru e dai politici di destra – da Laura Ingraham a Larry Kudlow – hanno a lungo deriso le pretese di vittimizzazione degli afroamericani, delle donne, degli omosessuali e dei disoccupati, ma orano levano le loro voci per difendere i ricchi da quella che considerano una brutta marea di “demonizzazione”.

In un periodo in cui la povertà sta salendo alle stelle, la disoccupazione si elevagravemente sopra il 9 per cento e un crescente numero di statunitensi soffre di “insicurezza alimentare” – l’eufemismo ufficiale per la fame – questa preoccupazione può sembrare un po’ esoterica. In un momento in cui i compensi dei dirigenti stanno raggiungendo nuovi livelli da capogiro e il divario tra i ricchi e tutti gli altri sta crescendo tanto velocemente quanto il deficit federale, può anche sembrare un po’ perversa.

Ma anche al di là del dibattito su tasse e deficit, in cui i ricchi statunitensi sono stati regolarmente ritratti come proprietari di yacht e passeggeri di jet aziendali, i ricchi hanno davvero sofferto alcuni colpi alla loro autostima.  Il film dell’anno scorso ‘The Social Network’ [La rete sociale] è stato poco lusinghiero nei confronti di esemplari sia della nuova sia della vecchia ricchezza, e ora due nuove serie televisive sono pubblicizzate da alcuni nei media come incitamenti alla guerra di classe. In ‘2 BrokeGirls’ [Due ragazze spiantate] una coppia di giovani donne lotta per sopravvivere, non da modelle in passerella o da casalinghe di alto livello ma, in modo abbastanza sconvolgente, da cameriere.  E la rivista Time descrive in modo solleticante “Revenge” [Vendetta] della ABC, ambientati nei quartieri di Hampston, come “un ambiente in cui c’è l’imbarazzo della scelta tra giocatori di polo e operatori di borsa” in cui una giovane donna perseguita le persone singolarmente super privilegiate che, anni addietro, hanno rovinato suo padre.  Non meno commentatrice sociale che diva di “Revenge”, Madeleine Stowe ha osservato che “viviamo ora in un periodo particolare della storia statunitense in cui penso che il cittadino medio desideri vedere demoliti i ricchi.”

Non si immaginerebbe mai, da tutti i discorsi sulla “demonizzazione”, che i ricchi dispongano della macchina di propaganda forse più potente del pianeta, ben al di là del loro seguito di agenti, pubblicisti e curatori assortiti d’immagine.  I media convenzionali, ad esempio, non sono di proprietà di collettivi di aiuto camerieri e di tassisti, e persino i canali “liberali” tra di essi non si indirizzano ai poveri. Possono ridacchiare quando l’occasionale gestore di fondi speculativi viene messo sotto processo, ma sono stati ugualmente bisbetici riguardo alle azioni populiste contro i ricchi, quali l’occupazione di Wall Street attualmente in corso, che è degna di nota sole per il livello di brutalità che ha scatenato da parte della polizia di New York. O sapevate che la Transportation Security Administration [Amministrazione della sicurezza dei trasporti] si è conquistata la rappresentanza sindacale quest’estate? Probabilmente no, perché si tratta di “notizie sindacali” che non fanno altro che essere soppiantate dalle “notizie economiche”.

Di fatto, se avete gli orecchi aperti, potrete sentire le lodi dei ricchi che risuonano quasi dappertutto. I Cristiani Evangelici, ad esempio, una volta avevano un antico pregiudizio biblico a favore dei poveri, ma ora, almeno nelle loro manifestazioni di alto profilo nelle mega  chiese, hanno abbandonato il vangelo di Matteo per un “vangelo della prosperità” che considera la ricchezza come un segno del favore di Dio.

 

Traduzione di Giuseppe Volpe

 

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