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Di Irene Gendzier (1 ottobre 2011), Fonte: Le Monde diplomatique

Gli Stati Uniti e Israele sono stati entrambi  decisi a  prevenire  la comparsa dell’Autorità Palestinese davanti alle Nazioni Unite, nel caso riuscisse a ottenere l’appoggio per la sua dichiarazione unilaterale dell’indipendenza palestinese. Questo è un rovesciamento della storia: nel 1948, gli Stati Uniti consideravano la prospettiva di una dichiarazione di indipendenza da parte di Israele come una minaccia ai loro interessi nella zona, e il Dipartimento di Stato, il Dipartimento  della difesa e la CIA erano preoccupati dio  un tale esito. E’ stato il consigliere speciale legale del presidente Truman, Clark Clifford, e il suo piccolo entourage di sostegno  che hanno  sostenuto il riconoscimento di Israele perché in linea con gli interessi degli Stati Uniti. Clifford sosteneva che lo stato ebraico esisteva già e che gli Stati Uniti avrebbero dovuto riconoscerlo prima lo facesse l’Unione Sovietica: ha avuto la proposta dell’indipendenza tramite la Casa Bianca. Nel giro di pochi mesi, il voltafaccia era completo.

Quell’anno, l’amministrazione degli Stati Uniti era stata prossima ad abbandonare l’appoggio al piano dell’ONU per la spartizione della Palestina e per la creazione di uno stato ebraico, come  descritto  nella risoluzione 181 del 29 novembre 1947. Era chiaro dalle lotte tra le milizie ebraiche  e arabe che sarebbe stata necessaria la forza per attuarla. Washington invece appoggiava un cessate il fuoco: una tregua e un’amministrazione fiduciaria  serviva a ritardare  ma non ad abbandonare  del tutto la spartizione.

Lo sviluppo degli avvenimenti in Palestina, non poteva però essere ignorato. Il 3 maggio 1948, 11 giorni prima della partenza della Gran Bretagna dalla Palestina, il console statunitense a Gerusalemme riferiva della caduta  del governo palestinese con l’avvertimento che  “se non  arrivano forti rinforzi arabi, supponiamo che gli Ebrei  invaderanno   la maggior parte della città  al momento del  ritiro delle forze britanniche. In Aprile il console aveva comunicato l’avanzata costante delle forze ebraiche con “operazioni aggressive e irresponsabili come il massacro di Deir Yassin  e l’operazione a Jaffa” e l’evacuazione della popolazione araba da Haifa.

Il console statunitense ha riferito  che i Britannici e altri erano d’accordo nel maggio 1948 che “gli Ebrei saranno capaci di distruggere tutto quello che si troveranno davanti, se truppe regolari arabe non verranno in aiuto. Avendo  Haifa come esempio di occupazione militare da parte dell’Haganah (vedi: http://www.pbmstoria.it/dizionari/storia-mod/h/h003.htm è possibile che le loro operazioni ristabiliscano l’ordine. Quale tipo di ordine, però? Haifa era nota ai Britannici e agli Americani per la sua raffineria di petrolio, che lavorava  il petrolio iracheno attraverso i gasdotti  della Iraq Petroleum Company. L’acquisizione del suo controllo  ’’ inaccettabile per gli Iracheni, ha distrutto le relazioni esistenti tra i lavoratori palestinesi ed ebrei.

‘Aggressione armata contro gli Arabi’

Robert McClintock, membro della delegazione statunitense all’ONU, ha ipotizzato che il Consiglio di Sicurezza avrebbe dovuto  presto  affrontare il problema: “se l’attacco armato ebraico contro le comunità arabe in Palestina sia legittimo o se invece costituisca una minaccia alla pace e alla  sicurezza internazionale tale da richiedere misure coercitive da parte del Consiglio di Sicurezza.” Mc Clintock osservava che se gli eserciti arabi fossero entrati in Palestina, questo avrebbe portato le forze ebraiche a  per sostenere  “che il loro stato è oggetto di aggressione armata [e che  essi] useranno qualsiasi mezzo per nascondere il fatto che è la loro aggressione armata contro gli Arabi in Palestina che è la causa del contrattacco arabo,” e gli Stati Uniti sarebbero stati obbligati ad intervenire.

Circa 10 giorni prima della partenza dei Britannici, il Segretario di stato George C. Marshall ha fornito a uffici diplomatici scelti la sua valutazione della condizione dei regimi arabi:

“Tutta la struttura governativa dell’Iraq è danneggiata dai disordini politici ed economici, e il governo iracheno in questo momento non può permettersi di mandare   più di una manciata di truppe che ha già deciso di inviare.  In Egitto ci sono da poco stati scioperi e disordini. Il suo esercito ha equipaggiamento insufficiente perché ha rifiutato l’aiuto della Gran Bretagna e quello che ha serve per le mansioni che deve svolgere la polizia nel suo paese. La Siria non ha armi, né un esercito degno di questo nome e  non è stata in grado di organizzarne uno da quando i Francesi se ne sono andati due anni fa. Il Libano non ha un vero esercito mentre l’Arabia Saudita ha un piccolo esercito che è appena sufficiente per tenere in ordine le varie tribù. Le gelosie tra l’Arabia Saudita e i Siriani e i governi Hashemiti della Transgiordania e dell’Iraq, impediscono che gli Arabi  usino nel modo migliore le forze che hanno.”

Le osservazioni di Marshall sono state corrette dall’ambasciatore degli Stati Uniti al Cairo che ha fatto notare che la mancanza di equipaggiamento dell’esercito egiziano era  dovuto al fatto che la Gran Bretagna aveva rifiutato di fornirglielo. I militari della Transgiordania dipendevano dagli ufficiali britannici. Malgrado queste condizioni, Marshall avvertiva :”Questo non significa però che uno Stato ebraico possa sopravvivere per molto tempo come entità autosufficiente malgrado    l’ostilità del mondo arabo……Se gli Ebrei seguiranno il consiglio dei loro elementi estremisti che preferiscono  una politica di disprezzo verso gli Arabi, qualsiasi stato ebraico venga istituito, sopravviverà soltanto con l’assistenza continua di paesi stranieri.”

Prima, e soprattutto dopo la dichiarazione di indipendenza di Israele, i  funzionari    degli Stati Uniti hanno denunciato il trattamento dei rifugiati palestinesi e hanno richiesto che fossero rimpatriati. Riconoscendo però, l’influenza del movimento sionista negli Stati Uniti, sebbene non sempre consapevoli della natura delle comunicazioni private di Truman con i funzionari di alto livello dell’Agenzia ebraica, *compreso il primo presidente di Israele, Chaim Weizmann, l’élite della politica estera statunitense ha avvertito dei possibili rischi nel caso di aiuto a Tel Aviv per gli interessi degli Stati Uniti in Medio Oriente.

L’evoluzione degli avvenimenti ha dimostrato che avevano torto. Dopo un anno dall’istituzione dello stato di Israele, la posizione del Dipartimento di stato e di quello della difesa è passato dalla critica all’apprezzamento della capacità  di Israele di sostenere gli interessi degli Stati Uniti. Da allora in poi i funzionari statunitensi hanno ammesso che, mentre l’opinione pubblica araba e le dichiarazioni dei governanti della zona criticavano apertamente la posizione di Washington a favore di Israele, gli interessi statunitensi non ne risentivano. Nel marzo 1948 i funzionari statunitensi all’ONU hanno appreso che la posizione saudita era che il “conflitto palestinese era un conflitto civile ed era importantissimo che gli stati arabi  nel loro  stesso interesse non facessero nulla che potesse dare al Consiglio di Sicurezza l’occasione di usare la forza in Palestina”.

Il timore espresso dai capi  delle grandi imprese statunitensi che i Sauditi potessero decidere di abrogare i loro contratti per il petrolio, è subito scomparso. Non c’è stato alcun tentativo di impedire che  l’Aramco, il gigante delle imprese petrolifere statunitensi che controllava  il petrolio nell’Arabia Saudita, estendesse il suo controllo sul  petrolio in altri paesi.

Il petrolio e la difesa nazionale

Il direttore statunitense del  settore petrolifero e di quello del gas del Dipartimento degli Interni statunitense, Max Ball, considerato tra i funzionari meglio informati sul petrolio degli Stati Uniti e su quello  internazionale, si era già incontrato con Eliahu Epstein (in seguito Elath), un membro del comitato di consulenza politica dell’Agenzia Ebraica e suo principale rappresentante negli Stati Uniti, e anche membro del Comitato del Consiglio Generale Sionista  (l’organo principale dei movimenti sionisti mondiali). L’incontro si è tenuto quando la Camera dei rappresentanti statunitense stava conducendo inchieste a largo raggio sul “ petrolio in rapporto alla difesa nazionale”. Ball, che era interessato a trovare il petrolio nel Negev, ha incoraggiato Epstein a cercare di incontrare i dirigenti statunitensi del settore petrolifero, compresi i  vice presidenti  dell’Aramco e della  Standard Oil del New Jersey e il direttore della Compagnia Socony.

Dato che Washington annetteva molta importanza ai suoi interessi petroliferi in Medio Oriente, i dirigenti dell’Agenzia ebraica negli Stati Uniti, cercavano di  tener conto delle preoccupazioni delle compagnie petrolifere e dei funzionari statunitensi che pensavano che appoggiando lo stato di Israele avrebbe rischiato di danneggiare quegli interessi.

La rivalutazione del nuovo stato era basata su molti elementi, tra i quali la conclusione dei militari statunitensi che Israele poteva essere un importante  risorsa per “mantenere” gli interessi in campo petrolifero nel Mediterraneo orientale e in Medio Oriente. Questo non impediva di riconoscere la sua dipendenza da aiuti esterni o dal  bisogno di risolvere il problema dei rifugiati palestinesi. A parte questi requisiti, i militari statunitensi erano preparati ad ammettere che Israele aveva alterato l’equilibrio del potere nella regione il che giustificava la riconsiderazione della politica statunitense.

Il 7 marzo 1949 un memorandum compilato dal capo di stato maggiore delle forze aeree statunitensi per i capi di stato maggiore riuniti concernente “gli interessi strategici degli Stati Uniti in Israele” affermava la necessità di una tale rivalutazione.

“L’equilibrio di potere nel Vicino e nel Medio Oriente è stato radicalmente alterato. Nel periodo in cui si stava formando lo stato di Israele, numerose indicazioni facevano pensare a una sua vita estremamente breve  di fronte all’opposizione della Lega Araba. Israele, tuttavia, è stato ora riconosciuto dagli Stati Uniti e dal Regno Unito, è probabile che presto divenga un membro delle Nazioni Unite e ha dimostrato con la forza delle armi il suo diritto a essere considerato la seconda  la potenza militare dopo la Turchia nel Vicino e nel Medio Oriente. Ha chiesto anche uno studio degli “obiettivi strategici che toccano Israele”, che siano considerati l’addestramento e l’assistenza militare e che, soprattutto, sia bloccata l’influenza sovietica nel nuovo stato.

Gli stessi calcoli hanno portato alla (implicita) rivalutazione della politica statunitense riguardo al problema della Palestina, ridotto sempre di più a un semplice problema di rifugiati, slegato dal futuro dello stato palestinese.

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Traduzione di Maria Chiara Starace

 

 

 

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