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Un’intervista con Aijaz Ahmad

Di Farooq Sulehria (1 ottobre 2011)Fonte: Viewpoint

“Non devi essere a favore dei Talebani, non devi essere a favore degli Americani. In  Pakistan o altrove…. La cosa migliore è costruire un movimento di sinistra in campi  che sono particolarmente e specificamente l’arena della politica di sinistra”, dice Aijaz Ahmad che è noto in tutto il mondo come teorico letterario marxista e come crociato antimperialista. E’ autore di quasi mezza dozzina di libri. E’ Visiting Professor alla Università York di Toronto. Scrive per la rivista indiana Frontline  e per la rivista elettronica Newsclick.

In un’intervista a Viewpoint, discute i diversi aspetti dell’imperialismo nel ventunesimo secolo.

Hardt e Negri hanno annunciato, circa un decennio fa, che l’imperialismo è morto. Il loro Impero mistificato è progressista se non addiritturailluminato. L’imperialismo è davvero morto e un impero che emerge ora è davvero illuminato?

Ci sono molte cose in un loro libro precedente, intitolato Empire, che è molto bello ma penso che alcune delle loro premesse fondamentali non siano affatto sostenibili. Per esempio, non è vero che gli stati-nazione non siano più importanti, o che la sovranità nazionale sia stata ridotta  uniformemente in tutte le nazioni –l’argomento vale anche per le nazioni della NATO,  e per la Libia o l’Afghanistan.  Anche se mettiamo da parte il perdurare delle guerre imperialistiche dei nostri tempi e pensiamo soltanto agli aspetti economici, troveremo che, mentre le operazioni del  capitale finanziario sono diventate transnazionali, i regimi lavorativi sono rigidamente nazionali. In effetti una delle contraddizioni del capitalismo contemporaneo è che, mentre la gestione politica  globale poggia su un sistema di stati-nazione, il capitale finanziario transnazionale non ha un suo stato proprio e non lo hanno neanche l’Organizzazione Mondiale del Commercio o il Fondo Monetario Internazionale. Il loro potere di agire in modo coercitivo nel mondo è un potere preso a prestito dal più potente degli stati-nazione, principalmente dalle nazioni  capitaliste avanzate,  guidate dagli Stati Uniti.  In questo contesto lo stato degli Stati Uniti deve svolgere  un duplice ruolo: come stato del capitale nazionale degli Stati Uniti stessi, ma anche struttura primaria dello stato che agisce per conto del capitale transnazionale nel suo complesso. Quello che di fatto abbiamo, alla fine, per la prima volta nella storia, è un impero globalizzato del Capitale stesso, in tutta la sua nudità, dove l’imperium statunitense svolge il ruolo dominante/centrale, dal punto di vista finanziario, militare, istituzionale, ideologico. Hardt e Negri  tendono a   occludere questa centralità degli Stati Uniti in una struttura globale imperialista. Il personale militare degli Stati Uniti è attualmente di stanza in oltre 100 nazioni con varie funzioni. E’ difficile associare qualsiasi cosa  “progressista” o “illuminata” con un impero di portata così vasta. Non chiedetemelo. Chiedete agli Iracheni che ne sono stati vittime.

Come vede il processo di globalizzazione ?  E’ veramente una nuova fase della vita umana come i globalisti  vogliono che crediamo? Oppure è un neo-imperialismo?

Ebbene, l’imperialismo dei nostri giorni ha delle caratteristiche originali. In quel senso, si potrebbe certamente chiamare “una nuova fase della storia umana”. La spinta verso un mercato mondiale integrato è stato inerente alla logica del capitalismo fin dall’inizio, e la colonizzazione del mondo è stato un aspetto non secondario, ma una base integrale di questo sistema. Tra la fine del secolo quindicesimo, quando è iniziato tutto, fino alla fine del diciottesimo, il processo di vera colonizzazione era soprattutto incentrato sulle Americhe, ed è stato soltanto nel diciannovesimo secolo che l’Asia e l’Africa sono state colonizzate in modo intensivo, dividendo il mondo in un insieme di nazioni sviluppate e industrializzate dell’Occidente progredito e un vasto retroterra di colonie e  dipendenze non industrializzate, molte delle quali soltanto formalmente libere e condannate a una condizione di semi-colonia. La storia del ventesimo secolo è essenzialmente la storia della crisi e della dissoluzione di quel sistema, provocata dai movimenti  per la  libertà  e dalle guerre di liberazione nazionale nelle colonie che spesso si incrociavano con le lotte per il socialismo che c’erano in tutto il mondo; è anche la storia, della nascita  di un nuovo tipo di impero mondiale non territoriale e di conseguenza di  un nuovo tipo di sovranità post coloniale e imperiale. Ora ci dimentichiamo che si erano combattute due guerre mondiali per determinare se la Germania o gli Stati Uniti avrebbero ereditato i traballanti  imperi coloniali  di Gran Bretagna, Francia, ecc. Con la sconfitta della Germania nazista, gli Stati Uniti si     come la nuova  potenza egemone mondiale la cui sovranità imperiale non poggiava sulla colonizzazione in quanto tale, ma sul dominio economico, politico, militare, ideologico, tecnico-scientifico, giuridico. E tuttavia questa egemonia non poteva essere veramente globale fino a quando c’era una  grande parte di mondo, composta principalmente dalla Cina e dai paesi del COMECON  (Consiglio per la Mutua assistenza Economica; era un’organizzazione economica degli stati comunisti, fondata nel 1949. Da: http://it.wikipedia.org/wiki/COMECON, n.d.T.) che molto al di fuori del sistema capitalista. La dissoluzione di quel sistema alternativo in Cina e nelle zone sovietiche alla fine ha reso possibile che l’impero diventasse veramente globale. IN realtà è stato agli inizi degli anni ’90, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, che il termine ‘globalizzazione’ ha cominciato a essere usato così di frequente, come se fosse ricco di un qualche nuovo valore sociale e scientifico.

In altre parole, verso la fine del ventesimo secolo c’erano pochi requisiti essenziali perché emergesse una globalizzazione su vasta scala  di un impero unitario e anche questi possono essere ricapitolati. (1) Le divisioni dei vecchi imperi coloniali dovevano essere superate se l’intero mondo capitalista doveva essere unito sotto un’unica potenza egemone. (2) Ci doveva essere una  potenza  preminente ben preparata a realizzare questo compito. (3) Gli stati non capitalisti dovevano essere  disciolti e riportati nel mercato capitalista in modo da renderlo veramente globale. (4) Era necessario un grado di industrializzazione delle ex colonie e la legge capitalista del valore doveva essere estesa agli angoli più lontani dell’agricolture del terzo mondo, se la portata del mercato capitalista doveva essere esteso praticamente a tutta l’umanità. (5) Si richiedevano nuovi tipi di tecnologia per integrare i mercati finanziari mondiali e per rendere più mobile  non soltanto il capitale finanziario, ma anche vaste porzioni del capitale produttivo stesso. (6) Analogamente, si richiedevano nuovi tipi di tecnologie militari, dai famosi “campi di battaglia  automatici” dell’era del Vietnam fino alla gamma degli aerei senza pilota dei nostri tempi, che potessero      il potere imperiale in modo efficace e rapido contro numerosi piccoli nemici molto sfuggevoli che si percepiva stessero proliferando in tutto il mondo. (7) Infine era necessaria una rete complessa per la pressione morale, la legittimazione ideologica e l’accettazione culturale, che       comprendeva tutti i tipi di ONG, il post modernismo magnanimo, l’ideologia della ‘Fine della storia’, i prodotti di cultura di massa e anche la ‘cultura elevata’ del sistema universitario più potente che il mondo abbia mai conosciuto.

Nei discorsi liberali, l’Unione Sovietica è delineata anche come una potenza imperiale. Dato il ruolo dell’Unione Sovietica in Polonia, Finlandia e in seguito, in Ungheria, Cecoslovacchia o Afghanistan, possiamo definire l’Unione Sovietica  una potenza imperiale?

Ho un sacco di riserve sul sistema che prevaleva nell’ex Unione Sovietica. Era troppo autocratico, centralizzato e burocratizzato per un paese che era certamente non-capitalista e che pensava di essere socialista. Gli interventi militari in Ungheria e in Cecoslovacchia erano completamente  indifendibili e l’intervento ancora più massiccio in Afghanistan è stato stupido ed è costato molto in termini umani e materiali. Penso che i dirigenti sovietici fossero molto preoccupati per la pressione militare ed economica praticamente insopportabile degli Stati Uniti e dei suoi alleati NATO  (che naturalmente alla fine li hanno rovinati). Vivevano nel grande timore che il sistema cominciasse a scricchiolare sotto questa pressione e che le spaccature  si sarebbero verificate prima nelle nazioni più piccole e che poi si sarebbero estese come un contagio. Così, ad ogni significativa dimostrazione di quella  che percepivano come una sfida sistematica all’interno del blocco sovietico, puntualmente reagivano in modo esagerato con tutta la forza repressiva. Penso che fosse sbagliato e brutale, ma penso che ci fosse una ragione per quel tipo di reazione isterica eccessiva. Non si deve giustificare questa reazione ma si devono comprendere le cause di tale condotta. Il caso dell’Afghanistan, tuttavia, è completamente diverso. Perfino Brzezinski ora dice con orgoglio che aveva organizzato la jihad islamica in Afghanistan tramite quella che è poi risultata la più grossa operazione della CIA della  storia, per costringere esplicitamente l’Unione Sovietica a intervenire e che questa è semplicemente   finita nella trappola.

L’Unione Sovietica è stata imperialista? Ebbene, l’imperialismo ha a che fare con il capitalismo, l’accumulazione di capitale, il trasferimento di ricchezza da altre nazioni al centro dell’impero, tirar fuori il plus valore dalle masse lavoratrici delle nazioni sottomesse, l’arricchimento della borghesia imperialista, il rafforzamento  dei rapporti  capitalisti di produzione nei paesi dominati ecc. ecc. Non vedo come la parola imperialista si possa applicare all’Unione Sovietica. La Germania dell’Est, l’Ungheria e la Cecoslovacchia, proprio le nazioni in cui le forze sovietiche hanno soppresso l’opposizione, coerentemente avevano più alti standard di vita e  di redditi pro capite dell’Unione Sovietica stessa. Questa forniva armi a una quantità di movimenti di liberazione nazionale ma non si sa che abbia guadagnato qualche cosa di materiale in cambio. Nazioni come l’India dell’epoca di

Nehru e l’Egitto dell’epoca di Nasser  avevano rapporti  economici molto vasti con l’Unione Sovietica e conosco tantissimi funzionari indiani che vi erano direttamente impegnat, ma non ha mai conosciuto nessuno che si lamentasse che l’Unione Sovietica sfruttasse la debolezza economica dell’India. Certamente per le forze di liberazione nazionale di Asia, Africa e America Latina,  dalla Palestina a Cuba, la dissoluzione dell’Unione Sovietica  è stata un disastro assoluto. Questa è una cosa molto difficile da spiegare alle persone di sinistra dell’Occidente.

Analogamente si sente parlare dell’imperialismo islamico o dell’imperialismo saudita. Come si legittimano   queste caratterizzazioni?

Quel tipo di stupidaggini non merita una risposta seria. Ogni stato-nazione che abbia un po’ di soldi  cerca di avere un’influenza oltre i suoi confini. I Sauditi hanno    i loro petro- dollari e il loro petro-Islam  sin da quando gli Israeliani hanno distrutto gli eserciti egiziani e siriani  nel 1967. Per il resto, sono essenzialmente clienti degli Stati Uniti.

La Cina sta penetrando in Africa oppure il Brasile si sta infiltrando in America Latina. La penetrazione cinese dell’Africa o l’infiltrazione  in America Latina, possono essere definite imperialismo?

“Penetrando “ e infiltrandosi” sono delle parole strane in questo contesto, dato che sono prese dal mondo del sesso e da quello dello spionaggio. Il Brasile non si può “infiltrare” in America Latina. Esso E’ praticamente metà dell’America Latina e ha la più grossa parte di territorio, la popolazione più grande, l’economia più avanzata dell’America Latina e una magnifica intellighenzia in tutte le discipline umanistiche, le arti, le scienze sociali e i settori tecnologici e manageriali; ha anche i più vasti     quartieri poveri dell’America Latina. IL Brasile appare nei notiziari in questi giorni essenzialmente per due ragioni. In patria, la politica di sinistra di Lula molto prudente e non aggressiva ma sistematica ha stabilizzato davvero l’economia brasiliana per cui si ipotizza che il Brasile  ora sia una potenza emergente su scala globale, insieme alla Cina, alla Russia e all’India. L’altra ragione è che le due nazioni, Argentina e Messico, che avrebbero potuto costruire economie ugualmente potenti, non lo hanno fatto  e il Messico, in particolare, è in una situazione generale  confusa  di vario tipo.   Personalmente credo che un po’ della fama economica  del Brasile coniata da poco sia pura pubblicità, e che ci sono problemi strutturali, specialmente nell’architettura finanziaria, che per forza diventeranno molto minacciosi molto presto.  Le  mie osservazioni sulla Cina saranno anche più brevi, proprio perché si potrebbe parlarne  molto di più. Il fatto fondamentale è che la Cina semplicemente non possiede le risorse naturali per costruire il tipo di economia che sta creando, ma ha immense risorse finanziarie. Andrà quindi in un grandissimo numero di nazioni, non soltanto in Africa, per offrire degli ottimi termini di scambi per le risorse naturali di cui ha bisogno. Per esempio, la Cina aveva molti lavoratori –fino a  35.000 persone in Libia, in base alle cifre che ho visto – che se ne sono andati tranquillamente a casa dopo che la NATO ha iniziato l’invasione. L’imperialismo in Libia è venuto dalla NATO, non dalla Cina. E una delle ragioni per cui  la NATO e l’AFRICOM (Africa Command) dell’America stanno cercando così tante basi militari e  partnership militari in tutta l’Africa, è che vogliono  per negare il petrolio alla Cina e altri material grezzi. A proposito, le multinazionali indiane stanno comprando decine di migliaia di ettari di terra in Africa.

Nel mondo musulmano, i militanti islamici si sono appropriati dell’anti-imperialismo. Quale dovrebbe essere la strategia della sinistra nei paesi musulmani, particolarmente in paesi come l’Afghanistan e il Pakistan? La sinistra dovrebbe prendere per mano la classe anti-lavoratori e le forze misogine per contrastare l’imperialismo? O dovrebbero appoggiare l’imperialismo (attacchi con i droni, occupazioni) come suggeriscono i liberali per il fatto che i Talebani sono una minaccia immediata alla nostra esistenza, pronti a eliminare i progressisti? O c’è una terza opzione data la posizione emarginata della sinistra in questi paesi?

La situazione è molto diversa in nazioni diverse  e a maggioranza musulmana. Non c’è nulla che si possa applicare contemporaneamente alla Turchia e all’Afghanistan oppure alla Tunisia e al Pakistan. Penso che lei avesse in mente il Pakistan quando mi ha fatto questa domanda così ampia; dato che conosco relativamente poco l’attuale situazione in Pakistan, mi limiterò comunque a questa situazione. Lei ha definito la sinistra in Pakistan “emarginata”. Anche io ho l’impressione che né i Talebani, né gli Americani siano particolarmente desiderosi di ottenere l’appoggio della sinistra pachistana; è troppo “emarginata” perché a loro importi in un modo o nell’altro. La sinistra pachistana, quindi che si propone di offrire il suo aiuto agli uni o agli altri, mi fa impressione,  come se si trattasse di  Sancho Panza contro  i mulini a vento. Non si deve essere per i Talebani e non si deve essere per gli Americani. O in Pakistan o altrove, e non soltanto nelle nazioni a maggioranza musulmana, la cosa migliore è costruire un movimento di sinistra in campi che siano peculiarmente e specificamente l’arena della politica di sinistra. Se c’è “una minaccia e immediata” alla nostra esistenza o da parte dei Talebani o degli Americani la cosa migliore è tentare di uscire dalla linea di fuoco finché si è abbastanza forti da reagire e, nel frattempo, costruire una specie di  sotterraneo  nel quale si possa sparire quando un proiettile viene a cercarti.  Costruite quella  sinistra, però. Costruite quella sinistra. Risparmiatevi l’inutile lusso di offrire il vostro aiuto a diverse creature detestabili, nessuna delle  quali, comunque, vi vuole.

 

Libri di Aijaz Ahmad:

  •  In Theory:Classes, Nations, Literatures. (In teoria: classi, nazioni, letterature)
  •  Lineages of the Present: Ideological and Political analogies of Contemporary South Asia    del presente: genealogie ideologiche e politiche dell’Asia Meridionale attuale
  •  Iraq, Afghanistan and the Imperialism of Our Time (Iraq, Afghanistan e l’imperialismo del nostro tempo)
  •  On Comunalism and Globalization-Offensives of the Far Right  (Il comunalismo e le offensive della globalizzazione dell’estrema destra)
  •  A Singular Voice: Collected Writings of Michael Sprinker (Una voce singolare:  raccolta degli scritti di Michael Sprinker) –  (Ne ha curato la pubblicazione insieme a Fred Pfeil e Modhumita Roy)
  •  In Our Time: Empire, Politics, Culture (Nella nostra epoca: impero, politica, cultura).

 

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da ZSpace / Testo originale

Traduzione di Maria Chiara Starace

 

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