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Di  Michael AlbertCNT spagnola

30 settembre 2011

Questa intervista è stata condotta tramite email in preparazione di un viaggio in Spagna di Michael Albert.  La CNT è la Federazione Anarchica del Lavoro spagnola e Periodico è il giornale della CNT. Le domande provengono da una serie di autori del Periodico.

 1. Storicamente solo pochi autori anarchici hanno analizzato le caratteristiche economiche della società. Dal tuo punto di vista, quali sono i contributi più rilevanti degli anarchici al pensiero economico?

 Il principale contributo economico anarchico, penso, è il desiderio di ridurre al minimo la gerarchia e, al suo posto, estendere la partecipazione informata e l’autogestione.  Questi obiettivi dovrebbero informare ogni riflessione ragionevole sull’economia, o su altri fenomeni sociali.

Una seconda consapevolezza anarchica è stata la sua attenzione al ruolo di fonti di divisione di classe non legate alla proprietà. Bakunin e altri sono stati fondamentali, ritengo, per l’emergere di una comprensione del fatto che una divisione del lavoro che dia a una minoranza un monopolio sul lavoro che conferisce influenza, competenze sociali, iniziativa e fiducia, mentre la maggioranza esegue solo lavori che tolgono potere e che richiedono principalmente obbedienza, riducendo le competenze sociali e la fiducia, fa sì che il primo gruppo, che io chiamo classe coordinatrice, domini il secondo, che io chiamo classe lavoratrice. Comprendere gli interessi di classe come forza motrice dei cambiamenti economici richiede che si evidenzino non solo due classi – capitale e lavoro – bensì tre,  capitale, lavoro e, tra essi, la classe coordinatrice, anche per il motivo, non ultimo, che i coordinatori possono diventare la classe dominante in quello che è stato chiamato socialismo di mercato o a pianificazione centrale, ma che avrebbe dovuto essere chiamato coordinatorismo.

Infine, io credo che il lavoro di Kropotkin sul mutuo aiuto e anche sulle virtù intrinseche del lavoro possa aiutarci a comprendere come i mercati producano antisocialità e cosa serve nella distribuzione per promuovere invece il mutuo aiuto, così come per comprendere l’impatto della divisione contemporanea del lavoro e illuminare quel che serve per avere relazioni economiche eque e ragionevoli incentivi economici.

2. Dal tuo punto di vista, com’è collegata l’analisi del capitalismo che deriva dall’economia applicata con le proposte anarchiche dirette alla creazione di una società nuova? Esistono collegamenti tra l’Economia Politica Radicale, come modo di analizzare il capitalismo e il ruolo dello stato, e l’approccio anarchico all’economia partecipativa come proposta di una società futura? Se esistono, quali sono?

Se l’espressione ‘economia applicata’ si riferisce alla teoria economica convenzionale, come sospetto e presupporrò, penso che ci siano scarsi collegamenti. La teoria convenzionale presta scarsa attenzione alle classi in sé e quasi nessuna attenzione a quella che io chiamo classe coordinatrice e non presta attenzione alle aspirazioni anarchiche, né pressoché a nessun’altra, ad una società nuova.  Invece la teoria economica convenzionale esiste in misura schiacciante per dire cose ragionevolmente intelligenti riguardo ai fenomeni economici, ma solo all’interno del limite paralizzante che quel che viene detto giustifichi l’inevitabilità e la permanenza di strutture quali i mercati, la divisione imprenditoriale del lavoro, la proprietà privata e procedure di assunzione delle decisioni fortemente gerarchiche.  Nessuna di queste ha qualcosa a che vedere con le aspirazioni anarchiche, se non in quanto le nega.

Direi, tuttavia, che ci sono certe intuizioni anche nei reazionari limiti paralizzanti della professione convenzionale, che gli anarchici dovrebbero tenere presenti; ad esempio quelli che incidono su questioni quali l’interconnettività di tutte le scelte economiche e la realtà associata di quelli che sono chiamati costi di opportunità ; vale a dire che quando si è fatto X significa che non sono state fatte varie altre cose che avrebbero potuto essere realizzate con lo stesso lavoro e le stesse risorse, ecc.  Il costo di fare X è non fare Y.  Questa intuizione è un’utile verifica per il pensiero utopico di certi segmenti della sinistra che presuppongono che si possa avere semplicemente gratis tutto quel che si vuole.

Ma, ciò detto, la maggior parte dell’economia è non solo reazionaria, ma anche priva di senso, come, ad esempio, nel caso delle idee ampiamente condivise riguardanti gli incentivi, l’impatto dei mercato, cosa sia l’efficienza, e via di seguito.

Quanto all’economia politica radicale, quella è un’altra faccenda. Sospetto che si differenzi nel mondo, ma nel mio paese, gli Stati Uniti, c’è effettivamente un’Unione degli Economisti Politici Radicali. E’ stata principalmente, anche se non interamente, marxista e ha avuto molte intuizioni valide e importanti, ma è stata anche ostacolata, almeno dal mio punto di vista, dal non aver evidenziato la terza classe citata più sopra.  La maggiore attenzione dedicata dall’economia politica radicale ai temi del potere, dei quotidiani oltraggi di classe, a molti dei mali dei mercati e ad altre questioni è rilevante, tuttavia, per qualsiasi tentativo di realizzare una società e un’economia anarchiche, compresa un’economia partecipativa e una società partecipativa. Osserverei, anche, che la mancanza di attenzione dell’economia radicale all’esistenza di tre classi può ridursi e persino scomparire, sperabilmente portando a un rapporto molto più stretto tra essa e l’anarchismo, compresa, in particolare l’economia partecipativa.

3. Quali politiche economiche e sociali possono perseguire i lavoratori per evitare di soffrire a causa dell’attuale crisi economica?Esistono altre politiche realizzabili, a parte le spese pubbliche, per mitigare la massiccia disoccupazione?

In primo luogo, sarei negligente se non dicessi almeno due parole su questo concetto: crisi.  Cosa costituisce una crisi? Prima della crisi che stiamo attualmente sopportando, decine di milioni di persone sono morte ogni anno di malattie e fame evitabili. Molte di più sono scomparse nell’oblio per difendere le situazioni che hanno generato quelle malattie e quella fame. A miliardi di persone è stato negato un lavoro appagante e sono state fatte impantanare in una subordinazione priva di dignità.  Perché tutto ciò non era una crisi?

Poi è successo qualcosa, alcune bolle sono scoppiate, e improvvisamente c’è stata una crisi. Si potrebbe pensare che sia stato perché quel che era accaduto aveva reso le cose peggiori per la maggior parte della gente. Ma no, non è stata quella la ragione.  La ragione per cui i media hanno proclamato la crisi è stata che quel che era accaduto aveva colpito o minacciato non solo i più poveri e i più deboli, non solo quelli immediatamente al di sopra, i più in basso, bensì quelli al vertice.  Quella che è diventata una crisi è stata una situazione che ha colpito le élite, e in particolare una situazione che avrebbe potuto portare a un grande dissenso che a sua volta avrebbe causato perdite alle élite.

Qual è allora la reazione dell’élite, a parte definire ‘crisi’ la situazione attuale e definire contemporaneamente decine di milioni di cadaveri e miliardi di vite annualmente atrocemente sminuite “normali affari”?  Consiste nel rimuovere o fermare la crisi, ma in modi che fanno sì che, una volta che essa sia terminata, ancora maggior potere e ricchezza affluiscano al vertice e via da quelli che stanno in fondo.

Così, in tale contesto, cosa possono fare i lavoratori? Dire che possiamo dissentire, ribellarci e resiste, è ovviamente vero; ma a qual fine? Dire che possiamo farlo con l’obiettivo di creare una nuova società è, di nuovo, ovviamente vero, ma dato che ciò richiederà tempo, cosa può alleviare la sofferenza adesso? E, di più, cosa può alleviare la sofferenza adesso ma anche far progredire ulteriori conquiste e alla fine una nuova economia e una nuova società?

Alcune idee generali indicano certe politiche realizzabili.  Le idee generali sono: far pagare i ricchi, non i poveri e far sì che i poveri ne escano meglio organizzati e più forti, i ricchi l’opposto, se possibile.

Un tipo di attività valida, allora, è la pratica quotidiana del mutuo aiuto sincero e militante. Ciò può includere il proteggersi delle comunità contro gli sfratti, il proteggersi delle comunità contro le discariche di rifiuti, i movimenti di protezione contro la speculazione sui prezzi, la lotta dei sindacati contro i licenziamenti e i tagli alle paghe, ecc.

Un secondo tipo di attività valida consiste nel pretendere cambiamenti quali l’aumento delle paghe minime, un tetto ai redditi della fascia altissima, tasse altamente progressive che ridistribuiscano la ricchezza e una riallocazione della spesa nazionale da scopi distruttivi od orientati al controllo, a scopi che soddisfino i reali bisogni delle comunità dei lavoratori.

Ma consideriamo la disoccupazione, poiché essa è al centro della crisi attuale.  C’è nulla che i lavoratori possano cercar di fare per alleviare la massiccia disoccupazione, spesa pubblica a parte? Sì, certo che c’è.

Consideriamo un luogo di lavoro con un migliaio di dipendenti. Si supponga che si stiano per licenziare 250 lavoratori, ovvero il 25% che è, penso, una tipica percentuale attuale per molti luoghi in Spagna e negli Stati Uniti centro-occidentali.  Si supponga anche che la ridotta domanda dei prodotti della fabbrica sia la vera ragione dell’imminente decisione di licenziare i 250 lavoratori.

Cosa si deve fare? Bene, se si vuol gestire la situazione mantenendo o aumentando i profitti al momento e nel tempo, si dovrebbero licenziare i 250. Ciò indebolirà tutti i lavoratori accrescendo la disoccupazione e la paura e conserverà almeno la percentuale di profitto, probabilmente conducendo anche a paghe ridotte, e successivamente, quando l’occupazione risale, a un ridotto onere salariale.  Così in questo modo i proprietari affrontano la situazione difficile della ridotta domanda in modi adatti ai propri interessi.  Ma che dire nel caso in cui noi vogliamo garantire che le nostre scelte evitino che la situazione peggiori, o addirittura vogliamo migliorarla?

La risposta è evidente. Invece di licenziare 250 persone si mantengano tutti i dipendenti.  A causa delle ridotte necessità di produzione si riduca la durata della settimana lavorativa del 25%. Tutti hanno ancora un lavoro, ma lavorano meno ore. Ma non fermiamoci qui. La responsabilità della distruzione dell’economia è dei ricchi.  E, cosa più rilevante, essi hanno da molto tempo ricavato un reddito infinitamente superiore a quello che meritano e perciò, OK, manteniamo i salari dei lavoratori al livello in cui erano.  Così, se prima lavoravano quaranta ora e guadagnavano X, ora io lavoro 30 ore ma continuo a portare a casa la mia paga X. La mia paga oraria è aumentata. La riduzione delle ore che lavoro è un vantaggio, non un disastro.

Chi subisce le perdite di entrate senza una riduzione dei salari pagati? I proprietari.  Essi effettivamente ci rimettono in misura importante rispetto al passato.  Si noti che i lavoratori guadagnano non soltanto un aumento delle paghe orarie ma guadagnano anche in tempo libero, che non è un vantaggio da poco, poiché libera tempo per organizzarsi e conseguire ancora altre conquiste.

Noi perciò affrontiamo la disoccupazione in un modo che avvantaggia i lavoratori, non solo di una fabbrica, ma nell’intera economia, a spese dei proprietari e apre la via anche a ulteriori vantaggi. Ma cosa accade se i proprietari non possono letteralmente permettersi di subire il colpo enorme costituito dal pagare salari a un livello molto aumentato?

Beh, anche alcuni che non sono i proprietari attualmente guadagnano più della loro quota. Mi riferisco ai coordinatori, compresi gli avvocati, i medici, i manager, i dirigenti finanziari di alto livello e via di seguito. Perciò affiniamo ulteriormente la nostra richiesta.  Tutti quelli che guadagnano annualmente meno di un certo importo – diciamo meno di 80.000 dollari –  continuano a guadagnare lo stesso totale di prima lavorando il 25% di ore in meno.  Quelli che guadagnavano dell’importo limite subiscono effettivamente un taglio del 25% per il fatto che lavorano il 25% di ore in meno.  Così non sono solo i proprietari a pagare per la crisi economica; lo stesso accade a quella che chiamo la classe coordinatrice, portando, di nuovo a un’equità e giustizia maggiori.

Se, per inciso, questo approccio fosse attuato in tutto il paese, si potrebbe ovviamente scommettere con enorme sicurezza che i governi scoprirebbero molto rapidamente la stupidità delle politiche di decapitazione dei bilanci e la saggezza di nuove tasse e nuove spese sociali e di riduzione degli sprechi di bilancio per rimettere in sesto l’economia a costi minori per le élite.

4. Da una prospettiva anarchica, quali proposte ritieni necessario perseguire per affrontare l’attuale crisi economica?

La richiesta di evitare i licenziamenti, di ridurre la settimana lavorativa e di politiche di ridistribuzione del reddito, è un buon esempio, penso.  E’ valida qualsiasi proposta che imponga un onere maggiore a quelli che dispongono di una ricchezza e di un reddito più elevati e che crei nuove condizioni sociali che aumentino l’organizzazioni, la consapevolezza e le opzioni dei lavoratori in modo che abbiano la probabilità di continuare a perseguire conquiste ancora maggiori.  Ciò includerebbe anche tali ai bilanci militari e l’utilizzo dei risparmi per ricostruire le infrastrutture, creare scuole, abitazioni, assistenza sanitaria migliori, ecc.

5. Quali opportunità, se ce ne sono, pensi crei l’attuale situazione per costruire un’economia anarchica?

La crisi, di per sé, non spinge verso l’anarchismo o verso qualsiasi soluzione progressista. Quando le cose peggiorano allora la regola familiare, in realtà un vero desiderio naturale, è di voler tornare alle condizioni del passato, non di realizzare condizioni rivoluzionarie e ancor meno obiettivi anarchici.

Peggio, i ricchi e potenti vogliono non solo ritornare alla situazione pre-crisi, ma venirne fuori ancor meglio di prima.  I poveri e deboli dovrebbero anch’essi voler sfuggire a nuove sofferenze, ma ottenendo nuovi rapporti in cui star meglio di prima e anche in una posizione migliore per continuare a progredire.

Perciò il problema del rapporto tra i “normali affari” (che significa crisi perpetua) o la distruzione caotica (che è la crisi attuale) con la costruzione di un’economia anarchica non è scritto in qualche legge della società o della natura, ma risiede invece nel carattere della reazione organizzata.  In una situazione di crisi noi aumentiamo efficacemente i nostri numeri, estendiamo la nostra consapevolezza e ampliamo i nostri mezzi di sviluppo e di espressione dei nostri desideri anche nel trasferire i costi ai ricchi e ai potenti? In caso affermativo, bene. In caso negativo la crisi può allora condannare al disastro non solo per il momento, ma per un lungo periodo.

6. Quali compiti specifici consideri essenziali affinché i lavoratori possano autogestire un’economia? Consideri l’anarco-sindacalismo uno strumento utile per mettere i lavoratori in grado di autogestire i mezzi di produzione? Com’è possibile collegare il lavoro rivoluzionario dei sindacalisti con la costruzione di alternative economiche?

Penso che l’autogestione richieda una sede in cui lavoratori e consumatori possano sviluppare le loro preferenze e decidere i risultati dell’economia in un modo autogestito.  E’ per questo che penso che dobbiamo creare e gestire consigli di autogestione dei lavoratori e dei consumatori.

Penso anche che in tali consigli, a meno che lavoratori e consumatori sia tutti analogamente fiduciosi e pronti a partecipare, almeno in media, alle discussioni e alle decisioni che li riguardano, i pochi domineranno i molti.  I lavoratori e i consumatori devono essere preparati allo stesso livello, avere, dalla propria storia e dalla propria condizione, un livello di potere simile, per partecipare. Secondo me, ciò significa che dobbiamo ottenere e gestire una nuova divisione del lavoro medianti quelle che chiamo combinazioni equilibrate di compiti [balanced job complexes].

Penso anche che, se si vuole una vera autogestione per tutti,   non si possano avere grandi disparità di reddito e di ricchezza che possano essere sfruttate come differenze di potere. Ciò significa che dobbiamo ottenere e gestire remunerazioni eque, ovvero un reddito commisurato alla durata, intensità e onerosità del lavoro socialmente utile.

Infine, i mercati e la pianificazione centrale generano entrambi differenze di classe imponendo una classe coordinatrice, di nuovo, sopra i lavoratori.  Così queste modalità di allocazione devono essere respinte e al loro posto io e l’economia partecipativa favoriamo l’ottenimento e la gestione di quella che chiamo pianificazione partecipativa, o negoziazione cooperativa, da parte dei consigli  dei lavoratori e dei consumatori, delle risorse e dei prodotti.

Se l’anarcosindacalismo si riferisce all’anarchismo con un’enfasi sull’auto-organizzazione e autogestione da parte dei lavoratori, compreso l’ottenere un’economia priva di classi e una politica democratica partecipativa, allora ovviamente, sotto tali aspetti, è parte integrante dell’economia partecipativa e della società partecipativa. Se considera la società solo come un’appendice delle idee e delle azioni dei lavoratori – e non persegue anche assemblee politiche di quartiere e consigli dei consumatori – quella sarebbe una differenza reale, ancora da affrontare. Analogamente, se per alcuni esso preclude un’attenzione  ai problemi di genere, sessualità, razza e cultura corrispondente a quella riservata alla classe, allora anche questa sarebbe una differenza, almeno nella portata della focalizzazione.

L’ultima parte della tua domanda è incredibilmente importante. Abbiamo bisogno di creare alternative per imparare da esse, per offrire fiducia, per orientare i nostri sforzi in modo più ampio, ecc.  Abbiamo anche bisogno di batterci all’interno delle strutture esistenti nei sindacati, nei quartieri, ecc., per conseguire conquiste, per restare collegati, per sviluppare il mutuo aiuto, per ampliare il sostegno, ecc.  Ciascuno dei due approcci senza l’altro è carente, il primo potenzialmente scollegato e distante, il secondo potenzialmente riformista; perciò eliminare le antipatie reciproche è fondamentale.  Quanto a come farlo, non penso ci sia alcuna risposta generale o singola. Sospetto che le risposte dipendano interamente dai tipi di situazione che incontriamo e sviluppiamo.

7. Puoi dirci qualche parola sulle origini del modello dell’Economia Partecipativa e sui fondamenti teorici e pratici che ispirano il modello?

Il modello che a Robin Hahnel e a me è capitato di stilare si può sostenere abbia origine solo dalle cose che ci hanno colpito.  Quello è il modo in molti rispondono quando viene loro chiesto “beh, qual è l’origine di quel che hai detto o fatto.” Ma penso che sarebbe sbagliato. Le vere origini della visione dell’economia partecipativa, o parecon, sono nel retaggio della ricerca dell’assenza di classi, e a volte io le faccio risalire al primo sciopero registrato in Egitto, ai tempi dei faraoni. Comunque, la parecon è certamente fortemente influenzata dall’emergere del pensiero socialista, o poi dal pensiero anarchico e dei consigli.

Abbiamo appreso lezioni, ad esempio, non solo dal marxismo e poi dalla critica di vari aspetti del marxismo, ma anche da Bakunin, Kropotkin e poi da Anton Pannekoek, ad esempio. Ma le influenze prossime sono state, penso, principalmente la filosofia e la pratica della Nuova Sinistra degli anni sessanta di cui Robin ed io abbiamo fatto parte e Noam Chomsky cui sono stato particolarmente vicino e dal quale o imparato molto.

Penso che i fondamenti principali siano stati un rifiuto di una concezione ristretta dell’economia, decidendo invece di prestare attenzione non solo alle  risorse e ai prodotti  materiali dell’attività economica, ma anche a quelli personali, sociali ed ecologici; una visione della classe che ha incluso l’attenzione alla proprietà ma ha aggiunto l’attenzione alla divisione del lavoro e ha evidenziato, anche, questioni di consapevolezza ed abitudini; un rifiuto generale sia dei mercati sia della pianificazione centrale per l’allocazione; e un impegno attento ed esaustivamente formulato alla solidarietà e, in particolare, all’autogestione, ovvero al fatto che le persone abbiano voce in capitolo nelle decisioni in proporzione a quanto ne sono toccate.

Penso che il fondamento pratico della parecon sia stata una revisione estesa della storia delle esperienze autonominatesi socialiste in Russia, Cina, Jugoslavia e Cuba e dei relativi tentativi, compresi i movimenti anarchici qui in Spagna, così come delle lezioni derivanti dalle nostre esperienze personali sia nella Nuova Sinistra  e, nel mio caso, sia nel progetto editoriale autogestito chiamato South End Press.

8. Negli anni prima della guerra civile spagnola sono state discusse diverse proposte anarchiche su come organizzare una società, compresa la sua sfera economica. Ciò era chiamato comunismo libertario. L’economia partecipativa è una proposta comunista libertaria?

I modelli di tale periodo, al meglio di quanto sono stato capace di capire, avevano valori splendidi ma erano ancora parecchio legati ai mercati per l’allocazione ed erano solo implicitamente, non esplicitamente, chiari riguardo alla divisione del lavoro e alle regole di remunerazione.  Perciò se stai chiedendo se parecon è la stessa cosa che quei modelli, allora no, parecon non è la stessa cosa. Ma se stai chiedendo se parecon, tutti questi decenni dopo, sta cercando di incorporare lezioni vecchie e nuove in accordo con le aspirazioni di quei modelli, allora io penso che la risposta sia sì, in gran parte.

In realtà, anche se non possiamo saperlo, la base e la maggior parte dei protagonisti più ideologicamente organizzati di quei giorni sarebbero largamente o interamente favorevoli alle caratteristiche definitorie dell’economia partecipativa, compresi i consigli autogestiti dei lavoratori e dei consumatori come sedi di autogestione; la remunerazione per la durata, l’intensità e l’onerosità del lavoro socialmente riconosciuto come realizzazione dell’equità; le combinazioni equilibrate di compiti come veicolo di partecipazione informata e per eliminare le divisioni di classe tra lavoratori e coordinatori e la pianificazione partecipativa, o negoziazione cooperativa di risorse e produzioni da parte di assemblee di lavoratori e consumatori per sostituire la pianificazione centrale e i mercati.  Questo insieme di quattro obiettivi istituzionali è, credo, un elenco minimalista di caratteristiche istituzionali che possono, e probabilmente lo faranno, variare nella loro forma specifica al di là delle loro principali caratteristiche definitorie, in molte industrie, paesi, ecc. e possono, e vogliono, realizzare lo scopo massimalista di un’economia priva di classi, autogestita, solidale ed equa del tipo che tutti gli attivisti sinceramente anticapitalisti e a favore dell’assenza di classi hanno sempre voluto.

9. Quali strategie di transizione favorisce l’economia partecipativa? Quali agenti sociali dovrebbero promuoverle?

Penso che la strategia sia eminentemente contestuale, col che intendo dire che dipende dal luogo e dal tempo e in realtà da tutti le circostanze. Ci sono, comunque, almeno alcune raccomandazioni generali che penso siano virtualmente generali.

Nel perseguire un’economia priva di classi, parecon, facciamolo solo come parte della ricerca di una società partecipativa e perciò insieme con il perseguimento, con priorità uguale, di obiettivi femministi, antirazzisti (che io chiamo intercomunitari) e antiautoritari o anarchici.  Incorporiamo i semi del futuro nel presente. Perseguiamo riforme valide, ma non in modo riformista, che puntino a un cambiamento complessivo e che organizzativamente, concettualmente ed emotivamente si muovano verso di esso.

Sviluppiamo un’organizzazione che utilizzi l’autogestione, che protegga e addirittura apprezzi il dissenso e persegua la diversità nel pensiero e negli atti, che serva ai membri rendendo le loro vite più piacevoli e appaganti sulla via del cambiamento in modo che il movimento cresca, anziché perda continuamente sostegno. Creiamo consigli o assemblee di quartiere e dei luoghi di lavoro e federiamoli in regioni e industrie.

Gestiamo la ricchezza e le situazioni come si farebbe in parecon, equamente e attraverso combinazioni equilibrate di compiti.  Dedichiamoci ad altre questioni di classe e creiamo un movimento che celebri e manifesti la cultura e le preferenze dei lavoratori, non dei coordinatori. Decidiamo la forma della politica partecipativa, se volete, e gestiamo le dispute, le leggi, ecc., coerentemente con quell’insieme di obiettivi. Facciamo lo stesso con la visione culturale e dei rapporti di parentela.  Si potrebbe continuare ma peso che la vera prova stia nelle condizioni speciali che incontreremo e nel modo in cui le affronteremo, imparando  mentre procediamo.

Quanto agli aspetti sociali, un’ipotesi sarebbe che i ruoli guida nelle lotte vadano a quelli al fondo delle gerarchie sociali e dunque ai lavoratori e ai poveri, alle donne, agli omosessuali, a quelli che sono culturalmente repressi e oppressi, a quelli che prendono ordini, ecc. Ma alla fin fine la consapevolezza ancor maggiore è che quelli che sono impegnati negli obiettivi del movimento, che hanno chiarezza del proprio ruolo, e lavorano efficacemente per il successo, sono quelli che daranno il contributo maggiore.

10. E’ realizzabile un modello di sviluppo locale e regionale che comprenda sindacati anarchici all’interno di imprese capitaliste come organizzazioni che raccolgano la maggioranza dei lavoratori, cooperative di lavoro e di consumo, banche del tempo, e scambi di lavoro per i disoccupati, collegati a sindacati anarchici, con l’obiettivo di creare sistemi di intervento autogestiti nei mercati locali del lavoro? Come potrebbe essere collegata questa prassi all’idea dell’economia partecipativa in direzione dell’abolizione del capitalismo e dello stato?

Non solo penso sia realizzabile, penso sia altamente desiderabile e addirittura abbia un’importanza centrale . Per avere successo i movimenti per il cambiamento devono costantemente e incessantemente crescere di dimensione, e anche i membri devono diventare costantemente più impegnati e più capaci di partecipare efficacemente, conoscendo i propri obiettivi, la strategia ecc. Molti tipi di attività  possono aiutare in un simile scenario ma due tipi generali sono immediatamente ovvi.

In primo luogo avviamo attività che essenzialmente riguardano la costruzione di istituzioni coerenti con i nostri obiettivi, ma che operino adesso, nel presente.  Questo è costruire in parte le strutture del nostro movimento, ma può anche, e dovrebbe, essere costruire le nostre proprie comunità e luoghi di lavori autogestiti, federati insieme ecc.  In secondo luogo, abbiamo attività che cercano di ottenere miglioramenti nelle vite delle persone nelle loro istituzioni e quartieri attuali. Questo è lavorare per conseguire cambiamenti – che, per definizione, sono riforme – ma sperabilmente facendolo in modi non riformisti che mirino a insiemi sempre crescenti di vittorie e a preparare i mezzi e ad avere il denaro per campagne sempre più vaste fino a quando, alla fine, non soltanto aboliremo il capitalismo e lo stato ma sostituiremo il capitalismo e le attuali strutture politiche con un’economia partecipativa e una nuova politica partecipativa di nostra scelta.

Le possibilità citate nella domanda includono una combinazione del primo e secondo tipo di attività e nel farlo puntano alla priorità essenziale che non solo dovrebbero essere perseguiti centralmente i due tipi, ma che dovrebbero essere , per quanto possibile, intrecciati.

La creazione di alternative immediate senza lotta all’interno delle istituzioni esistenti corre il grave rischio di essere scollegata, marginale e persino insensibile nei confronti della maggior parte dei cittadini.  Ma le lotte per i miglioramenti nei quartieri e nei luoghi di lavoro delle persone, e in politiche economiche nazionali, che non siano collegate al perseguimento di nuove organizzazioni visionarie, corrono il rischio di perdere di vista gli obiettivi a lungo termine e di diventare meramente riformiste. Comunque, si colleghino le due, ed entrambe saranno enormemente rafforzate e potenziate. Come facciamo questo, di nuovo, è una questione da considerare caso per caso, ma principalmente io penso che la risposta risieda nel considerare ciascuna come un aspetto dell’altra, comprendendo entrambe nel discorso indipendente da su quale delle due siamo concentrati, e mettendo le nostre energie e le nostre capacità di mutuo aiuto al servizio degli altri, ogni volta che farlo sarà d’aiuto.

11. All’interno delle strategie di transizione a una società anarchica, come pensi che possiamo affrontare i problemi collegati alla divisione del lavoro, cioè a quelle che riguardano il ruolo strategico dei tecnici e dei legali (avvocati, medici, lavoratori altamente specializzati, ecc.) così come degli economisti che sono forti difensori del capitalismo?  Come possiamo convincere i nostri amici economisti e perseguire il cambiamento sociale? Quale sarebbe il ruolo di un economista nella parecon?

La prima parte della domanda solleva, di nuovo, il problema del ruolo della classe coordinatrice, e il problema è di come di rapportarsi con essa, e alle strutture che genera, nelle battaglie attuali.  Penso che questa domanda sia fondamentale.  Penso che la risposta sia che dobbiamo sempre essere onesti riguardo alla realtà dell’esistenza  di questa differenza di classe, dobbiamo sviluppare la coscienza e la pratica della classe lavoratrice piuttosto che fare appello alla coscienza e alla pratica della classe coordinatrice; dobbiamo sezionare e contrastare gli assiomi e le abitudini della classe coordinatrice ogni volta che sono élitari e arroganti; dobbiamo incorporare nelle nostre istituzioni combinazioni equilibrate di compiti e dobbiamo combattere per cambiamenti nelle istituzioni convenzionali che facciano avanzare tale nuova divisione del lavoro.  Quando dico che questo è fondamentale è perché nella mia visione il leninismo, nonostante le aspirazioni della maggior parte dei leninisti della base che innegabilmente vogliono l’assenza di classi, è di fatto il programma della classe coordinatrice, non della classe lavoratrice.  Quel che serve non è il paternalismo nei confronti dei lavoratori, non la beneficenza nei confronti dei lavoratori, ma l’autogestione da parte dei lavoratori, e ciò significa la dissoluzione finale della classe coordinatrice mediante la distribuzione di tali attività tra tutti  i lavoratori, piuttosto che tra pochi.

Come fare tutto questo è una grande domanda. Ma le tesi che affermano, ad esempio, che i migliori oratori dovrebbero tenere tutti i discorsi, che i migliori decisori dovrebbero prendere tutte le decisioni, i migliori scrittori scrivere ogni cosa, sono orribilmente sbagliate, e che lo siano inavvertitamente o intenzionalmente, servono agli interessi dei coordinatori.  Sono sbagliate sotto due aspetti.  Primo, quelli che sono i migliori in qualcosa oggi – principalmente grazie a vantaggi nell’addestramento e nella conoscenza – possono non esserlo domani, con l’addestramento e la conoscenza diffusi in modo più vasto. Secondo, quelli che pensano di essere migliori, solitamente non lo sono.  Possono avere maggiore sicurezza, avere vocabolari più fluidi, ma spessissimo ciò si accompagna al bagaglio di presupposti coordinatoristi che limitano tremendamente i vantaggi.  E, secondo, l’unico criterio di validità non è essere migliori in qualcosa; c’è anche la questione dell’equità, della partecipazione, dell’eliminare le gerarchie ingiuste, e queste non sono questioni di poco conto.

Quanto al convincere gli economisti a cambiare opinione, immagino che sia come sostenere idee e valori diversi con qualcuno che ha un forti interessi acquisiti che ostacolano la chiarezza del suo pensiero.  Si deve cercare di superare tale ostacolo, con esempi e prove che diano una scossa alla comprensione e facciano appello a virtù più elevate.  Non facile, specialmente con i tipi di classe coordinatrice che sono stati imbevuti – cosa che l’istruzione è progettata per fare – di idee sulla propria superiorità.  Quanto agli economisti in un’economia partecipativa operativa, nessuno me l’ha chiesto e non ci ho mai pensato. Non sono sicuro. L’effettivo lavoro tecnico che c’è – come il lavoro tecnico che c’è in un ospedale o nella cabina di un aereo, o in uno studio di progettazione – è fatto da persone con combinazioni equilibrate di compiti e con l’addestramento relativo. C’è addirittura qualcosa di simile a un economista in un’economia partecipativa? Immagino di sì, ma davvero non sono assolutamente sicuro di quel che farebbe, o studierebbe, e a qual fine.  A meno che non si trattasse, forse, di scoprire uno stadio ancor più elevato di organizzazione umana della vita economica, oltre parecon e l’assenza di classi.  Penso che il lavoro degli uffici di agevolazione e simili, non dipenda in realtà da quella che probabilmente considereremmo una teoria economica.

Comunque convengo che questa e altre domande correlate sono, o dovrebbero essere, al centro delle differenze tra gli anarchici e i leninisti.  Sono, o dovrebbero essere, al centro della critica dell’economia socialista del ventesimo secolo. E sono, o dovrebbero essere, al centro del pensiero riguardante le strategie per il cambiamento, come tu implicitamente indichi.

12. Quali sono alcune delle strategie che potrebbero aiutarci a reindirizzare lo sviluppo tecnologico incontrollato, che promuove la gerarchizzazione e la stratificazione della società, verso le prassi autogestite che parecon postula?

Devo dire che non penso che lo sviluppo tecnologico sia incontrollato. E, dalla tua domanda, penso che tu sia d’accordo.  Quando ero all’università, ad esempio, in un’istituzione tecnica, mi sono reso conto che  anche se era considerato una bella cosa che i tizi pensassero a come ottenere delle bombe che potessero rintracciare il loro bersaglio (la cosa è stata realizzata per la prima volta intorno al 1970 ed è stata utilizzata, in forma rudimentale, contro le dighe in Vietnam) e che ci fosse una quantità di fondi per perseguire tale “compito tecnico”, non era bello ideare come abbattere un bombardiere B-52 con un’arma manuale.  Non c’erano fondi per questo “compito tecnico”. I compiti erano entrambi ugualmente interessanti e  difficili. La differenza stava nel fatto che il primo compito era negli interessi del potere dell’élite.  Il secondo era contrario a tali interessi.  E perciò era chiaro in modo evidente che la curiosità tecnologica e gli sforzi degli ingegneri e degli scienziati erano  canalizzati . controllati – almeno nelle loro applicazioni, dalle istituzioni d’élite del contesto.  Lo stesso vale più in generale.  Non c’è sostegno per lo studio tecnico di come organizzare i luoghi di lavoro e creare strumenti di lavoro che consentano ai lavoratori di finire per avere maggior potere e di essere in maggiore contatto gli uni con gli altri utilizzandoli.  C’è un mucchio di sostegno per fare il contrario: avere strumenti e luoghi di lavoro che frammentino e, così facendo, indeboliscano i lavoratori.  Di nuovo, quello per cui le tecnologie sono addirittura concepite è controllato.  Potremmo continuare, ma una volta che il problema è messo in questi termini, il punto è evidente anche ai ciechi.  Costruire obsolescenza, perfetto.  Manipolazione mediatica, perfetto. Bombe più grandi ed efficaci, perfetto.  Alimenti economici di lunga durata, non tanto perfetto.  Sincerità dei media, scordatevelo. Strumenti migliori per l’autodifesa collettiva dei deboli e dei poveri, stiamo scherzando?

OK, detto questo, abbiamo una tecnologia che promuove la gerarchia esattamente perché la ricerca e le realizzazioni tecnologiche avvengono nell’ambito del capitale e dello stato. Dunque il percorso migliore per ottenere una tecnologia migliore è uguale al percorso reale per rendere migliore qualsiasi cosa. In primo luogo dobbiamo costruire movimenti che siano capaci di ottenere miglioramenti.  Ciò significa che devono essere in grado di raccogliere un numero di persone sufficiente, e sufficiente impegno, per forzare i risultati che chiediamo.  E ciò significa che devono opporre alle élite una situazione in cui non arrendersi alle nostre richieste è anche peggio – a motivo di quanto più ciò ci provocherà – che non arrendersi.  E’ così che si vincono le battaglie.  In secondo luogo piantando  i semi del futuro nel presente, inclusa la costruzione delle nostre proprie istituzioni, possiamo cercare di introdurre nuove tecnologie nostre. In alcuni campi ciò ci è precluso, almeno per ora, dai costi.  Ma in altri, riguardanti temi di organizzazione e strumenti semplici, è, sospetto, già parecchio possibile, se rendiamo ciò uno dei nostri scopi.

Ad esempio, anche se so che molti a sinistra non solo utilizzano ma anche celebrano Twitter e Facebook, – e la tecnologia delle reti sociali che questi due sistemi elaborano – di fatto queste società e le loro tecnologie sono notevoli esempi attuali di ciò su cui si concentra la tua domanda. Prendono una possibilità sociale che ha un enorme potenziale positivo – comunicazioni e reti a prezzo molto basso a due vie e multidirezionali –  e la pervertono in modo orribile. Ciò è ovviamente prevedibile.  Ci sono imprese immense con strutture societarie, coscienza imprenditoriale e priorità societarie, e dunque che altro ci si potrebbe attendere? Ed è una questione non solo di violazione della privacy e di intensi ampliamenti della commercializzazione, ma anche di una inclinazione sottile e in realtà piuttosto perversa  nei confronti di ogni tipo di mentalità compulsiva e molto competitiva nella comunicazione che riduce il contenuto a idiozie, compromette la durata dell’attenzione, prostituisce l’idea di amicizia ecc.   C’è molto da dire, e con possibili approfondimenti di tutte queste risposte. Ma il punto qui è che questo è un caso insolito in cui anche se queste società hanno a disposizione risorse gigantesche e spendono somme di denaro inimmaginabili nelle infrastrutture e nelle ricerche tecniche, tuttavia è ben possibile che persone e anarchici bene intenzionati, se smettessimo di essere schiavi di Facebook e di Twitter, potrebbero generare strumenti di reti sociali che invertano le tendenze negative che queste imprese impongono e offrono. Potrebbe, invece, essere creata una tecnologia più coerente con il perseguimento della Parecon e, più in generale, con una comunicazione più sana e piena di contenuto. In effetti noi, a Z Communications, lavoriamo con impegno a questo compito.

13. In un’economia in cui i mezzi di produzione abbiano uno status di proprietà sociale, quanto sono responsabili i lavoratori che amministrano l’attività autogestita dei successi e dei fallimenti della propria società? Dovrebbero applicarsi incentivi penalizzanti o positivi in base ai risultati dei lavoratori, nel caso in cui il processo produttivo non sia stato influenzato da fattori esterni?

La domanda è incentrata sulla necessità di avere un’economia che non sprechi le risorse, l’energia e gli sforzi umani in attività disfunzionali, o producendo cose di cui non vi è necessità o producendo a un livello di qualità basso cose che potrebbero essere fatte molto meglio. Un’economia deve tirar fuori l’eccellenza, non nel conseguire profitti bensì nel soddisfare i bisogni e nello sviluppare i potenziali.

Un approccio consiste nel premiare la buona produzione e nel punire quella cattiva. Ma la parecon afferma che le persone sono remunerate per la durata, l’intensità e l’onerosità del lavoro socialmente valido.  E ciò non implica premi o punizioni per sé, ma in relazione all’equa e giusta allocazione. E allora cosa si fa?

Bene, nel capitalismo o nel socialismo del ventesimo secolo, se chiudiamo una fabbrica, ciò colpisce chi vi lavora con la disoccupazione.  All’altro estremo delle possibilità, se permettiamo le fabbriche accumulino i surplus che possono conseguire mediante grandi vendite e bassi costi, si premia un certo tipo di successo che, comunque, non è un successo nel soddisfare i bisogni e nello sviluppare i potenziali, bensì nel generare profitti.

Parecon è diversa. In primo luogo il lavoro deve essere socialmente utile per essere remunerato.  Non posso essere il portiere di una squadra di calcio spagnola,  perché il mio lavoro sarebbe inutile; in realtà peggio, che inutile. E perciò non meriterebbe un reddito.  A tale riguardo vi è una forte correlazione tra luoghi di lavoro che funzionano bene – il che significa che applicano le proprie risorse ed energie e realmente producono risultati desiderati – e la remunerazione dei loro lavoratori.  Ma, tornando all’esempio del calcio, se io fossi un grande portiere, potrei avere quel lavoro. Ma non avrei un reddito enorme per il fatto di essere così bravo; riceverei solo la remunerazione per la durata, la durezza e l’onerosità delle condizioni del mio lavoro, e avrei una combinazione equilibrata di compiti.  Perciò c’è una pressione per soddisfare bisogni, ma non premi eccessivi per farlo.

Ma cosa succede se la mia squadra fa schifo, o se la mia fabbrica produce cose che la gente non vuole più o produce qualcosa che è desiderato, ma in un modo inefficace che spreca energie e lavoro, ecc.  Chiaramente deve esserci un cambiamento. Forse delle innovazioni possono correggere la situazione. Forse la fabbrica, o anche la squadra, devono cambiare prodotto.  O forse l’intera cosa deve essere chiusa e le persone devono lavorare a nuovi scopi.  Ciò che previene questi passi in alcuni sistemi, o li rende difficili, è che essi colpiscono le persone e non si vogliono colpire le persone, e le persone, dal canto loro, non voglio essere colpite.  Ma in un’economia partecipativa se quel  che voglio produrre non è più considerato utile, in realtà il mio continuare a produrlo danneggia la società – sprecando capacità produttiva – e non ha alcun utile neanche per me.  Meglio che io passi a produrre qualcosa di desiderato; il mio reddito non diminuisce nella transizione.  C’è sempre piena occupazione per quelli che vogliono lavorare, poiché ciò è nell’interesse di tutti considerate le istituzioni della parecon che rendono il benessere di ciascuno dipendente da quello di tutti gli altri.

14. L’autogestione e la proprietà sociale dei mezzi di produzione hanno un problema intrinseco: il conflitto tra la libertà individuale e il benessere del collettivo. Un buon esempio può essere il caso in cui un’impresa che ha operato bene sia costretta, contro la volontà dell’assemblea dell’azienda, a impiegare lavoratori finiti disoccupati, riducendo il benessere dei lavoratori che originariamente vi lavoravano.  Il principio dell’autogestione potrebbe essere compromesso per perseguire il principio della solidarietà.  Pensi che le assemblee siano l’istituzione migliore per gestire tali problemi? O dovrebbero essere create nuove istituzioni per gestirli?

Ci sono tempi in cui le difficoltà di alcuni, se devono essere affrontate, esigono che il benessere di altri diminuisca un poco.  Ma penso che il caso che tu proponi non sia un buon esempio di questo. Così, un luogo di lavoro che sia socialmente utile con N ore di lavoro non sarà richiesto di aumentare le N ore assumendo nuovi lavoratori.  Non avrebbe senso. N ore sono quelle che servono.  Più ore non sarebbero socialmente utili, e perciò non garantirebbero un reddito.  Ora, come in una risposta precedente, se per qualche motivo c’è un 10% di disoccupazione nella società, allora sì, tutti i luoghi di lavoro assumerebbero un ulteriore 10% di dipendenti, ma tutti lavorerebbero meno ore cosicché il lavoro totale di tutti i lavoratori resterebbe grosso modo immutato, a meno che la popolazione non scelga di perseguire una produzione maggiore.  Ciò distribuisce il prodotto sociale totale sotto forma di reddito tra tutta la popolazione, piuttosto che tra il 90% della popolazione, perciò, in quel senso, la domanda è corretta.  Penso che i mezzi per gestire ciò sono le norme della vita sociale, principalmente … e allora sì, le istituzioni della società, le procedure di pianificazione, le assemblee, ecc.

Ma se parliamo qualcosa di più locale, allora la situazione è diversa. Non ha senso avere un numero maggiore di persone che lavori per più ore, per ottenere la stessa produzione.  Ha senso, se alcuni sono disoccupati a causa di una domanda in diminuzione per quello che producevano, far sì che, ad esempio, passino a produrre qualcosa di diverso, ma le altre cose che producono dovrebbero essere cose che la gente vuole. Perciò, dovunque lavorino, il loro entrare a far parte dell’azienda non porta a minori redditi per quelli che vi lavorano, né ha altre conseguenze dannose; si traduce semplicemente in maggior produzione di un genere desiderato.

15. Collegato al lavoro dei “comitati di agevolazione delle iterazioni” nel distribuire le risorse in un’economia partecipativa, quali strumenti economici e matematici sarebbero utili? La programmazione lineare e la teoria dei giochi potrebbero essere strumenti utili?

La tua prima domanda rivela uno degli scopi di questi “comitati”, insieme con la raccolta, l’organizzazione e la diffusione delle informazioni rilevanti a ciascun protagonista  con la valutazione delle sue aspettative, ecc.  Certamente l’analisi input/output e la programmazione lineare sono rilevanti nell’individuare le implicazioni e i dati delle preferenze dei piani in elaborazione, sì. La teoria dei giochi è un po’ meno ovvia, ma sì, in un certo senso, forse. Vedremo. L’analisi statistica, comunque, sarebbe certamente molto rilevante. Le proiezioni su come i desideri di certi tipi prevalenti di produzioni – diciamo le camicie – si suddividono tipologicamente, ad esempio, sarebbero importanti. E lo stesso vale per probabili andamenti del tempo, o questioni riguardanti le nascite e le morti, e specialmente le punte di qualsiasi fenomeno simile , o del clima, diciamo, o della salute, in quanto abbiano influenza sulle questioni di pianificazione. E così via.

16.  Nell’economia socialista jugoslava lo stato, così come molte banche regionali, forniva enormi quantità di credito in modo che le grandi industrie nazionali che impiegavano molti lavoratori potessero restare operative e non crescesse la disoccupazione, creando grandi buchi neri che hanno assorbito una parte notevole della ricchezza del paese.  Pensi che in una società partecipativa le imprese inefficienti dovrebbero essere mantenute in modo da non distruggere posti di lavoro?

La Jugoslavia era un’economia di mercato coordinatorista, il che significa che aveva molte caratteristiche dannose.  No, le aziende che sprecano patrimoni di valore non dovrebbero essere conservate ma ovviamente i posti di lavoro sarebbero assicurati. Immagina, come  esperimento puramente  mentale,  un’economia con 1.000 prodotti. Dieci dei prodotti impiegano di gran lunga più lavoratori, gli altri di meno, diciamo.  Supponi che i gusti cambino, o cambino le tecnologie di produzione, ed uno dei luoghi di lavoro ad alta occupazione non abbia più senso come luogo in cui utilizzare lavoro, energia e risorse.  La questione è dire, più o meno: possiamo permetterci di chiudere quella produzione, dato che vi lavorano così tante persone, o dovremmo conservarla, insieme con i posti di lavoro, anche se non ha più senso alla luce dei desideri della gente di beni diversi, alla luce di altre tecniche, ecc.?

La risposta è che dovremmo chiuderla, ovviamente.  Gente che lavora a roba che nessuno vuole, sprecando energie e risorse, ecc, è un’idiozia.  Ma quelli che vi sono impiegati dovrebbero finire con un nuovo lavoro, o ristrutturando il loro luogo di lavoro, o se il luogo di lavoro precedente deve letteralmente essere chiuso, o trasformato in parco giochi, o qualsiasi altra cosa, allora in luoghi di lavoro nuovi o diversi. Questo è quel che fa una pianificazione ragionevole.

Ma, potresti dire, cosa succede se le merci che venivano prodotte non sono più richieste e nessun nuovo desiderio prende il loro posto?  La gente sta bene senza i vecchi prodotti e senza avere nient’altro di nuovo.  In altre parole, la gente sta bene con un livello totale di consumi basso. Molto bene. In quel caso tutti lavoro in qualche modo di meno. E quelli che stavano nell’industria chiusa, lavorano anch’essi in quella misura, come tutti, e poiché tutti sono soddisfatti con meno roba, allora diminuisce la quantità di lavoro totale.  Se la gente vuole più roba, le ore di lavoro crescono.  Questo è lo stesso problema trattato in precedente: disoccupazione dovuta a una domanda diminuita.  Non è una cosa cattiva, quando accade.  Significa soltanto che le persone, complessivamente, preferiscono più tempo libero a più roba; una scelta che le persone dovrebbero essere libere di fare, ma che dovrebbe avere su di loro un impatto simile, piuttosto che alcuni diventino più poveri a causa della disoccupazione.

In effetti gli economisti convenzionali hanno avuto, che io sappia, solo una critica all’economia partecipativa. Dicono: la parecon non incorpora una spinta all’accumulo.  Non costringe a lunghi orari ad alta intensità, indipendentemente dai desideri delle persone. Sottolineano che questo indica che un’economia partecipativa probabilmente opterà per una minore produzione e per maggior tempo libero, e affermano che questa è una critica incriminante.  E’ molto divertente quando la principale critica professionale di quel che si favorisce è in realtà un complemento, non un difetto. Sì, in un’economia partecipativa, le persone possono scegliere di lavorare di meno, senza pressioni per essere costrette a maggior lavoro. Ma questa è una virtù, non una carenza.

17. Come possono interagire le economie regionali e nazionali gestite in modo partecipativo con le altre economie governate dai meccanismi del sistema di mercato? I prezzi internazionali non sarebbero una minaccia al sistema interno della parecon, costringendola ad adattarsi alla competizione internazionale? Credi sia possibile che la parecon coesista con altre regioni e paesi capitalisti?

Immagina che la Spagna sia un’economia partecipativa.  Questo è un salto mentale, non semplicemente perché implica che la popolazione spagnola rivoluzioni l’economia, la politica e l’intera società spagnola, ma poiché implicherebbe che il programma spagnolo non sia sovvertito da una reazione violenta dall’esterno,  molto probabilmente in larga misura su per conto di, e organizzata e realizzata dall’esercito statunitense.  Così, bene, facciamo finta che accada e che i movimenti statunitensi siano  forti abbastanza da evitare l’intervento statunitense, e lo stesso per i movimenti tedeschi, e i movimenti inglesi, ecc.

O, se preferisci, puoi pensare a cosa succederebbe se una tale trasformazione avesse luogo negli Stati Uniti, ma non nella maggior parte degli altri luoghi.  O se si verificasse in un paese più povero e più debole che, in qualche modo, sia in grado di tener fuori, con la solidarietà internazionale, la violenza esterna.

In uno qualsiasi di questi casi, la nuova società partecipativa con un’economia partecipativa interagisce anche sulla scena internazionale, compresa la volontà  di esportare alcuni dei propri prodotti e di importare alcuni prodotti da altri paesi.  Tali scambi si verificano perché se ne possono trarre dei vantaggi.  Un paese ha un clima, o una storia, o qualsiasi altra cosa che facilita la produzione di X, un altro paese produce, invece, Y; ciascuno dei due paesi ha bisogno di qualcosa che l’altro ha, e i due commerciano.  Il passaggio ha vantaggi.  Attualmente il paese che ha una gran forza negoziale (ciò è vero nelle transazioni interne e sui mercati internazionali) ricava la maggior parte dei vantaggi che tipicamente, perciò, allarga le differenze di ricchezza e di potere tra i due.  In effetti la globalizzazione delle imprese riguarda sistematicamente l’alterazione delle regole degli scambi in modo che i relativi vantaggi per le parti più forti aumentino ancor di più e quelli delle parti più deboli scendano ancora più in basso. L’internazionalismo dovrebbe avere il programma opposto.

Un’economia partecipativa, al contrario di quelle con l’allocazione di mercato, vorrebbe commerciare a tassi governati da negoziazioni cooperative di risorse e produzioni alla luce di costi e benefici sociali ed ecologici veri e completi.  Ipotizzando di non avere la parecon a livello mondiale, ciò non può essere fatto in  modo perfetto. Ma ci si può arrivare vicino. Si può cercare di individuare rapporti di scambio equi che riducano le differenze di ricchezza e di potere, piuttosto che ampliarle.

Poi, se una parecon realizza scambi con un paese più debole e più povero, anche se i prezzi di mercato avvantaggerebbero di più la parecon, dovrebbe, per solidarietà e in conformità ai propri valori, scambiare a tassi parecon, al meglio di quanto essi possano essere approssimati, invece, dando così al partner commerciale più debole una quantità maggiore dei vantaggi legati alla transazione.  Se un’economia partecipativa scambiasse con un paese più ricco e potente, anche se preferirebbe utilizzare prezzi parecon – in tal caso a proprio vantaggio – hai ragione sul fatto che tipicamente userebbe invece prezzi di mercato, oppure rinuncerebbe del tutto agli scambi. Ovviamente cc’è spazio per molte discussioni e approfondimenti delle opzioni, ma penso che questo sia il quadro generale.

 Da ZNet – Lo spirito della resistenza è vivo

Fonte: CNT spagnola

Traduzione di Giuseppe Volpe

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