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di:  Tom Engelhardt (30 settembre 2011), Fonte: TomDispatch.com

Nel mondo degli armamenti, sono la cosa più sexy in circolazione. Altre nazioni sono disposte a tutto pur di averli. Quasi tutti quelle che ne scrivono ne diventano  super fanatici.  Gli inviati che esplorano il loro futuro travolgente vanno in estasi davanti  ai loro talenti tecnologici potenzialmente mirabili.  Sono, naturalmente, i droni, gli aerei senza pilota, quelli che hanno il sinistro nome di Predatori e  Mietitori.

Il Direttore della CIA, Leon Panetta,  li ha chiamati  “l’unica tattica possibile.”   Quando era Segretario della difesa, Robert Gates ha fatto forti pressioni per aumentare il loro numero e incrementare drasticamente il loro finanziamento. L’aviazione statunitense sta già addestrando altro personale perché diventino “piloti” di droni invece che guidare aerei veri. Non c’è bisogno della pubblicità fatta con le scritte tracciate in cielo dal fumo di un aereo per sapere che,  in quanto icone dello stile bellico americano,  chiaramente fanno parte del nostro futuro e stanno perfino facendo rotta verso  la madre patria  perché i dipartimenti di polizia li  invocano a gran voce.

Sono relativamente economici. Quando vanno a “caccia” non muore nessuno (almeno dalla nostra parte). Sono in  grado di percorrere tutto il mondo. Un giorno o l’altro atterreranno sui ponti delle portaerei, piccoli come colibrì, cadranno su un davanzale, forse anche su uno di quelli di casa vostra, o, a centinaia, piccoli come api, sciameranno verso i loro obiettivi e, se tutto va bene, coordineranno  le loro azioni usando la versione dell’ intelligenza artificiale della consapevolezza collettiva.

“I droni,” scrive Jim Lobe dell’Inter Press Service, “sono diventati sempre di più la “arma preferita”dell’amministrazione [Obama] nello sforzo di sottomettere al-Qaeda e i suoi affiliati. Nel corso di centinaia di attacchi degli ultimi anni nelle terre tribali di confine pachistane, hanno ucciso migliaia di persone, compresi  personaggi di al-Qaeda, militanti talebani e civili. Hanno avuto un ruolo significativo e sempre crescente nei cieli dell’Afghanistan. Stanno ora sganciando i loro missili sempre  più spesso sullo Yemen, qualche volta sulla Libia, e meno spesso sulla Somalia. Il numero delle  loro basi  si sta allargando. Nessuno al Congresso sarà in grado di resistergli. Stanno definendo il nuovo mondo di fare guerra nel ventunesimo secolo e molti degli essere umani che in teoria li comandano e controllano non possono certo stare al passo.

 

Cercate di prendere i vostri dizionari

 

Il 15 settembre, il New York Times ha messo in prima pagina un pezzo dell’esimio Charlie Savage, basato su notizie trapelate dall’interno dell’amministrazione. Era intitolato: “Alla Casa Bianca, considerando i limiti della lotta al terrore,” e iniziava così: “Il gruppo di legali dell’amministrazione Obama è diviso su quanta libertà hanno gli Stati Uniti di uccidere i militanti islamici in Yemen e in Somalia, un problema che potrebbe definire i limiti della guerra contro Al-Qaeda e i suoi alleati, secondo i funzionari dell’amministrazione e del Congresso.”

Gli avvocati del Pentagono e del Dipartimento di Stato, ha riferito Savage, discutevano se, fuori dalle zone calde di guerra,l’amministrazione Obama poteva fare intervenire i droni  (e anche forze per le operazioni speciali), non solo per       inseguire figure di primo piano di al-Qaeda che progettavano attacchi contro gli Stati Uniti, ma soldati  di terra di al-Qaeda (e gruppi vagamente alleati con loro come i Talebani in Afghanistan e in Pakistan e i miliziani  di  al-Shabab in Somalia).

E’ certamente una curiosità che quegli avvocati stiano discutendo accanitamente  su un argomento del genere.  La discussione che causa il loro disaccordo è come conciliare le moderne realtà con regole belliche  fuori moda e scritte per un’altra epoca ( a proposito,  anche questa aveva i suoi terroristi). Tali dibattiti, tuttavia, che appaiano o meno in prima pagina, che siano accaniti  o no, un giorno saranno indubbiamente considerati analoghi ad antiche presunte dispute clericali in cui si parlava del numero di angeli che potevano danzare sulla capocchia di uno spillo. In effetti la loro importanza sta soprattutto nel modello affascinante che rivelano riguardo al modo in cui le forze alla quali importava pochissimo delle questioni di legalità, stanno dando impulso allo sviluppo dello stile bellico americano.

Dopo tutto questa “disputa” riguardo a quali limiti si potrebbero applicare alla moderna guerra robotizzata, è si sviluppata per la prima volta nei cieli del  Pakistan sopra le terre tribali di confine. Là è iniziata la campagna aerea della CIA per i droni con poche missioni che avevano come obiettivi pochi capi di al-Qaeda  (senza molto successo). Piuttosto che dichiarare che le loro meravigliose armi recenti  erano un fallimento, tuttavia, la CIA già impegnata seriamente nelle operazioni con i droni, si è data da fare  ancora di più per ampliare l’obiettivo  di sottolineare i punti tecnologici di forza degli aeroplani.

Nel 2007 il Direttore della CIA Michael Hayden ha iniziato a fare pressioni sulla  Casa Bianca per avere  “il permesso di portare attacchi contro case o automobili solamente in base al comportamento che  corrispondesse  a “un modello di vita”  associato con al-Qaeda o con altri gruppi.” E la cosa che si sapeva subito dopo    era che passavano dal tentativo di colpire  pochi obiettivi a una più vasta guerra di annientamento contro tipi e “comportamenti”.

 

 Ecco un’altra curiosità. Il giorno dopo che il pezzo di Charlie Savage era apparso sul Times, il consigliere capo  del presidente per le operazioni di antiterrorismo, John O. Brennan, ha fatto un discorso a una conferenza  alla Facoltà di Legge di Harvard su: “Rafforzare la sicurezza mediante l’adesione ai nostri valori e alle nostre leggi”, e sembrava  chiudere  il dibattito  parte del quale egli ha definito in questo modo:

“Altre persone della comunità internazionale –compresi alcuni dei nostri più stretti alleati e soci – hanno un’opinione diversa  dello scopo geografico del conflitto, limitandolo soltanto ai campi di battaglia  “che scottano”. In quanto tale, sostengono che, eccetto  questi due teatri attivi, gli Stati Uniti possono soltanto agire per autodifesa nei confronti al-Qaeda quando essi programmano, perseguono o minacciano un attacco armato contro gli  interessi degli Stati Uniti se equivale a una minaccia ‘imminente’.”

Ha poi aggiunto questa piccola nota: “Praticamente, allora, il problema riguarda principalmente il modo di definire “imminenza.”

Se c’è una cosa che avremmo dovuto imparare dalla presidenza di Bush, era questa: quando i funzionari governativi prendono in mano i dizionari, abbassate la testa per ripararvi!

Allora la parola cruciale in ballo era “tortura” e trovandosi di fronte a questa e a ciò che i più alti funzionari dell’amministrazione volevano che veramente si facesse nel mondo, gli avvocati del Dipartimento della Giustizia hanno preso i dizionari, in senso letterale.  Nei loro infami memorandum sulle torture, hanno così contorto, maltrattato e ridefinito la parola “tortura” che, ora della fine, se mai c’erano state azioni di tortura, erano lasciate alla libertà del torturatore, a quello che aveva in mente quando “interrogava” qualcuno. (“Se un difensore [interrogante] crede in buona fede che le sue azioni non provocheranno un danno mentale prolungato, gli manca lo stato mentale necessario perché le sue azioni costituiscano una tortura.”).

IL risultato è stato che la parola “tortura” è stata di fatto espulsa dal dizionario (tranne quando viene commessa da brutali malfattori in posti come l’Iran) e “tecniche intensificate” bene accolte nel nostro mondo. L’Amministrazione Bush e la CIA hanno allora proceduto a riempire i “siti neri”  (prigioni segrete, n.d.T.) che hanno installato dalla Polonia alla Tailandia e le camere di tortura dei regimi amici come l’Egitto di Mubarak e la Libia di Gheddafi con  “sospettati di terrorismo” e poi hanno continuato a torturare impunemente.

Sembra ora che i sostenitori di Obama stiano prendendo in mano i dizionari, il che vuol dire che è tempo di abbassare di nuovo la testa per ripararsi.. Come si addice a una folla più intellettuale, non stiamo più parlando di parole relativamente semplici come “tortura” il cui significato è noto a tutti (o, almeno, una volta lo era). Se “imminenza” è ora lo standard per quando la guerra robotizzata è realmente una guerra, non desiderate i giorni del bel tempo andato quando la Casa Bianca concentrava la sua attenzione  su “quale ‘è’ il significato della parola ‘è’ “ e l’argomento importante era la vita sessuale del presidente, non i massacri del presidente?

Quando il legalismo domina la scena in una situazione come questa, pensate ai maghi. La loro abilità è di puntare la loro attenzione su uno spazio dove non accade nulla di importante – la mano sbagliata, la faccia sbagliata, la parte sbagliata del palcoscenico – mentre essi eseguono le loro “magie” altrove.  E fate anche attenzione alla legge proprio adesso, ed è probabile che perderete  la trama di quanto accade del nostro mondo.

 

E’ vero che al momento si fanno uscire  una quantità di articoli che hanno come oggetto la definizione dei limiti della futura guerra con i droni. Il mio consiglio è: lasciate stare la legge, le definizioni  e le discussioni e concentrate invece  la vostra attenzione sui droni e sulle persone che ne stanno sviluppando l’impiego.

Per dirla in altro modo, nell’ultimo decennio, c’era una sola definizione che era veramente importante e dalla quale seguiva tutto il resto; l’insistenza quasi istantanea dopo l’11 settembre nel dire che eravamo “in guerra”, e neanche in una determinata guerra o in una serie di guerre, ma in una che le includeva tutte e che, dopo due settimane dal crollo delle Torri gemelle, il Presidente Bush chiamava già “La guerra al terrore”. Quella sola definizione demoniaca della nostra condizione esistenziale ci è entrata nella mente con tale rapidità che non ci è stato bisogno di avvocati e nessuno ha dovuto prendere un dizionario.

Rivolgendosi al Congresso in sessione  congiunta, il presidente ha detto, tipicamente: “La nostra guerra al terrore inizia con Al Qaeda ma non finisce con essa.”  Quella indeterminatezza è stata subito codificata in un nome che diceva tutto: “La guerra globale al terrore”, oppure  GWOT (Global War On Terror). (Per quello che sappiamo, l’espressione è stata inventata da un autore di discorsi che si faceva una pera di  zeitgeist  (spirito del tempo). Improvvisamente la “sovranità” non significava quasi più niente (se non si era una superpotenza); gli Stati Uniti erano già pronti a  inseguire  i terroristi  in 80 nazioni, e  il pianeta, per definizione era diventato una zona globale dove si sparava liberamente.

Alla fine del settembre 2001, mentre si stava preparando l’invasione dell’Afghanistan, si era già un mondo che aveva carta bianca, e, il caso ha voluto che  i droni senza pilota che con compiti di sorveglianza fossero là, appostati nell’ombra, attendendo un momento come questo, anelando (si potrebbe dire) a essere forniti di  armi.

Se il GWOT è precedente a molte considerazioni  sui droni, ha preparato la strada per rifornirli di armi improvviso,  al  loro miglioramento, e al loro dislocamento. Non è stato per errore che, soltanto due settimane dopo l’11 settembre, Noah Shachtman che prevede i futuro (ha in seguito  creato il sito web Ranger Room su Wired ), ha aperto un articolo per quella rivista in questo modo: “Aerei spia senza equipaggio, e quasi già disponibili, vengono preparati per avere un ruolo importante nel prossimo conflitto contro il terrorismo, dicono gli analisti della difesa.”

Dite tutto quello che volete su “imminenza” e “limiti”, ma fino a quando saremo “in guerra”, non soltanto in Afghanistan o in Iraq, ma su scala mondiale contro un qualche cosa noto come “terrore”, non ci sarà mai alcun limite, tranne che quelli che ci  si pongono da soli.

E la situazione è ancora la stessa oggi, anche se l’Amministrazione Obama ha evitato per lungo tempo di usare l’espressione “Guerra globale al terrore”. Come Brennan ha chiarito nel suo discorso, il presidente Obama considera che siamo “in guerra” in qualsiasi posto dove possano essere localizzati  al-Qaeda, i suoi  tirapiedi, imitatori, o, semplicemente gruppi di irregolari dei quali ci importa poco. Vista questa mentalità, c’è poco motivo di credere che, l’11 settembre 2021, non saremo ancora “in guerra”.

Oltre le parole

Pochi giorni dopo che le notizie sul “dibattito” riguardo ai limiti della guerra globale sono trapelate sul Times, funzionari governativi sconosciuti facevano trapelare al Washington Post e al  Wall Street Journal, notizie su un argomento interessante. Entrambi i quotidiani hanno comunicato la notizia che, come si sono espressi Craig Whitlock e Greg Miller del Post, i militari statunitensi e la CIA stavano creando “una costellazione di basi segrete per i droni in vista di operazioni antiterroristiche nel Corno d’Africa e nella Penisola Araba come parte di una campagna di aggressione per attaccare gli affiliati di  al-Qaeda in Somalia e in Yemen.”

Sembra che si stia costruendo una nuova base in Etiopia, un’altra da qualche parte nelle vicinanze dello  Yemen (forse in Arabia Saudita), e una terza è stata riaperta sulle Isole Seychelles nell’Oceano Indiano – tutte chiaramente volute per incrementare la guerra con i droni in Yemen e in Somalia   e forse perché le guerre con i droni arrivino in qualche altra zona dell’ Africa orientale o settentrionale.

Queste preparativi sono volti non solo ad affrontare le attuali preoccupazioni di Washington, ma anche le sue future paure e i suoi futuri fantasmi. In questo modo, corrispondono bene alla guerra di terrore di dieci anni fa contro i fuochi fatui. Julian Barnes, del Wall Street Journal, per esempio, cita uno sconosciuto “alto funzionario statunitense” che diceva: “Non ne sappiamo abbastanza dei capi degli affiliati di al-Qaeda in Africa. C’è qualcuno qui fuori che dica: ‘Io sono il futuro di al.Qaeda’? Chi è il prossimo Osama bin-Laden?” Non lo sappiamo ancora, ma chiunque sia, i nostri droni saranno pronti per lui.

Tutto questo, a sua volta, corrisponde alla posizione “legale” del Pentagono, citata da Savage del Times, di tentare di mantenere la massima flessibilità dal punto di vista teorico.” E’ quello che si dice nel film “The Field of Dreams “ ( “L’uomo dei sogni” nella versione italiana): se li costruite, si realizzeranno.

E’ abbastanza semplice. Le macchine (e chi le crea e le sostiene nel mondo militare e industriale) sono decenni avanti rispetto ai funzionari di governo che in teoria le dirigono e le supervisionano. “Un futuro per i droni: uccisioni  automatiche,” un articolo entusiasta che è apparso sul Post proprio la stessa settimana del pezzo pubblicato sullo stesso giornale sull’espansione delle basi, ha colto lo stato d’animo del momento. Nell’articolo Peter fin scrive del modo in cui tre droni senza pilota che volavano su Fort Benning, in Georgia, operavano insieme per identificare un obiettivo, senza assistenza di persone. Scriveva che forse questo “faceva presagire il futuro del modo americano di fare guerra: un giorno in cui i droni danno la caccia, identificano e uccidono il nemico basandosi sui calcoli fatti dal software, non sulle decisioni prese dagli uomini. Immaginate dei Terminator aerei, senza i muscoli e senza l’orario del volo.

In un pezzo apparso sulla New York Review of Books” che aveva un taglio ugualmente ammirativo (e chi non ammirerebbe questi progressi tecnologici così strabilianti), Chris Caryl scrive:

“I ricercatori stanno ora testando gli UAV (unmanned aerial vehicles – vettori aerei senza equipaggio) che imitano i colibrì o i gabbiani; un modello che si sta elaborando può stare su una gomma da cancellare.  Si fanno molte ipotesi sulla possibilità di collegare questi piccolo droni o robot per formare degli “sciami”  – nuvole o folle di macchine  che condividerebbero la loro intelligenza, come  una coscienza collettiva, e avrebbero la capacità di convergere istantaneamente su obiettivi identificati. Potrebbe sembrare fantascienza, ma probabilmente non siamo tanto lontani dal raggiungere questa fase.”

Bisogna ammettere che i droni non possono ancora  avere  un sesso. Non ancora, comunque. E non possono scegliere gli  esseri umani che sono mandati a uccidere. Non finora. Ma  a parte il sesso e il singolo drone, tutto questo e altro potrebbe, nei prossimi decenni, diventare – se non vi dispiace che usi questa parola – imminente.

Potrebbe essere la realtà nei cieli i sopra la nostra testa.

E’ vero che le macchine da guerra che l’amministrazione Obama  si sta ora  precipitando a capofitto a schierare  non possono funzionare  da sole, ma sono già – per usare le parole di Ralph Waldo Emerson, sono in sella e cavalcano l’umanità.”  Il loro “desiderio” di essere dispiegati e usati, sta guidando la politica a Washington e sempre di più  anche altrove. Pensate a questo come all’Imperativo del Drone.

Se volete litigare riguardo alle definizioni, ce ne è sola una per la quale vale la pena farlo: non l’espressione “la guerra globale al terrore”, che l’amministrazione Obama

ha messo da parte  senza nessun risultato, ma il concetto che c’è dietro. Una volta che si è diffusa l’idea che gli Stati Uniti erano, e non avevano altra scelta se non esserlo, in uno stato di guerra globale permanente, il gioco era fatto. Da allora in poi, il pianeta era  – parlando da un punto di vista concettuale – una zona dove si può sparare liberamente, anche prima che le armi automatizzate  si sviluppassero fino al livello attuale, all’orizzonte c’era già un mondo fatto di droni che divorano droni.

Fino a quando la guerra globale rimane l’essenza della “politica estera”, i droni  e le imprese militari-industriali e i gruppi lobbistici che hanno alle spalle, come anche le carriere militari  e nella CIA che vi si costruiscono sopra –si espanderanno. Andranno dove e così lontano  quanto la tecnologia li porterà.

In realtà, non sono i droni, ma i nostri dirigenti che sono notevolmente  vincolati.       Con la  guerra permanente e il terrorismo, essi hanno costruito una casa senza porte di entrata e di  uscita. E’ facile immaginarli come padroni assediati dell’universo in cima alla superpotenza militare del globo, ma se pensiamo a quello che davvero fanno, sarebbe più pratico pensarli come tanti droni pilotati da altri. In verità, i nostri attuali capi, o, piuttosto, dirigenti di azienda, sono piccole persone che manovrano  in automatico la grande macchina del mondo.

Dato che essi per definizione devono scattare e girare, noi possiamo soltanto iniziare a intravedere,   come in  una vecchia foto che si sviluppa in una bacinella di prodotti  chimici, i contorni di una nuova forma di guerra imperiale americana che sta emergendo davanti ai nostri occhi che implica sorvegliare l’impero spendendo poco e in segreto, tramite la CIA che, negli ultimi anni è diventata un’impresa  paramilitare su vasta scala, ricca di droni,  tramite un esercito segreto che sta crescendo composto di  forze per operazioni speciali che è stato in incubazione all’interno delle forze armate in questi ultimi anni e naturalmente tramite di quegli assassini robotici del cielo armati di missili e di bombe.

L’elemento che attrae è ovvio: il costo (di vite statunitensi) è basso; nel caso dei droni è inesistente. Non servono più di grandi armate anti insurrezione e di  occupazione come quelle che si sono impantanate sulla terra ferma nel Medio Oriente allargato in questi ultimi anni.

In una Washington sempre più a corto di liquidi ed ansiosa, deve sembrare un vero dono del cielo.  Come potrebbe andar male?

Naturalmente questa è un’idea alla quale ci si può attaccare finché si guarda giù su un pianeta pieno di potenziali obiettivi che scappano sotto di voi.  Nel momento in cui guardate in alto , il momento in cui lasciate stare  il vostro joystick e lo schermo e cominciate a immaginarvi sul terreno, è ovvio che le cose potrebbero andare veramente molto ma molto male;  in Pakistan, tanto per fare un esempio, le cose stanno andando molto ma molto male.

Pensate soltanto all’ultima volta in cui siete andati a vedere un film di Terminator; con chi vi siete identificati? Con John e Sarah Condor, gli implacabili Terminator che danno loro la caccia? Non avete certo bisogno dell’intelligenza artificiale per afferrare il perché in un nanosecondo.

In un paese che ora lotta soltanto per garantire aiuto ai suoi stessi cittadini colpiti dai disastri naturali, Washington sta preparando disastri decisamente innaturali nell’impero. In questo modo, sia in patria  che all’estero il sogno americano sta diventando l’urlo americano.

Quando, allora costruiamo quelle basi su quel campo globale di urli, quando inviamo le nostre armate di droni a uccidere, non meravigliatevi se il resto del mondo non ci vede come dei   bravi ragazzi o degli  eroi , ma  come dei Terminator. Non è il modo migliore per farsi degli amici e avere influenza sulla gente, ma una volta che il vostro atteggiamento mentale è la guerra permanente, questa non è più una priorità. E’ un urlo e non c’è niente di divertente.

 

Tom Engelhardt, cofondatore dell’ American Empire Project e autore di : The American way of War: How Bush’s Wars Became Obama’s [Lo stile di guerra americano: come le guerre di Bush sono diventate quelle di Obama] e anche di The End of Victory Culture, [La fine della cultura della vittoria],  gestisce il sito dell’Istituto della Nazione TomDispatch.com, dove questo articolo è apparso per la prima volta. Il suo ultimo libro  The United States of Fear (Haymarket Books),  [Gli Stati Uniti della paura] sarà pubblicato in novembre.

Consigli per ulteriori letture: un piccolo  a quattro siti web su cui faccio affidamento quando raccolgo informazioni per articoli di questo tipo: l’impagabile Antiwar.com, il sito War in Context  con il suo curatore , Paul Woodward che ha la vista acuta, il blog Informed Comment di Juan Cole (una lettura quotidiana obbligatoria) e il sito web Danger Room di Noah Shachtman che nessuna persona interessata a questioni militari dovrebbe tralasciare.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

ZSpace / Testo originale

Traduzione di Maria Chiara Starace

 

 

 

 

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