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20 settembre  2011

Di  Paul Krugman

I medici credevano che togliendo sangue a un paziente potevano curare gli “umori” maligni che si pensava causassero la malattia.  In realtà, ovviamente, tutto quel che producevano i loro salassi era un indebolimento, e più spesso la morte, del cliente.

Fortunatamente i medici non credono più che salassare i malati li faccia guarire. Sfortunatamente, molti di coloro che decidono la politica economica ci credono ancora. E il salasso economico non si limita ad infliggere grandi dolori; comincia a minare le prospettive di crescita a lungo termine.

Un po’ di contesto: nello scorso anno e mezzo, il dibattito politico sia in Europa sia negli Stati Uniti è stato dominato dalle richieste di austerità fiscale.  Tagliando le spese e riducendo i deficit, ci veniva detto, le nazioni potevano ripristinare la fiducia e stimolare la rinascita economica.

E l’austerità è stata reale.  In Europa, nazioni in difficoltà come la Grecia e l’Irlanda hanno imposto tagli selvaggi, mentre anche nazioni più forti imponevano programmi più miti d’austerità per conto loro.  Negli Stati Uniti, il modesto stimolo federale del 2009 è svanito, mentre le amministrazioni statali e locali hanno tagliato i loro bilanci, cosicché nel complesso abbiamo avuto una mossa di fatto in direzione dell’austerità non così diversa da quella europea.

Strano a dirsi, tuttavia, la fiducia non è aumentata. In qualche modo le imprese e i consumatori sembrano molto più preoccupati della mancanza, rispettivamente, di clienti e di posti di lavoro rispetto a quanto siano rassicurati dalla moralità fiscale dei propri governi. E la crescita sembra essere in stallo, mentre la disoccupazione resta disastrosamente alta su entrambe le sponde dell’Atlantico.

Ma, dicono i difensori dei cattivi risultati sin qui, non dovremmo concentrarci sul lungo termine piuttosto che sulle sofferenze nel breve? In realtà no: l’economia ha bisogno di un aiuto concreto ora, non di ipotetici ritorni tra un decennio.  Comunque stanno cominciando ad emergere prove che i problemi dell’economia “a breve termine” – ora nel loro quarto anno e peggiorati dalla concentrazione sull’austerità – stanno esigendo un pedaggio anche sulle prospettive a lungo termine.

Si consideri, in particolare, quel che sta accadendo nella base manifatturiera statunitense.  In tempi normali la capacità dell’industria manifatturiera cresce del 2 o 3 per cento all’anno.  Ma di fronte a un’economia persistentemente debole, l’industria ha ridotto, non aumentato, la sua capacità produttiva. A questo punto, secondo stime della Federal Reserve, la capacità manifatturiera è quasi del 5 inferiore rispetto a quella del dicembre 2007.

Quello che ciò significa è che se è quando alla fine si metterà in moto una vera ripresa, l’economia incontrerà limiti di capacità e colli di bottiglia produttivi molto prima di quanto dovrebbe.  Cioè l’economia debole, che è in parte conseguenza dei tagli di bilancio, danneggia il futuro quanto danneggia il presente.

Inoltre il declino della capacità manifatturiera è probabilmente solo l’inizio delle cattive notizie.  Tagli analoghi alla capacità probabilmente si avranno nel settore dei servizi; in realtà possono già star avendo luogo. E con la disoccupazione a lungo termine ai suoi livelli più alti dalla Grande Depressione, c’è un rischio reale che molti dei disoccupati verranno considerati non occupabili.

Oh, e l’impatto maggiore di tali tagli alla spesa pubblica si sta avendo nell’istruzione. In qualche modo, licenziare centinaia di migliaia di insegnanti non sembra un buon modo per conquistare il futuro.

In effetti, quando si combina la crescente evidenza che l’austerità fiscale sta riducendo le nostre prospettive future con i bassissimi tassi di interesse del debito governativo statunitense, è difficile evitare una conclusione sorprendente: l’austerità di bilancio può ben essere controproducente anche da un punto di vista puramente fiscale, perché una più bassa crescita futura significa minori entrate fiscali.

Cosa dovrebbe aver luogo? La risposta è che abbiamo bisogno di una maggiore spinta per far sì che l’economia si muova, non in qualche data futura, ma proprio ora.  Al presente abbiamo bisogno di più, non meno, spesa governativa, supportata da politiche aggressivamente espansive della Federal Reserve e delle sue controparti estere.  E non sono solo economisti intellettuali a dire questo; dirigenti d’impresa, come Eric Schmidt di Google, dicono la stessa cosa e il mercato obbligazionario, acquistando il debito USA a tassi di interesse così bassi, sta in effetti invocando una politica più espansiva.

E,  per esser giusti, alcuni protagonisti della politica sembrano rendersene conto. Il nuovo programma occupazionale del presidente Obama è un passo nella giusta direzione, mentre alcuni membri del consiglio d’amministrazione della Federal Reserve e della Bank of England – anche se non, triste a dirsi, della Banca Centrale Europea –  stanno chiedendo politiche molto più orientate alla crescita.

Ciò di cui abbiamo davvero bisogno, comunque, è di convincere un numero sostanziale di persone con potere o influenza politica che hanno passato l’ultimo anno e mezzo a percorrere esattamente la direzione sbagliata e che ora devono fare un’inversione a U.

Non sarà facile. Ma fino a quando quell’inversione di marcia non avrà luogo, il salasso – che sta rendendo più debole la nostra economia e, al tempo stesso, minando il suo futuro – continuerà.

 

ZSpace / Testo originale

Fonte: New York Times

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

Traduzione di Giuseppe Volpe

 

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