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di Greg Grandin (02 aprile 2011)

da ZSpace / Testo originale (Traduzione di Giuseppe Volpe)

A un certo punto della rincorsa al giro dell’America Latina appena concluso da Barack Obama, che ha incluso tappe in Brasile, Cile ed El Salvador, la stampa USA ha deciso che la copertura mediatica del viaggio si sarebbe concentrata sull’atteso amichevole incontro con Dilma Rousseff, recentemente eletta presidente del Brasile.

Il Washington Post, il New York Times, e la Radio Pubblica Nazionale, insieme con una quantità di altri giornali, commentatori di notiziari via cavo e di blog, hanno tutti previsto che Obama, il primo presidente afroamericano degli Stati Uniti, e la Rousseff, primo leader donna del Brasile, avrebbero trovato un terreno comune, invertendo il deterioramento delle relazioni diplomatiche che era iniziato sotto il predecessore della Rousseff, Luiz Ignacio Lula da Silva.

Il cattivo sangue era iniziato, o almeno così si racconta, quando Lula si era rifiutato di prestare ascolto all’amministrazione di George W. Bush e di isolare il leader populista del Venezuela, Hugo Chàvez. Ben presto Brasilia si stava opponendo o, peggio, stava offrendo alternative alla posizione di Washington su un numero crescente di temi: il cambiamento climatico, l’opposizione al colpo di stato del 2009 in Honduras, Cuba, commercio e dazi.

Lula evitava di criticare l’Iran e apriva un canale negoziale separato, fuori dall’influenza di Washington e con molto suo fastidio, con Teheran per discutere delle ambizioni nucleari iraniane.

Differenze sul Medio Oriente

L’ex presidente brasiliano aveva anche dato il benvenuto in Brasile al presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Mahmoud Abbas, portando il resto dell’America Latina a riconoscere lo stato palestinese e chiedendo un dialogo diretto con Hamas ed Hezbollah.

Erano state postulate dalla stampa statunitense molte spiegazioni per il comportamento di Lula che, per essere un leader latinoamericano, era senza precedenti, considerato il ruolo storicamente servile assunto dall’America Latina nei confronti di Washington. A volte veniva descritto come affetto da disturbi della personalità, ansioso di attenzione sul palcoscenico internazionale; in altri momenti la spiegazione era attribuita al bisogno di Lula di esibirsi a beneficio del ranghi del suo partito che, apparentemente, godono sempre dei pizzicotti sul naso degli Stati Uniti.

Comunque stessero le cose, la visita di Obama proprio appena dopo l’elezione Dilma offriva l’occasione per un nuovo inizio. La Rousseff, veniva riferito, sarebbe stata ansiosa di utilizzare la visita per prendere le distanze dal suo patrono politico, Lula. Anche se in gioventù, negli anni ’70, era stata membro di un’organizzazione guerrigliera marxista-leninista che si opponeva alla dittatura appoggiata dagli Stati Uniti, la nuova leader del Brasile aveva, secondo il Washington Post, “un approccio pratico al governo e ai rapporti con l’estero dopo gli otto anni del teatrale Luiz Ignacio Lula da Silva.”

“E’ una persona diversa e ha uno stile diverso” ha osservato il presidente delle gestioni patrimoniale della Goldam Sachs.

Lei era “calorosa” e avrebbe accolto cordialmente Obama (le cose sono arrivate al punto in cui gli Stati Uniti, che per decenni hanno presieduto imperiosamente la comunità internazionale, sono oggi lieti che i leader stranieri non siano villani quando i suoi presidenti passano a far visita?). Quasi tutte le principali fonti di notizie ed opinioni ritenevano che ella sarebbe stata più accomodante del suo predecessore nei confronti delle preoccupazioni di Washington, in America Latina, ma particolarmente in Medio Oriente.

Sfortunatamente per Washington la realtà si è discostata dalla narrazione. Il Brasile, sotto la Rousseff, da membro non permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, si è unito alla Cina e alla Germania nell’astensione dal voto che autorizzava “tutte le misure necessarie” contro il libico Muammar Gheddafi.

Da allora, la sua opposizione ai bombardamenti si è inasprita. Secondo l’agenzia giornalistica Inter Press Service (IPS), il Ministero dell’Interno Brasiliano – tuttora per la maggior parte affidato ai diplomatici che avevano disegnato la politica estera di Lula – ha recentemente rilasciato una dichiarazione di condanna della perdita di vite civili e di richiesta di avvio del dialogo.

Lo stesso Lula ha avallato la posizione critica di Dilma sulla Libia, spingendosi più in là nella sua condanna dell’intervento: “Queste invasioni si verificano soltanto perché le Nazioni Unite sono deboli” ha detto. “Se avessimo una rappresentanza del ventunesimo secolo [nel Consiglio di Sicurezza], invece di inviare un aereo a sganciare bombe, l’ONU manderebbe il suo segretario generale a negoziare.”

Le sue osservazioni sono state diffusamente interpretate come significare che se il Brasile fosse stato un membro permanente del Consiglio di Sicurezza – una posizione che persegue da molto – avrebbe posto il veto alla risoluzione che ha autorizzato il bombardamento invece di astenersi semplicemente, come ha fatto, dal voto.

Questi commenti sono stati la prima indicazione che l’ex presidente, ancora enormemente popolare e influente in Brasile, ha pianificato di avere un peso aperto sulla politica estero del suo successore.

Analogamente l’Argentina e l’Uruguay hanno espresso forte disapprovazione per l’intervento. A un certo livello questa censura riflette l’impegno dell’America Latina all’ideale del non-intervento e della sovranità assoluta. Ma a un altro livello, meno elevato e più corrispondente al buon senso, riflette la convinzione che la comunità diplomatica necessita di tornare a uno standard nel quale la guerra è l’ultima, piuttosto che la prima, reazione alle crisi.

Questo attacco [alla Libia] rappresenta un ostacolo all’ordine internazionale attuale” ha affermato il presidente uruguayano José Mujica, secondo la IPS. “Il rimedio è molto peggiore del male. Questa faccenda di salvare vite mediante bombardamenti è una contraddizione inesplicabile”.

Inclusione sociale contro richieste del FMI

Anche su altri problemi importanti il Brasile continua a respingere Washington.

Ad esempio il Fondo Monetario Internazionale, controllato dagli USA, sta chiedendo al Brasile, una delle economie mondiali a crescita più veloce, di calmare le preoccupazioni dei mercati obbligazionari riguardo all’inflazione, trattenendo la spesa sociale.

La squadra economica di Dilma sinora si è impuntata. Sostiene, invece, che l’inflazione può essere controllata dalla regolamentazione, da parte del governo, del “denaro caldo”, cioè della capacità del capitale straniero di fare scommesse speculative, ricavandone enormi profitti, sulla moneta brasiliana.

Può sembrare un po’ tecnocratico, ma di fatto è un grosso ostacolo al tentativo del Fondo Monetario Internazionale di restaurare il suo ruolo, come è stato descritto dall’economista Mark Weisbrot, di “cartello dei creditori” dell’America Latina, il meccanismo principale attraverso il quale Washington impone “disciplina” alle economie, come quella brasiliana, che mostrano eccessiva indipendenza.

In modo simile, il Brasile continua a essere il principale ostacolo a che si dia inizio al Doha Round del dialogo sul commercio mondiale, chiedendo che gli Stati Uniti e l’Europa riducano le imposizioni doganali sui prodotti e le materie prime del mondo in via di sviluppo. Pur ospitando cordialmente il presidente degli Stati Uniti, la Rousseff ha comunque fortemente criticato la capacità di Washington di predicare il libero mercato praticando, nel contempo, il protezionismo, chiedendo che gli USA aprano i loro mercati a importazioni dal Brasile, ad esempio di etanolo, acciaio e succo d’arancia.

Per quanto “calorosa”, “pratica” e “cordiale” possa essere Dilma, il primo presidente donna del Brasile, non sarà una sempliciotta quando si tratta di questioni di guerra, pace ed economia.

Greg Grandin è professore di storia alla New York University e membro l’Accademia Americana delle Arti e delle Scienze. E’ autore di numerosi libri premiati, compreso il più recente “Fordlandia: The Rise and Fall of Henry Ford’s Forgotten Jungle City’ (Metropolitan, 2009) [Fordlandia: l’ascesa e la caduta delle dimenticata città nella giungla di Henry Ford] che è stato finalista al Premio Pulitzer per la Storia così come ai premi National Book e National Book Critics Circle [altro premio nazionale e premio della critica – n.d.t.].

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