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di Lindsey Hilsum (23 agosto 2005 )

da Zcommunication

C’è un altro modo di leggere il ritiro da Gaza voluto da Sharon. Ce lo propone Lindsey Hilsum – redattrice internazionale per Channel 4 News.

Ariel Sharon è un maestro di manovre, scrive Lidsey Hilsum. Mentre il mondo osserva il ritiro da Gaza, lui sta creando ed espandendo gli insediamenti in aree più strategiche.

Il falso attacco è un vecchio trucco militare – il generale invia un plotone delle sue forze per distrarre il nemico, così i battaglioni in rotta per il vero obiettivo incontrano poca resistenza. Fate attenzione al finto attacco in Medio Oriente durante le prossime settimane. I telegiornali di tutto il mondo mostreranno le scene drammatiche di coloni israeliani in T-shir arancioni costretti a lasciare la Striscia di Gazia, in quello che il primo ministro Ariel Sharon chiama un”sacrificio doloroso” per la pace. 32.000 soldati e poliziotti sono stati mandati ad evacuare 8.200 coloni, se necessario con la forza. I telespettatori vedranno le colone ebree urlare e scalciare mentre vengono portare via dalla terra che Israele ha occupato nel 1967.

Ma Sharon è un vecchio generale, un maestro di manovre. Mentre stiamo riportando l’abbandono degli insediamenti a Gaza, lui sta presiedendo la creazione e l’espansione di insediamenti in aree strategicamente più importanti, a cui pochi stanno prestando attenzione. Secondo l’Ufficio Centrale Israeliano della Statistica, 3.981 nuove “unità abitative” sono in costruzione nella West Bank occupata. Allo stesso tempo, il governo israeliano sta costruendo degli appartamenti e delle infrastrutture nella periferia di Gerusalemme, per consolidare il suo possesso della città che sia gli Israeliani che i Palestinesi reclamano come loro capitale.

Le mappe raccontano la storia da sè. Mostrano come un muro costruito attorno ad una Gerusalemme enormemente espansa confluirà nella West Bank, dividendo quasi in due il territorio principale di un qualsiasi futuro stato palestinese. I vicinati palestinesi di Gerusalemme sono stati circondati dagli insediamenti ebrei, tagliandoli fuori dalla West bank e rendendo impossibile per Gerusalemme est di diventare la capitale palestinese. E mentre nuovi insediamenti ebrei sono in costruzione, alcune case palestinesi nel cuore della storica Gerusalemme Est araba sono minacciate di essere demolite.
Il primo ministro Sharon ha stretto un accordo furbo con il presidente George W. Bush: israele si ritirerà da Gaza e, in compenso, gli Stati Uniti accetteranno formalmente che, eventualmente, parti della West Bank occupata insediate dagli Ebrei divengano parte di Israele, qualora uno stato palestinese dovesse divenire in essere. Pochi “avamposti” nella West Bank saranno rimossi nello stesso periodo del ritiro da Gaza, e altri saranno eventualmente smantellati, ma il piano è di mantenere i centri maggiormente abitati. Bush ha detto che espandere gli insediamenti nell’area di Gerusalemme non è parte del piano, ma il governo israeliano sta andando avanti in ogni caso, certo che, alla fine, avrà quello che vuole.
Dopo la creazione di Israele nel 1948, un confine di armistizio, noto come la Linea Verde, divise la Gerusalemme Ovest israeliana dalla Gerusalemme Est araba. Nella guerra del 1967 Israele annesse Gerusalemme Est l’adiacente West Bank dalla Giordania, che in precedenza aveva avuto riconoscimento giuridico. Mentre Israele occupava la West Bank, riconoscendo che un giorno avrebbe forse dovuto restituire il territorio agli Arabi, annesse Gerusalemme Est, sostenendo che non solo aveva vinto la città in battaglia, ma anche che Dio aveva nominato Gerusalemme come la sola ed indivisibile capitale dello stato ebraico.

Un nuovo rapporto, La Polveriera Gerusalemme, da un think-tank indipendente sul conflitto, il Gruppo di Crisi Internazionale (www. crisisgroup.org), registra come il governo israeliano abbia gradualmente esteso l’area definita come “Gerusalemme”. Ora che il mondo si sta concentrando sugli eventi di Gaza, i confini della città sono spinti ancora più in là. Le mappe mostrano come i confini nazionali segnati nel 1993 comprendano dei recenti insediamenti israeliani, con molti Israeliani considerati non come usurpatori in una terra occupata, ma come meri vicini nella loo capitale, Gerusalemme. Ora Il governo israeliano sta facendo un altro passo, creando uuna “Gerusalemme involucro”, che requisirà altri 60 chilometri quadrati della West Bank. Questo includerà gli insediamenti in rapida espansione di Ma’ale Adumin e – sperano – il corridoio verso nord-ovest conosciuto come E1, che collega Ma’ale Adumin al centro della città.

La Gerusalemme Est palestinese è stata circondata dagli Ebrei confinanti. Una mappa mostrerebbe che la maggior parte di questi sono su delle colline, mentre guardano dall’alto gli Arabi nelle aree sottostanti. Gli insediamenti hanno tagliamo fuori la Gerusalemme Est araba dalla West Bank. Più significativamente, nelle mappe si trova una linea rossa che rappresenta un muro, la barriera fisica di esplosivi e bobine di filo spinato che Israele sta costruendo per separarsi dalla West Bank. Apparentemente, serve per fermare gli attentati terroristici, ma creerà anche quel che gli Israeliani chiamano “fatti sul terreno”, una nuova estensione nazionale de facto di 45 chilometri nella West Bank.

Secondo Robert Malley dell’International Crisis Group, “le attività attuali attorno a Gerusalemme per collegare gli insediamenti ebrei nella West Bank a Gerusalemme Est non solo mineranno le possibilità per una concreta soluzione basata su due stati, ma creeranno un mix esplosivo che comprometterà la sicurezza che Israele dice di cercare di garantire”.

Circa 200.000 Palestinesi rimarranno entro il confine di Gerusalemme. Altri 55.000 saranno esclusi. Ci sono già storie su famiglie che scoprono di vivere da un lato del muro, mentre il loro posto di lavoro o la scuola dei bambini è da un altro. Mentre guidare da Ramallah, città della West Bank a nord di Gerusalemme, fino a Betlemme, nel sud, richiederebbe 20 minuti passando per Gerusalemme, ora sarà almeno un ora e mezza di strada, lungo il nuovo muro. (Senza contrae il tempo speso ai check-point militari israeliani).

Il governo israeliano dice di voler sostenere il presidente palestinese, Mahmoud Abbas, che considera più “moderato” di Yasser Arafat. Comunque, Gerusalemme è vitale anche per i Palestinesi, e Abbas è sempre più debole agli occhi dei Palestinesi mentre gli Israeliani consolidano il loro possesso della città. La leadership alternativa è quella della Hamas militante o della Jihad islamica.

Nulla di tutto questo è accidentale. Abbandonando unilteralmente Gaza, Israele ha preso l’iniziativa, acquisendo tempo ed una buona reputazione internazionale.

“Eravano fermi, così abbiamo deciso di cambiare strategia”, ha spiegato un generale israeliano. Anche se il discorso sulla “road map per la pace”, dopo il ritiro da Gaza, ci saranno poche pressioni su Israele perchè negozi Gerusalemme o qualunque altra cosa. L’obbligo sarà dei Palestinesi, che dovranno provare al mondo di poter gestire Gaza. Gli Israeliani si siederanno e aspetteranno che la mettano in disordine. Se l’Autorità Palestinese non riesce a fermare Hamas dallo sparare missili in Israele, o se le fazioni si combatteranno tra di loro a Gaza, creando uno “stato fallito” prima che ci sia un qualsiasi stato palestinese, sarà una ragione in più per Israele di non negoziare.

“L’obiettivo è congelare il processo politico”, ha detto Dov Weisglass, un alto consigliere di Sharon, in un’intervista dello scorso anno così franca che il suo capo ha provato a prendere le distanza dalle sue affermazioni. “Quando congeli quel processo, previeni il consolidamento di uno stato palestinese e previeni il dialogo sui rifugiati, i confini e Gerusalemme. In effetti, questo pacco chiamato stato palestinese, con tutto quello che implica, è stato rimosso dalla nostra agenda indefinitivamente”.

Mentre il disimpegno da Gaza procede, più rumorose e violente saranno le proteste dei coloni e dei loro sostenitori, meglio sarà per Sharon. Il rabbino Yoel Bin-Nul lo ha spiegato al giornale israeliano Haaretz: “Sharon ha bisogno di un trauma nazione per imprimere nell’opinione pubblica israeliane e in quella della comunità internaizonale che è impossibile farlo di nuovo”.

I Palestinesi, e gli Israeliani di sinistra, sperano che il movimento dei coloni sarà minato: che sia “Gaza la prima”, non “Gaza l’ultima”. Ma Sharon ha reso più chiaro che può, senza imbarazzare i suoi amici americani, che l’obbiettivo del disimpegno è assicurare il futuro della maggior parte dei 235.000 coloni ebrei nella West bank e dei 180.000 che vivono nella Gerusalemme Est araba e nei suoi dintorni.

Guardate le immagini in televisione, e vedrete il ritiro di Israele da Gaza. Ascoltate i commentatori israeliani, che parlano di eventi storici e del dolore di abbandonare gli insediamenti. Poi guardate le mappe, e avrà tutto un senso.

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