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di Mustafa Barghouthi (22/08/2005)

Mentre le varie fazioni palestinesi si disputano il merito del ritiro israeliano da Gaza, molti dimenticano che il successo in realtà appartiene agli uomini, donne e bambini della Palestina che sono rimasti nelle loro terre in 38 anni di devastante occupazione aggrappati alla convinzione della giustizia della loro causa. Il ritiro è un risultato diretto della loro pazienza e della loro capacità di resistenza, ed ora l’occupazione può andare soltanto in una direzione: indietro.

Vi sono ancora rischi e minacce serie, comunque. Il primo ministro Ariel Sharon ha imparato che c’è un prezzo da pagare per l’oppressione e l’espropriazione ai danni del popolo palestinese. Ma invece di accettare un negoziato di pace basato sul diritto internazionale si è servito di azioni unilaterali di natura tattica per spostare l’attenzione in altre direzioni.

Queste tattiche costituiscono tre minacce principali per il popolo palestinese.

Anzitutto, la cattiva gestione palestinese della Striscia di Gaza incoraggerebbe i critici a sostenere che i Palestinesi non sono capaci di governarsi.

Ciò si può evitare tenendo elezioni democratiche nel consiglio legislativo, nei comuni e in tutti i corpi rappresentativi, assicurando che la competizione tra le diverse fazioni si esprima solo attraverso la scheda elettorale, in maniera pacifica e plurale. L’uso della violenza, dell’intimidazione, del favoritismo e del paternalismo per alterare le opinioni delle persone dovrà essere evitato a tutti i costi.

I rumori secondo cui le terre evacuate potrebbero essere monopolizzate da influenti membri dell’establishment politico palestinese potranno essere facilmente spazzati via dal campo se l’Autorità palestinese seguirà la regola della legge con totale trasparenza nell’assegnare le terre. Le terre in possesso di privati dovranno essere restituire ai loro proprietari di diritto, e le terre pubbliche dovranno rimanere nel demanio pubblico affinché possano essere usate per il bene comune.

Secondo, molti temono che il “ritiro” di Israele non sia altro che una ridislocazione che renderà impossibile la sovranità palestinese a Gaza. Se Israele rimuove gli insediamenti ed i soldati ma mantiene il controllo su tutti gli accessi via terra, mare ed aerei, la striscia resterà una prigione isolata e depauperata. I Palestinesi devono insistere per avere il controllo completo della linea costiera e dei confini con l’Egitto, senza interferenze o supervisioni israeliane.

Terzo, il tentativo di Sharon di servirsi del ritiro per separare Gaza dalla West Bank e congelare indefinitamente il processo di pace rappresenta la minaccia maggiore.

Un ulteriore ritardo darebbe a Sharon il tempo per creare più fatti sul terreno che pregiudicherebbero i negoziati finali. Continuando a costruire il Muro, ad espandere gli insediamenti e fare a pezzettini Gerusalemme est sulla mappa politica, Sharon sta cercando di imporre unilateralmente una risoluzione finale che è inaccettabile per i Palestinesi e contrasta con il diritto internazionale.

L’idea di Sharon di scambiare Gaza con Gerusalemme est e con vaste e vitali aree della West Bank distruggerebbero il sogno di uno stato palestinese e lo sostituirebbero con l’incubo di cantoni isolati ed impoveriti, simili ai bantustan che i neri sudafricani sotto l’apartheid rigettarono. Potrebbe significare una terza intifada.

Dopo il ritiro, Sharon si trova di fronte ad un precario scenario politico interno. Coloro che vogliono la pace devono agire immediatamente per garantire che il ritiro da Gaza si tramuti in un ritiro completo da tutti gli insediamenti della West Bank e di Gerusalemme est. Il diritto internazionale afferma in maniera inequivoca che gli stabilimenti nella Striscia di Gaza non hanno alcuna legittimità. Quelli nella West Bank e a Gerusalemme est sono mantenuti nella stessa situazione di occupazione militare illegale e devono essere smantellati ed evacuati allo stesso modo.

Per diventare agenti del nostro stesso destino, noi Palestinesi dobbiamo seguire tre passi. Il primo è l’invocazione di una conferenza internazionale di pace come quella tenutasi a Madrid nel 1991. Ciò porrà termine al congelamento politico che Sharon sta cercando di imporre. Creerà la possibilità di discutere questioni critiche come gli insediamenti di Gerusalemme est, i confini definitivi ed i diritti dei profughi. Impegnerà la comunità internazionale nei negoziati, che Israele cerca di impedire da molto tempo. E, soprattutto, ristabilirà il diritto internazionale quale base per la soluzione del conflitto israelo-palestinese.

Il secondo passo consiste nel portare in senso alle Nazioni unite la sentenza della Corte di giustizia internazionale che sancisce che il Muro di Israele è contrario al diritto internazionale per domandare che essa sia fatta attuare ricorrendo a mezzi non violenti quali le sanzioni finché Israele non l’avrà accettata.

Infine, la lotta non-violenta contro il Muro e gli insediamenti deve continuare in Palestina e in tutto il mondo allo scopo di mantenere una forte pressione della società civile e delle associazioni dal basso contro le politiche illegali israeliane.

Oggi noi e tutti coloro che sono stati al nostro fianco in questa lotta per la pace e la libertà celebriamo la rimozione degli insediamenti illegali. Ma dobbiamo mantenerci vigili per controllare il movimento di questo processo e portarlo alle sue logiche conclusioni – uno stato sovrano palestinese nella West Bank, a Gaza e a Gerusalemme est.

(*) segretario generale della Iniziativa nazionale palestinese, è stato candidato alle elezioni presidenziali di gennaio

da ZNET ZSpace / Testo originale (Make sure ‘Gaza first’ is not ‘Gaza last’ )

Traduzione di Sergio De Simone

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