L’ “occupottero” di Occupy Wall Street: chi controlla chi?

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di Noel Sharkey e Sarah Knuckey – 21 dicembre 2011

 

[‘Occucopter’ nell’originale: più o meno ‘il drone di OWS che sorveglia la polizia’]

Il drone  di Tim Pool al servizio dei cittadini che tiene sorvegliata la polizia può sollevare lo spirito ai manifestanti, ma potrebbe portare a un incubo della sorveglianza.

L’”occupottero” di Tim Pool è una risposta all’espulsione dei manifestanti di Occupy Wall Street da parco Zuccotti, a New York.

La polizia presto potrebbe osservarvi nel vostro orto mentre raccogliere la vostra verdura, o osservare il vostro sedere.  Mentre prendono forma i piani della polizia per un’accresciuta sorveglianza aerea a mezzo velivoli senza pilota, c’è una nuova svolta. I privati cittadini possono ora acquistare i propri droni di sorveglianza  per controllare  la polizia.

Questa settimana a New York i dimostranti di Occupy Wall Street hanno un nuovo giocattolo che li aiuta a denunciare azioni potenzialmente dubbie del dipartimento di polizia di New York. Reagendo alla costante sorveglianza, violenza e migliaia di arresti ad opera della polizia, i dimostranti di Occupy Wall Street e gli osservatori legali hanno diretto le proprie telecamere sulla polizia.  Ma la polizia a volte ha reso difficili le riprese mediante ostruzionismo fisico e “zone interdette”.  Ciò si è verificato in misura più considerevole durante l’espulsione dei dimostranti dal parco Zuccotti, a Lower Manhattan, dove la polizia ha impedito l’ingresso anche a giornalisti accreditati.

Ora i manifestanti contrattaccano con il loro proprio drone di sorveglianza. Tim Pool, un dimostrante di Occupy Wall Street, ha acquistato un drone Parrot AR che lui chiamato in modo divertente “occupottero”. E’ un elicotterino leggero a quattro rotori che si può acquistare a buon prezzo su Amazon e controllare con il proprio iPhone.  Ha una telecamera a bordo così si può vedere tutto ciò su cui punta il proprio cellulare.  Pool ha modificato il software per mettere in rete video dal vivo in modo che possiamo osservare l’azione mentre si svolge.  Qui si possono vedere spezzoni video dei suoi primi esperimenti.  Ci ha detto che il motivo per cui lo fa “sta nel  dare alla gente comune gli stessi strumenti che queste società mediatiche multimilionarie possiedono. Offre una scappatoia abile a certe restrizioni, tipo quando la polizia impedisce ai giornalisti di scattare foto di un incidente.”

Pool sta tentando di verificare lo strumento sulla polizia: “Stiamo cercando di ottenere una trasmissione video stabile in modo che possa essere controllata da 50 persone in serie.  Se i poliziotti ti vedono che la controlli da un computer possono bloccarti, ma allora il controllo potrebbe passare automaticamente a qualcun altro.”

Questa è roba forte, e non si ferma qui.  Sta anche lavorando a un controller 3G in modo che “si possa controllare l’occupottero a New York da Sheffield in Inghilterra”.  Gli abbiamo chiesto se lo preoccupava il fatto che la polizia potesse abbatterlo. “No,” ha dichiarato con decisione. “Non possono sparare in aria semplicemente perché potrebbero ferire gravemente qualcuno. Non avrebbero scuse perché l’occupottero non è illegale in senso stretto.  La loro unica possibilità sarebbe di renderlo illegale, ma è solo un giocattolo e allora potrebbero rendere illegale anche la stampa; hanno già arrestato 30 giornalisti qui.”

La gente comune che dispone di tecnologia per controllare il guardiano non è qualcosa che George Horwell avesse previsto nella sua visione futuristica nel 1984.  Egli ci ha proposto l’idea di uno stato totalitario che utilizza una sorveglianza totale per reprimere l’intera popolazione.  E’ per questo che le telecamere a circuito chiuso e i droni della polizia che ci osservano non visiti producono brividi lungo la schiena a così tanti fra noi.  Non siamo tanto preoccupati della dirigenza politica attuale quanto lo siamo della possibilità di una tecnologia che consenta la creazione di un regime repressivo.

Ciò avrebbe minori probabilità di verificarsi quando gli stessi sistemi di sorveglianza fossero rivolti contro le autorità.  Ma non si tratta solo di buone notizie. Questi dispositivi possono anche ampliare la gamma delle violazioni potenziali della privacy.  Si può volare sopra il giardino dei vicini, o alla finestra della loro camera da letto.  E i droni potrebbero essere un grande vantaggio per i criminali per “ispezionare  l’obiettivo” o per controllare l’arrivo della polizia.

C’è anche la preoccupazione che il lancio di droni dei cittadini possa essere utilizzato strumentalmente dalla polizia per giustificare e accelerare l’acquisizione e l’uso da parte della polizia di droni per sorvegliare le manifestazioni.  I dipartimenti di polizia inglesi e statunitensi sono ansiosi di utilizzare i droni, ma c’è stata scarsa o nulla discussione riguardo agli impatti sulla sicurezza, privacy e libertà pubbliche.  E certamente non c’è stato alcun impegno pubblico riguardo all’ampliamento di questa sorveglianza poliziesca.

Probabilmente non ci vorrà molto prima che ci siano cause sperimentali in tribunale o prima che siano introdotte leggi per impedire il decollo dei droni dei cittadini. Ci ha tirato su lo spirito parlare con Pool del suo occupottero, e tuttavia ci sentiamo a disagio riguardo all’utilizzo sempre crescente della sorveglianza mediante droni. Come tutti gli strumenti può essere utilizzata per il bene e per il male, e per la repressione e la resistenza.

La domanda è: vogliamo davvero finire nell’incubo paranoico del nostro spazio aereo inquinato da droni della polizia e nostri personali con tutti noi che controlliamo i nostri controllori?  Non siamo sicuri di come la cosa si svilupperà, ma siamo sicuri che il risultato sarà imprevedibile come lo sono gli stessi sviluppi della tecnologia.

DA Z NET ITALY – Lo Spirito della resistenza è vivo!

http://www.znetitaly.org

Fonte: http://www.guardian.co.uk/commentisfree/cifamerica/2011/dec/21/occupy-wall-street-occucopter-tim-pool

Originale: The Guardian UK

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

La banca municipale di sviluppo: una necessità per la transizione

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di Howie Hawkins  – 5 agosto   2009

[Contributo al Progetto  Reimmaginare la Società  (RSOC) ospitato da ZCommunications]

Visione e Transizione

Al livello generale della visione socialista, penso che esista un ampio accordo circa il fatto che vogliamo una democrazia partecipativa di istituzioni politiche ed economiche che rendano possibile ai cittadini soddisfare i propri bisogni senza sfruttamento od oppressione in un modo ecologicamente sostenibile.

Ma abbiamo differenze su molti particolari. Quali dovrebbero i ruoli rispettivi dei mercati e della pianificazione?  Quali beni e servizi dovrebbero essere distribuiti gratuitamente in base al bisogno e quali dovrebbero essere distribuiti in cambio di del valore del lavoro eseguito? Quali complessi di tecnologie produttive sono realmente riproducibili su base sostenibile con energie e risorse rinnovabili?  Quali scale di organizzazione delle unità economiche e politiche ottimizzano le richieste, a volte in concorrenza, di democrazia, efficienza e sostenibilità? Quanta partecipazione alla democrazia diretta dovrebbe esserci nelle nostre istituzioni politiche ed economiche rispetto alle deleghe a rappresentanti?  Quanto in là può progredire una città, una regione, una nazione o un blocco di nazioni in direzione del socialismo in un mondo ancora dominato dal capitalismo e cosa significa questo per noi l’avere potere a questi livelli?

A complicare le risposte a queste e ad altre domande vi è il fatto che probabilmente esse riceveranno risposte diverse  in fasi diverse della transizione alla nostra visione socialista. Per molti socialisti la pianificazione sostituirà progressivamente  i mercati e la sfera dei beni e servizi pubblici si amplierà mentre si ridurranno i beni e servizi acquistati, anche se fin dove questo processo possa o debba alla fine arrivare resta oggetto di un notevole dibattito.  Le tecnologie e le risorse da utilizzare nella transizione complicano la questione delle tecnologie riproducibili e sostenibili. Ad esempio il gas naturale per gli autoveicoli e l’elettricità dovrebbero sostituire gran parte del petrolio e del carbone come combustibili primari per operare una transizione a un sistema di energie interamente rinnovabili?  La rappresentanza proporzionale alle elezioni legislative non crea forme politiche partecipative e di democrazia diretta, ma negli Stati Uniti aprirebbe  uno spazio politico  per la sinistra indipendente che ora ha difficoltà a spezzare il sistema bipartitico di governo delle imprese, che il sistema di elezioni in cui chi vince si prende tutto tende a perpetuare.  Abbiamo oggi più di un secolo di esempi di amministrazioni dirette  da socialisti di vari tipi a livelli diversi –  comunale, regionale, nazionale – che cercano di costruire il socialismo in un mare di capitalismo, dandoci molto da studiare, dibattere e da cui imparare.

Non è necessario che i socialisti concordino con le risposte a questo tipo di domande al fine di collaborare ora. Se al centro dei valori socialisti c’è la democrazia, allora una società che si avvii al socialismo elaborerà le risposte nella pratica, in modo democratico, mediante prove ed errori, apprendendo dagli errori.

Ciò lascia aperta la difficile domanda: per cosa ci battiamo ora?  Pochi socialisti negherebbero che costruire movimenti che lottino per le riforme sia parte del processo rivoluzionario.  I movimenti per le riforme creano più socialisti e costruiscono il movimento socialista.  I nuovi attivisti scoprono che il sistema non acconsentirà mai a richieste che sono perfettamente ragionevoli e giuste.  Scoprono che le élite politiche non sono oneste e responsive, ma ipocrite e repressive.  Scoprono che i socialisti radicali hanno effettivamente spiegazioni buone sul perché le cose stanno così.

Ma devono esserci socialisti aperti presenti in questi movimenti finalizzati a singole riforme se essi devono svilupparsi in un movimento socialista per il cambiamento del sistema.  Negli Stati Uniti troppi socialisti hanno dimenticato il primo principio politico della tradizione socialista sin dalle rivoluzioni del 1848 e precisamente l’indipendenza politica del movimento dei lavoratori per una democrazia piena.

Negli Stati Uniti la subordinazione politica del movimento sindacale e di altri movimenti per le riforme al Partito Democratico, un partito filocapitalista finanziato in larga misura da capitalisti, ha portato a una serie di movimenti per singole riforme, non a un movimento socialista.  E i movimenti per le riforme su temi singoli hanno poco da mostrare in contropartita ai loro sforzi perché, in assenza di vitale partito indipendente della Sinistra, i Democratici sono stati in grado di dare per scontati  i voti dei movimenti progressisti popolari:  per il  lavoro, i  diritti civili, la comunità, i consumi, la pace e l’ambiente. I Democratici hanno utilizzato una combinazione di repressione, cooptazione dei capi e pacificazione con riforme-simbolo per neutralizzare questi movimenti, trattarli come un altro interesse particolaristico nella nostra “democrazia pluralista” che di fatto è subordinata alla classe dominante, al suo stato delle imprese, al suo sistema di governo a due partiti capitalisti che dà l’illusione della scelta, o la paura della reazione Repubblicana per costringere gli elettori, con lo spavento, a votare per il male minore rappresentato dai Democratici.

I socialisti devono anche, all’interno dei movimenti, portare avanti la causa di riforme più radicali, quelle che Trotzky chiamava rivendicazioni transitorie e Gorz ‘riforme non riformiste’, cioè riforme strutturali che hanno senso per la gente nei loro propri termini ma che le strutture dell’economia capitalista e della politica autoritaria non possono accogliere. Tali riforme radicali democratizzano il potere e possono provocare una crisi politica in cui il movimento popolare deve avanzare verso un’ulteriore democratizzazione se non vuole essere sconfitto dalla riaffermazione del dominio delle élite.

Nell’attuale crisi economica, ad esempio, i socialisti fanno bene a unirsi ad altri nel pretendere l’ampliamento dei sussidi di disoccupazione.  Ma un movimento socialista avrebbe potuto chiedere che i lavoratori del settore automobilistico restassero occupati e che la base manifatturiera statunitense fosse ravvivata convertendo gran parte dell’industria automobilistica alla produzione dei molto necessari treni e autobus per il trasporto pubblico e dei prodotti relativi all’energia solare per avere un’energia rinnovabile.  Avremmo potuto mobilitare il sostegno popolare con richieste di posti di lavoro e di produzione verde socialmente utile e avremmo potuto spiegare che  gli unici mezzi concreti per fare ciò sarebbero consistiti nella nazionalizzazione delle fabbriche  di automobili in bancarotta (a prezzi vantaggiosi quando le loro azioni avevano toccato il fondo) e nella ristrutturazione di  esse sotto il controllo dei lavoratori e della comunità.  Ma a parte una carovana a Washington di una minoranza di militanti del settore automobilistico e qualche editoriale di apertura su internet ad opera di alcuni radicali,  nessun movimento forte ha avanzato quelle richieste.

Socialismo municipale

Data la debolezza organizzativa e la frammentazione della Sinistra statunitense, penso che dobbiamo concentrare gran parte dei nostri sforzi sulla politica municipale, l’unico livello al quale la Sinistra oggi negli Stati Uniti possa realisticamente costruire la fiducia e la massa critica necessarie per costruire un potere sufficiente per operare cambiamenti strutturali.

Voglio suggerire una richiesta che tali movimenti municipali dovrebbero avanzare.  Dovremmo fare una campagna nelle nostre città per banche municipali di sviluppo, versioni pubbliche della banca cooperativa di Mondragon, la Caja Laboral Popular Sociedad Cooperativa de Credito, che fornirebbe assistenza tecnica e finanziamenti per lo sviluppo di cooperative e di altre imprese di proprietà comunitaria nelle nostre città.

Penso a questa richiesta come rilevante prima di tutto negli USA. La politica municipale non è soltanto l’arena in cui una Sinistra può avere un impatto significativo nel futuro immediato. Si tratta anche del fatto che le municipalità negli Stati Uniti hanno poteri più autonomi che nella maggior parte degli altri paesi.  Anche se il grado di amministrazione locale varia un po’ a seconda degli stati, le municipalità in generale hanno il potere di legiferare, di imporre vincoli urbanistici, investire, acquistare, tassare, avere una polizia, indebitarsi, emettere titoli, emettere monete locali, gestire imprese, impiegare residenti per predisporre e gestire lavori pubblici, spendere fondi pubblici praticamente in qualsiasi cosa e persino espropriare la proprietà privata a fini pubblici per motivi di pubblica utilità.

Credo anche che le banche municipali di sviluppo dovrebbero essere rilevanti per altri paesi come modo per costruire il socialismo dal basso con una reale partecipazione a istituzioni di base di democrazia politica ed economica.  Anche se un modello è costituito dalla banca cooperativa di Mondragon, le banche comunali del Venezuela, anche se di dimensioni di quartieri piuttosto che di municipalità, offrono un altro modello, particolarmente quanto alle loro strutture amministrazione democratica di base.

A Syracuse, New York, il Partito Verde è stato in grado di inserire nel programma politico della città richieste di imprese pubbliche.  Abbiamo convinto la città a spendere 150.000 dollari per uno studio di fattibilità della sostituzione con energia pubblica della Rete Nazionale, l’ex società statale inglese, ora privatizzata, di fornitura di energia elettrica  che ora è anche proprietaria di gran parte della rete di trasmissione e distribuzione del Nord-est degli Stati Uniti (vedere www.cnypublicpower.net).  Stiamo costruendo sostegno a una campagna per un sistema municipale a banda larga che riteniamo possa fornire servizi telefonici, internet e di televisione via cavo, sotto il controllo della comunità, a costi inferiori e con una tecnologia migliore di quella dei concorrenti: l’attuale esclusivista, Time Warner, il nuovo arrivo, Verizon e i concorrenti via satellite (vedere http://syracusebroadband.org).

Speriamo ora di ampliare tali iniziative con la richiesta che la città crei una Banca Municipale di Sviluppo con un ufficio di pianificazione industriale che aiuti a pianificare, finanziare, sviluppare e consigliare imprese a base comunitaria.

La banca avrebbe una sezione di credito al consumo.  Accoglierebbe depositi da residenti e imprese locali e offrirebbe prestiti al consumo e mutui.  Anche se la città è servita nel settore del credito al consumo dalla cooperativa di credito allo sviluppo della comunità, in costante crescita, la Syracuse Cooperative Federal Credit Union, da altre cooperative di credito basate sulle imprese e da una residua banca commerciale di proprietà locale, tutte le altre banche sono filiali di grandi banche regionali, nazionali e multinazionali.  I quartieri della classe lavoratrice e della gente di colore della città soffrono da decenni di mancati investimenti a causa della normativa urbanistica  risalente alla Società per il Finanziamento dell’Acquisto di Abitazioni del New Deal (vedere le effettive mappe dell’urbanizzazione  a http://syracusethenandnow.org/Redlining/Redlining.htm ).

Anche se c’è una chiara necessità di migliorare il credito al consumo, c’è una necessità anche maggiore di investimenti e pianificazione industriale. Le cooperative comunitarie  di credito allo sviluppo non possono soddisfare tale necessità nello stato di New York, quanto meno perché le grandi banche, attraverso le loro lobby, sono riuscite a far approvare una legge che limita i prestiti alle imprese delle cooperative di credito a una piccola percentuale del loro portafoglio.  Questo è uno dei motivi per cui abbiamo necessità di municipalizzare il processo di investimento industriale.  L’altro è la necessità di socializzare la funzione imprenditoriale per una più aggressiva promozione dell’occupazione e dello sviluppo industriale a Syracuse, che è una città che soffre non solo di un’urbanizzazione contraria alla classe lavoratrice, ma anche dell’abbandono da parte del capitale di proprietà di assenti, specialmente di capitale industriale.

Il contesto di Syracuse

Syracuse è come molte altre città della cintura industriale in decadenza del Midwest settentrionale e del Nord-est degli Stati Uniti.  E’ cresciuta attorno alla sua base manifatturiera e nel 1900 era tra le 30 città più popolose degli Stati Uniti.  Era famosa a livello nazionale per le sue automobili, candele, macchine da scrivere, orologi marcatempo, ingranaggi, carbonato di sodio, acciaio, fucili, motori a vapore, scarpe da uomo, stiratrici, carne tritata, barattoli, bollitori, radiatori e lanterne.  Fabbricava più articoli diversi della stessa New York City. A motivo della diversità delle sue industrie durante la recessione ha sofferto molto meno della maggior parte della altre città.

Ma con ogni recessione, a partire da quella del 1973-74, le imprese di proprietà assente hanno trasferito la produzione a regioni con manodopera a minor costo, tasse inferiori e regolamenti più permissivi. L’occupazione nell’industria ha raggiunto il suo picco agli inizi degli anni ’70 con 53.000 occupati nell’area metropolitana di Syracuse. Era ancora a 47.600 unità nel 1990 e a 45.100 nel 2000, riflettendo la stagnazione industriale, ma non una catastrofe.  La catastrofe sono stati gli anni 2000, con l’occupazione nell’industria scesa sotto le 30.000 unità per la prima volta nel 2009.  La regione metropolitana ha perso 17.900 posti nell’industria, ovvero il 38% di essi, nell’ultimo decennio, dal giugno 1999 al giugno 2009.

Il risultato è una classe operaia senza lavoro e le conseguenze connesse:

– Syracuse ha il terzo livello più alto di povertà – e il più alto livello di povertà della cittadinanza nera – tra le città centrali delle 100 aree metropolitane più vaste degli Stati Uniti, secondo un’indagine del censimento USA 2005.

– La popolazione della città è scesa del 40%, da un picco di 220.000 abitanti nel 1950 agli attuali 137.000.

– Una casa su cinque è abbandonata nei quartieri prevalentemente di minoranza della città, dove la gente di colore rappresenta il 45% della popolazione cittadina.

– Dei 2.169 finanziamenti della Federal Housing Administration [l’Amministrazione Federale per gli Alloggi che agevola l’acquisto di abitazioni da parte dei cittadini – n.d.t.] concessi a Syracuse tra il 1996 e il 2000, 29, ovvero l’1,3%, sono andati a quartieri prevalentemente delle minoranze, rispetto ai 1.694, ovvero il 78,1%, andati a quartieri bianchi.

– L’unico edificio ‘abitativo’ pubblico costruito di recente in città è la prigione della contea, “Justice Center”, che è piena fino a straripare di centinaia di giovani a basso reddito.

– Le percentuali di diplomati delle quattro scuole superiori della città variavano dal 38 al 52% nel 2009.

– Il 25% dei residenti nella città è analfabeta e il 25% dispone di un’istruzione minima.

– La città si confronta con un deficit strutturale di bilancio che si avvicina al 10% del bilancio operativo cittadino.  

Tutto ciò avviene mentre Syracuse cerca di rivitalizzare l’economia cittadina nel contesto di un’economia nazionale gravata da un debito enorme, con il debito delle famiglie e delle imprese che supera di gran lunga il tanto pubblicizzato debito governativo.  Masse di debitori rimborseranno una piccola élite di creditori in interessi, capitale e tasse per molti anni a venire, riducendo la domanda di consumi, gli investimenti industriali e la ripresa economica per altrettanti anni.

Il Grande Capo non torna. La General Electric, la General Motors e la Allied Chemical sono da tempo fantasmi scomparsi. La Smith Corona si è trasferita in Messico il giorno stesso in cui è stato approvato il NAFTA.  Carrier si è trasferita in Cina.  La Syracuse China è fallita. La New Process Gear ha chiuso nel luglio 2009, con il suo proprietario, la Magna International, che ha trasferito il lavoro di 3.500 dipendenti del settore automobilistico nella Corea del Sud e i soldi in Germania, per acquistare un’impresa produttrice di automobili, la Opel.  Decenni di una politica bipartitica in passiva attesa che le imprese si insediassero nelle zone a fiscalità agevolata Enterprise e Empire o che reagissero a molte altre agevolazioni fiscali e sovvenzioni non hanno ravvivato le attività e l’economia della città.

Né sarà Zio Sam a salvare Syracuse.  I 787 miliardi di dollari di stimolo economico, che sono stati soltanto un terzo della perdita di domanda aggregata, impallidiscono in confronto ai 12,8 trilioni di dollari prestati, spesi o impegnati in garanzie per l’industria finanziaria e agli oltre 5 trilioni di dollari impegnati per  guerre all’estero e in spesa militare nei prossimi otto anni da parte della nuova amministrazione, un livello di spesa militare più alto di qualsiasi altro periodo a partire della seconda guerra mondiale, più alto di qualsiasi anno della guerra in Vietnam, della Guerra Fredda o delle guerre in Afghanistan  e in Iraq sino ad ora.

La combinazione di tasse e di probabile inflazione per finanziare le guerre e i salvataggi preclude per molti anni  qualsiasi forte ripresa economica a livello nazionale, per non parlare di sostanziali risorse federali per una politica urbana di ricostruzione di città in declino come Syracuse.

Imprenditorialità pubblica creativa

Ciò che tutto questo significa per città come Syracuse è che i cittadini dovranno fare da soli.  L’amministrazione cittadina deve essere alla guida dello sviluppo.  Deve assumere un ruolo molto più diretto nello sviluppare attività locali. Sarà necessaria un’imprenditorialità pubblica creativa – banca municipale di sviluppo, energia pubblica, banda larga municipale – per provvedere all’infrastruttura e ai servizi economici per lo sviluppo di nuove imprese di proprietà della comunità la cui struttura proprietaria ancori esse,  e la ricchezza da esse creata, alla nostra comunità, diversamente dalle imprese di proprietà assente che abbandonano Syracuse.

Per imprese di proprietà comunitaria intendiamo diverse forme di proprietà tra cui:

 

– Piccole attività gestite dai proprietari.

– Società della Comunità in cui le azioni con diritto di voto sono limitate ai residenti (come la Green Bay Packers, una grande squadra di football a livello nazionale ancorata a una piccola città attraverso la sua struttura proprietaria).

– Un Fondo Fiduciario d’Investimento di proprietà della città in cui l’assistenza economica, sotto forma di esenzioni fiscali, è convertita in azioni con diritto di voto in un’impresa tradizionale.

– Imprese pubbliche quali energia, banda larga e le operazioni di raccolta di rifiuti del Dipartimento dei Lavori Pubblici da passare alla proprietà cittadina.

– Cooperative di Lavoro e Consumo, comprese le cooperative di credito.

L’Ufficio Sviluppo della Banca Municipale di Sviluppo dovrebbe impiegare pianificatori industriali e ingegneri che identifichino le opportunità di mercato, elaborino studi di fattibilità, sviluppino prototipi e accompagnino la nascita di nuove attività. Pianificherebbe attività che soddisfino le necessità identificate della comunità, organizzerebbe i finanziamenti, assumerebbe e addestrerebbe i  lavoratori e l’amministrazione iniziali, e li consiglierebbe mentre diventano operativi.  Una volta che le entrate generate e le capacità dei lavoratori consentano l’autogestione, l’attività rimborserebbe il finanziamento alla banca e quel denaro ritornerebbe alla banca per finanziare altre attività.  Anche se particolarmente adatto alle cooperative di lavoro, questo stesso processo potrebbe essere utilizzato per creare piccole attività gestite dai proprietari, imprese pubbliche e società della comunità.

La banca potrebbe iniziare immediatamente sviluppando la rete di dettaglianti di cui Syracuse ha bisogno nei quartieri dei suoi distretti industriali, forse partendo dalle drogherie da molto assenti, avendo abbandonato la città in tutti i suoi più di 30 quartieri, salvo tre.  L’ufficio sviluppo della Banca Municipale di Sviluppo potrebbe pianificare tali attività, organizzarne il finanziamento, assumere i lavoratori e gli amministratori iniziali, e consigliarli mentre avviano l’operatività.  Quando l’attività fosse operativa, potrebbe essere venduta alla cooperativa dei dipendenti, o forse a una cooperativa ibrida di lavoratori e consumatori poiché i consumatori potrebbero voler aver voce in capitolo riguardo ai prodotti.  I pianificatori industriali potrebbero  rilevare che avrebbe senso economico sviluppare una rete a livello cittadino di negozi di quartiere con acquisti e magazzini condivisi, piuttosto che drogherie indipendenti quartiere per quartiere.

La banca svolgerebbe anche un ruolo chiave nello sviluppare imprese manifatturiere e agricole verdi sofisticate, uno dei due settore manifatturieri (oltre alle società legate alla difesa) in cui insieme di società e di istituti universitari di ricerca esiste già nell’area, concentrate sull’energia rinnovabile, i servizi ambientali, la qualità dell’area all’interno degli edifici e altra ingegneria ambientale.

Imparare dal modello Mondragon

Il modello principale, qui, è la Mondragon Cooperative Corporation nella regione basca della Spagna e il suo ruolo centrale svolto nel suo sviluppo dalla sua banca cooperativa.  Le cooperative sono iniziate nel 1956 a Mondragon, una piccola città di 23.000 abitanti, con cinque cooperativa che fabbricavano elettrodomestici da cucina.  Nel 2007 erano cresciute in una rete di 150 cooperative di lavoro, l’80% delle quali industriali o ingegneristiche, con oltre 104.000 dipendenti.  Le cooperative costituiscono la più vasta base manifatturiera in Spagna. La rete ha anche sviluppato la più grande catena di drogherie e negozi al dettaglio di proprietà spagnola, che è una cooperativa ibrida di lavoratori e consumatori che conta 500.000 membri.  La banca cooperativa di Mondragon ha avuto anch’essa 500.000 membri con quasi 400 filiali in tutta la Spagna.  La Mondragon Cooperative Corporation, nel 2007, ha avuto 23,6 miliardi di dollari di vendite e attivi per 46,3 miliardi di dollari.

Al centro di questo rapido sviluppo nel corso degli ultimi 50 anni c’è stata la banca cooperativa. Fino al 1991 la banca aveva un ufficio prestiti al consumo e un ufficio imprenditoriale per lo sviluppo di nuove cooperative. Quando le cooperative di Mondragon hanno cominciato a confrontarsi con una maggiore concorrenza delle grandi multinazionali con l’ingresso della Spagna nell’Unione Europea, hanno deciso nel 1991 di riorganizzare le funzioni della banca. La banca cooperativa avrebbe continuato a concentrarsi sui prestiti al consumo e alle imprese. Ma il finanziamento di nuove cooperative è stato trasferito a una nuova istituzione, il Fondo Centrale Intercooperativo, che è stato finanziato con il 10% del reddito netto annuale delle cooperative che in precedenza andava alla banca cooperativa. Compito del Fondo Centrale Intercooperativo è offrire alle nuove cooperative capitale di rischio a lungo termine. Le funzioni di assistenza tecnica in precedenza assicurate dalla banca cooperativa sono state trasferite a cooperative di consulenza e progettazione.

Quella che più impressione è la percentuale di successo delle nuove cooperative. Solo poche delle quasi 150 cooperative avviate dal sistema Mondragon sono fallite, in confronto a un tasso di fallimento superiore al 90% per le nuove aziende negli Stati Uniti.  La loro pianificazione industriale ha una completezza leggendaria,  producendo piani delle dimensioni di volumi pieni di dettagliati analisti qualitative e quantitative. Questa solida pianificazione ha consentito alle cooperative di adattarsi rapidamente alle tecnologie in rapido cambiamento e di essere all’avanguardia nel  cogliere nuove opportunità. Attualmente si stanno espandendo nel settore dell’energia solare, eolica e dell’idrogeno e si attendono  che un quarto dei prodotti che le cooperative realizzeranno nel 2012 non siano ancora in produzione.

Un’altra caratteristica che impressiona è il modo in cui le cooperative mantengono i propri membri al lavoro o in addestramento negli alti e bassi dei cicli economici.  Quando gli affari declinano in una cooperativa, i lavoratori membri sono trasferiti, e riaddestrati se necessario, a lavorare in altre cooperative. Quando una cooperativa incontrasse difficoltà gravi, il 20% della forza lavoro sarebbe scelto a sorte per rimanere a casa un anno con l’80% della paga e addestramento gratuito per altri lavori.  Se la cooperativa restasse in difficoltà anche l’anno successivo, un altro 20% sarebbe scelto a sorte per restare a casa un anno e il 20% iniziale tornerebbe al lavoro. Queste misure hanno funzionato e le cooperativa oggi fioriscono (http://www.yesmagazine.org/issues/the-new-economy/mondragon-worker-cooperatives-decide-how-to-ride-out-a-downturn).

Il sistema Mondragon non è perfetto. L’alienazione è un problema, specialmente nelle cooperative più grandi, anche se minore che in imprese capitaliste comparabili.  Anche se i membri sono lavoratori e proprietari, le distinzioni di classe basate sulle gerarchie occupazionali e sulle disparità di reddito tra amministrazione e operativi restando un problema.  Ma, di nuovo, in confronto con le imprese capitaliste, le distinzioni sono molto ridotte.  Il rapporto di reddito tra gli operativi meno pagati  e gli amministratori più pagati è di 1 a 8 nel complesso Mondragon, in confronto all’1 a 300-500 dell’ultimo decennio nelle imprese capitaliste USA.

Lo sviluppo più sconcertante della Mondragon Cooperative Corporation è stato la sua acquisizione di imprese capitaliste e partecipazioni in imprese capitaliste in Spagna e all’estero in 16 paesi, compresi  il Marocco, il Brasile e la Cina.  Quasi metà delle 256 società che compongono la Mondragon Cooperative Corporation  (MCC) non è costituita da cooperative e un terzo dei lavoratori non è socio di cooperative.  La concorrenza globale, considerazioni relative alle valute, ai dazi e ai fornitori sono state un fattore comune nel decidere di acquisire sussidiarie capitaliste.  Questi sviluppi hanno creato un dilemma morale per i cooperatori della Mondragon, dilemma che devono ancora risolvere.  A gennaio 2009, il Congresso Cooperativo annuale della MCC ha votato per aprire l’azionariato a non baschi in altre regioni della Spagna.  Come offrire l’ammissione a soci a lavoratori di sussidiarie straniere è tema in corso di approfondimento dal Congresso del maggio 2003 dove è stato deciso, come primo passo,  di trovare modi per far partecipare i dipendenti alla proprietà e all’amministrazione delle loro società non cooperative. Ma convertire tali società in cooperative sarà un problema dato che la maggior parte dei paesi non ha leggi che riconoscono le cooperative di lavoro o un movimento e una cultura cooperativa su cui basare le cooperative.

Considero questi limiti del modello Mondragon come problemi da evitare o risolvere, non come motivi per rifiutare il modello in toto.  Quel che risulta più avvincente nel modello per una città depressa come Syracuse è la sua poderosa capacità di sviluppo, centrata su una divisione imprenditoriale della banca cooperativa.

Penso che sia sensato per una Banca Municipale di Sviluppo iniziare con il modello originale a due divisioni della banca cooperativa Mondragon, con la sezione dedicata ai consumatori che accoglie depositi e concede prestiti al consumo e alle piccole imprese costruendo così il sostegno alla banca nel suo complesso, compresa la sezione dedicata all’assunzione di maggiori rischi delle imprese, comprese le partecipazioni al capitale finalizzate a specifici progetti [venture capital].

Una Banca Municipale di Sviluppo non cambierà l’economia di una città dall’oggi al domani.  Ma è un modo per cominciare.  Dovremmo riflettere su questo nello spirito di un notevole parere di Andre Duany, il pianificatore cittadino del New Urbanist, che ha affermato: “Ciò di cui la città ha bisogno è il lavoro lento e paziente di un’amministrazione eccellente e di molti piccoli investitori.”  Una Banca Municipale di Sviluppo finalizzata a promuovere le cooperative potrebbe essere parte significativa dell’ “amministrazione eccellente”  che è mancata.  I cittadini  di città come Syracuse possono  investire il proprio lavoro nella propria comunità anche senza avere soldi da investire. Lavorando nelle cooperative possono trasformare il proprio sudore in azioni, ricchezza per le proprie famiglie e per la comunità, invece di vederla risucchiata da proprietari assenti di società capitaliste.

Altri modelli

Per quanto sono stato capace di scoprire, nessuna municipalità ha avviato una banca di sviluppo con la missione di sviluppo imprenditoriale che sto proponendo qui.  Nel 2001 Matt Gonzalez, all’epoca membro per il Partito Verde del Consiglio dei Supervisori di San Francisco, ha ottenuto l’approvazione di una mozione che chiedeva che l’Ufficio degli Analisti Legislativi del consiglio effettuasse una ricerca sulle banche municipali esistenti.  Il documento risultante (  http://www.sfgov.org/site/bdsupvrs_page.asp?id=5022 ) ha rilevato alcuni esempi di banche municipali nel mondo.  La maggior parte aveva la funzione di intermediario finanziario per la collocazione dei titoli municipali, comprese molte banche dell’Europa occidentale, del Maine, del Vermont e di Giacarta, Indonesia, anche se quest’ultima all’epoca era stata privatizzata.  Un governo democristiano aveva creato la Bankgesellschaft di Berlino, in Germania, subito dopo la riunificazione.  Era una banca di sviluppo della comunità, di proprietà della città per il 56%, con una concentrazione sul finanziamento di imprese culturali e sociali, non sullo sviluppo economico, e nel 2001 stava sperimentando difficoltà finanziarie.  In Cina c’era la Banca Commerciale Municipale di Beijing, concentrata sui depositi e i crediti al consumo.  . In Russia c’erano la Banca di Mosca per la Ricostruzione e lo Sviluppo che era proprietaria, in tutto in parte, di 200 aziende e la Banca di Mosca. Ma è chiaro, da altre fonti, che tale banca è un pilastro degli oligarchi finanziari capitalisti statali della nuova Russia, non un modello di socialismo (vedere, ad esempio, http://www.washingtonpost.com/wp-srv/inatl/longterm/russiagov/stories/moscow121997.htm ).

Ci sono alcune banche municipali anche in Scozia che operano rigorosamente come istituti di deposito, non come istituti di credito, in modo molto analogo al vecchio sistema statunitense del Risparmio Postale dal 1911 al 1966 che offriva depositi sicuri a interessi per i risparmi di chi non era servito da altre istituzioni bancarie.

La Community Bank of the Bay è una banca comunale di sviluppo che è per il 10% di proprietà della citta di Oakland. Offre finanziamenti per lo sviluppo economico locale ma non il tipo di assistenza tecnica e imprenditoriale che offre il sistema cooperativo di Mondragon (vedere http://www.communitybaybank.com/).

In realtà abbiamo un esempio di speciale successo nel settore delle banche pubbliche negli USA: la Bank of North Nakota, di proprietà dello stato. Fondata nel 1919, dopo che i socialisti e i populisti della Nonpartisan League [Lega Apartitica] erano saliti al potere, ha il compito di “incoraggiare e promuovere l’agricoltura, il commercio e l’industria” nel North Dakota. In base alla legge dello stato, si tratta dello Stato del North Dakota che opera economicamente sotto l’insegna della Bank of North Dakota.  Tutti i fondi statali e i fondi delle istituzioni statali devono, per legge, essere depositati presso la Bank of North Dakota, anche se vengono accettati depositi di qualsiasi fonte.  Da quando è stata fondata, la banca ha girato ogni anno utili allo stato e né i Democratici né i Repubblicani hanno mai proposto di privatizzare questa banca gestita con successo dal governo.  La Bank of North Dakota non offre assistenza tecnica e imprenditoriali in proprio come nel modello Mondragon, ma è realmente un esempio positivo di impresa pubblica che contraddice la panzana che circola negli USA circa il fatto che il governo non è in grado di gestire bene nulla.

Un altro modello cui attingere è la rete di cooperative sviluppata con il sostegno municipale delle amministrazioni locali di sinistra nella regione Emilia Romagna, circostante la città di Bologna, che ha trasformato quella regione da una delle più povere d’Europa a una delle più ricche successivamente alla seconda guerra mondiale. Per legge il 3% dell’utile netto va a un fondo per finanziare nuove cooperative. Le cooperative italiane impiegano più di 250.000 dipendenti, principalmente nell’industria manifatturiera e nell’edilizia. Una delle caratteristiche notevoli delle cooperative di produzione in Italia è la loro rete flessibile di produzione che consente a cooperative, di dimensioni da piccole a medie, di lavoratori altamente specializzati di combinarsi e ricombinarsi per evadere piccoli ordini da tutto il mondo di parti industriali  su misura. Questo tipo di flessibilità del lavoro da maggiore sicurezza del posto ai lavoratori.  Queste reti flessibili di produzione possono essere trasferite a servizi ambientali, di progettazione e a distretti di produzione in sviluppo nella regione di Syracuse.

Le banche comunali del Venezuela

Queste nuove istituzioni sono banche di quartiere di proprietà sociale.  Il loro capitale proviene dal bilancio nazionale e il governo nazionale incoraggia altri apporti dai bilanci statali e municipali.  Sono descritte dal governo venezuelano come “il braccio finanziario del potere popolare”, istituzionalizzate nelle assemblee e consigli comunali. Le banche comunali sono fondate dal Fondo nazionale per lo Sviluppo Microfinanziato (FONDEMI) che offre assistenza tecnica per la loro creazione.  La loro missione consiste nel finanziare piccole aziende e cooperative, infrastrutture e progetti di servizi comunitari e nel concedere crediti al consumo per miglioramenti delle abitazioni e per emergenze personali, così come nell’offrire assistenza tecnica e addestramento per la predisposizione dei bilanci comunali e per lo sviluppo delle imprese.  I loro funzionari sono membri dei consigli comunali, che sono eletti dalle assemblee comunali di 200-400 famiglie nelle aree urbane e di 10-40 famiglie nelle aree rurali e nelle comunità indigene.

Quando il settore è stato avviato, tre anni fa, sono state fondate 250 banche comunali.  Oggi ci sono circa 3.400 banche comunali con un bilancio complessivo di 1,6 miliardi di dollari. Le banche comunali danno assistenza allo sviluppo di cooperative, il cui sviluppo è sostenuto dalla Sovrintendenza Nazionale delle Cooperative  (SUNACOOP). A tutta la metà del 2006 sono state registrate presso il SUNACOOP più di 100.000 cooperative con un 1,5 milioni di soci.

Il presidente Hugo Chavez ha descritto la finalità delle banche comunali l’11 giugno 2009: “Fin dall’inizio, le banche comunali sono state una parte essenziale del progetto il cui scopo consiste nel trasferire il potere al popolo e alle comunità, quale espressione di come il socialismo possa essere costruito partendo da piccole cose, dalle fondamenta, per consentire l’accesso degli esclusi alla democrazia” (Agenzia di Stampa Bolivarista, “Banche Comunali: tre anni di trasferimento del potere al popolo.”, 22 giugno 2009).

Ciò che sembra più rilevante, nel modello venezuelano,  per una banca municipale di sviluppo in una città come Syracuse è la sua struttura democratica incentrata sulla base.  Una struttura federata fondata su assemblee di quartiere sembra l’ideale per amministrare una banca municipale.  Al posto di un consiglio nominato dal sindaco e dal consiglio comunale, o eletto in generale dagli elettori della città, un consiglio di amministrazione composto da rappresentanti eletti da assemblee di quartiere, in ciascuno dei circa 30 quartieri, amministrerebbe in modo più democratico la banca municipale di sviluppo.  A sua volta la banca potrebbe trasferire una parte del suo capitale di finanziamenti alle assemblee di quartiere su base pro capite per finanziare miglioramenti dei quartieri.  Il consiglio di amministrazione dovrebbe anche, sul modello della banca cooperativa di Mondragon, includere membri eletti dalle cooperative affiliate che contribuiscono con il 10% del loro utile netto alla banca cooperativa.

Sviluppare assemblee di quartiere e intergrarle nella struttura dello statuto e del governo della città è un’altra richiesta del Partito Verde di Syracuse, che tuttavia può non precedere la creazione di una banca municipale di sviluppo.  Dovremo occuparci di tale complicazione quando ci arriveremo.

Cooperative di lavoro

Le cooperative di lavoro sono particolarmente adatte allo sviluppo di cui abbiamo necessità in un città economicamente depressa come Syracuse. In una cooperativa di lavoro ogni lavoratore è un proprietario con diritti all’amministrazione e al reddito.  I diritti di amministrazione sono esercitati mediante il voto capitario nel decidere le politiche fondamentali e, nella cooperative più grandi, eleggendo il consiglio di amministrazione che a sua volta assume e controlla la direzione.  Il diritto al reddito significa che i lavoratori ricevono quote del reddito netto dell’impresa in proporzione al lavoro che ciascuno apporta.  Questa forma di organizzazione economica ha molti vantaggi per lo sviluppo economico.

Distribuisce reddito, ricchezza e proprietà in modo più vasto di altre forme d’impresa.  Fa crescere le persone così come fa crescere l’economia.  Quando ci si aspetta che le persone agiscano da proprietari è molto più probabile che esse lo facciano.  Il loro reddito dipende dall’essere sia amministratori responsabili  sia lavoratori efficienti.  Le cooperative crescono soltanto a una dimensione in cui le economie di scala massimizzano il reddito netto di ciascun lavoratore. Nelle imprese capitaliste l’obiettivo sociale è massimizzare la massa totale dei profitti, il che può avere come conseguenza una crescita oltre il livello ottimale di reddito netto per ciascun lavoratore.

Queste caratteristiche delle cooperative di lavoro fanno sì che esse tendano ad avere una produttività maggiore.  Un’analisi ha rilevato che le cooperative Mondragon avevano una produttività del 75% maggiore rispetto a quella di  grandi imprese capitaliste comparabili e del 40% superiore a quella di imprese capitaliste piccole e medie.  (Henk Thomas e Chris Logan, ‘Mondragon: An Economic Analysis’ [Mondragon: un’analisi economica] Boston, 1982).  La struttura incentivante delle cooperative di lavoro incoraggia una produttività maggiore.  In primo luogo le cooperative non crescono oltre l’economia di scala ottimale a motivo del loro obiettivo di massimizzare i profitti totali per lavoratore, mentre le imprese tradizionali continuano a crescere nella loro ricerca dei profitti totali massimi anche se ciò comporta diseconomie di scala che danneggiano la produttività. In secondo luogo, un lavoro più efficiente significa un reddito maggiore per i lavoratori delle cooperative, mentre un lavoro più efficiente non migliore il reddito del lavoro orario in una impresa capitalista.  In terzo luogo, le dimensioni più contenute e umane e l’amministrazione democratica delle cooperative significa un ambiente di lavoro migliore, minor alienazione e minor gestione del personale.

La dimensione minore delle cooperative tende a rendere più agevole l’ingresso sul mercato di nuove cooperative quando è necessaria nuova occupazione.  Per tutti questi motivi, la banca municipale di sviluppo dovrebbe dare priorità allo sviluppo di cooperative di lavoro.

Cercasi: un movimento socialista indipendente

Il maggior ostacolo alle banche municipali di sviluppo nelle città statunitensi può non essere la lotta politica per ottenerne l’avvio, bensì il reclutamento di personale qualificato per gestirne il braccio imprenditoriale.  La cultura e l’”etica” del capitalismo pervadono non solo coloro che dispongono di competenze direzionali , ma anche la classe lavoratrice.

Numerose ondate di movimenti per lo sviluppo economico comunitario, la proprietà ai dipendenti e le cooperative sono sorte sono scomparse negli USA dagli anni ’60.  In ciascuna ondata uno dei problemi ricorrenti è stata la carenza di quelli che sono finiti per essere definiti “imprenditori sociali”: persone con un addestramento negli affari, in economia o nella progettazione che scelgano di lavorare, di solito per una paga inferiore, per imprese economiche alternative anziché per imprese capitaliste.  L’ “etica” capitalista che elogia la massimizzazione del progresso del singolo  rispetto al progresso della comunità ha anche influito sull’impegno a lungo termine dei partecipanti della base negli obiettivi dei progetti di sviluppo della comunità, di varie forme di proprietà dei dipendenti e delle cooperative.  Lo spirito della comunità e della cooperazione si è innalzato in ogni onda di movimento solo per ricadere altrettanto rapidamente col rifluire  dell’onda.

Da 22 anni di esperienza personale nel settore delle costruzioni so che lavorare in una cooperativa è meglio che essere dipendente di un appaltatore, nel qual caso la paga è troppo bassa, oppure essere l’appaltatore, nel qual caso il reddito può essere più elevato, ma il carico di lavoro è divorante. Nella cooperativa di lavoro che contribuii a costituire con un gruppo di giovani attivisti antinucleari che erano dedicati sia all’energia rinnovabile sia alle cooperative, ricevetti il esattamente il reddito che sentivo di essermi guadagnato senza sopportare l’intero onere direzionale di tenermi aggiornato sulle tecnologie e tecniche di lavoro più recenti, di preparare le offerte, di controllare il lavoro, la contabilità e di preparare le carte relative alle paghe e al fisco.

La nostra cooperativa di lavoro era incentrata su verifiche e aggiustamenti  a fini di efficienza di applicazioni solari ed eoliche.  Quando l’amministrazione Reagan revocò le sovvenzioni per le applicazioni a buon mercato e i crediti d’imposta per quelle più costose, per quanto modeste fossero le agevolazioni, il nostro mercato si contrassi tremendamente.  La cooperativa si sciolse con alcuni dei membri che tornarono agli studi e altri, come me, che restarono nel settore come dipendenti e/o appaltatori.  Ho cercato ripetutamente, ora occupandomi prevalentemente di costruzioni e ristrutturazioni abitative, di interessare i lavoratori che avevo assunto a formare una cooperativa di lavoro.  Ma non ho trovato adesioni.  L’intera esperienza di questi lavoratori era da dipendenti di appaltatori o da appaltatori essi stessi. L’idea della cooperativa era per loro una pia illusione.

Negli anni ’90 ho lavorato per una federazione di cooperative e per organizzazioni comunitarie che cercavano di sviluppare cooperative nei quartieri a basso reddito di Syracuse. Era difficile conservare i finanziamenti delle organizzazioni socie o quelli delle fondazioni.  Avevano poca fiducia che le cooperative potessero contribuire in misura significativa allo sviluppo economico.  Era anche difficile cambiare le aspettative delle persone che cercavo di organizzare in cooperative, persone le cui esperienze erano in società capitaliste o in organizzazioni non a scopo di lucro finanziate dal governo a da contributi di fondazioni. Spesso coloro che cercavo di organizzare sceglievano di creare un’organizzazione non a fini di lucro per ricercare sovvenzioni e fornire servizi anziché creare una cooperativa che generasse le sue proprie entrate fornendo beni e servizi.

Quello che ricavo da questi esperienze negli ultimi quarant’anni è che ciò che ci manca negli Stati Uniti è un movimento socialista organizzato che sia indipendente dal Partito Democratico e dalla sua miriade di satelliti non a scopo di lucro, gruppi di sostegno che nonostante il loro status apartitico di fatto contano sull’elezione e sulle pressioni dei Democratici per ottenere riforme.  In pratica questa strategia si traduce, anche per attivisti che in privato sono socialisti, nell’abbandonare tutte le critiche sistemiche del capitalismo e gli argomenti a favore del socialismo nell’attività pubblica nell’interesse dell’essere attori politici “realisti” che saranno “presi sul serio” dai politici Democratici. Ma poiché non pongono alcuna minaccia di portare i loro voti altrove, hanno poca influenza sulle politiche che i Democratici perseguono.  Così questi attivisti non sono realisti per niente.  Nel frattempo la causa contro il capitalismo e a favore del socialismo non ha uditorio nelle vaste arene pubbliche, ma solo ai margini delle accademie, in un piccolo universo di media di Sinistra e in un piccolissimo gruppo di organizzazioni socialiste piccolissime.

Quello in cui i movimenti decollano è un momento piuttosto misterioso. Il materiale infiammabile può essere dovunque e possono volare le scintille, ma è impossibile predire quando una scintilla alla fine accenderà un fuoco.  Ma ciò che è necessario per avviare un movimento non è così misterioso. La prima cosa è che le sue idee devono essere diffuse, non tenute di riserva per quando “miglioreranno le condizioni oggettive”.  La seconda cosa è che coloro che diffondono le idee devono organizzarsi. Gli Stati Uniti sono pieni di “socialisti” privati disorganizzati.  Ma che tipo di socialista è uno che non è attivo in un’organizzazione socialista?

La richiesta di una banca municipale di sviluppo è il tipo di richiesta che i socialisti possono avanzare nelle città statunitensi depresse per promuovere l’idea socialista e organizzare i socialisti attorno ad essa.  Non è necessario che l’etichetta “socialista” compaia dovunque al riguardo.  A Syracuse la promuoviamo come Verdi per una Banca Municipale di Sviluppo, non come Socialisti per una Banca Cittadina Socialista.  Gli elementi importanti sono la sostanza della richiesta e l’indipendenza politica dell’organizzazione che la avanza.  E’ una richiesta di transizione: non una richiesta di un “socialismo” astratto, bensì di un modo concreto per creare occupazione e sviluppo economico in una città che ha disperato bisogno di più lavoro e più attività.

Se l’idea comincerà a far presa, come la nostra campagna per servizi energetici municipali, i nostri oppositori cercheranno di scartarla in quanto “socialista”.  Possiamo contare sulla Destra (che comprende i politici Democratici filocapitalisti) per questo.  Potremo essere orgogliosi, a quel punto, che ci prendano abbastanza sul serio da attaccarci e da darci l’occasione per sostenere che se questo programma “socialista” funziona meglio, tanto meglio per il socialismo.  Secondo l’espressione famosa attribuita a Gandhi: “Prima ti ignorano. Poi ti ridicolizzano. Poi ti combattono. E alla fine tu vinci.”

Avanzerò questa richiesta di una Banca Municipale di Sviluppo come candidato Verde alle elezioni generali di novembre del Consiglio Comunale di Syracuse. Potrete vedere come presenteremo questa richiesta e seguire la campagna su www.howiehawkings.org

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/municipal-development-bank-by-howie-hawkins

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

Le quattro occupazioni del pianeta terra

Le quattro occupazioni del pianeta terra

 

Di Tom Engelhardt

19 dicembre 2011

 

Nelle strade di Mosca le decine di migliaia di dimostranti scandivano lo slogan :”Noi esistiamo!” Se teniamo conto dei commenti di statisti, scienziati, politici, ufficiali dell’esercito, banchieri, artisti, tutti i personaggi importanti e che ricevono attenzione  su questo pianeta, nulla ha distinto questo anno in modo più sorprendente che quelle due parole urlate dalla massa dei dimostranti russi.

“Noi esistiamo!” pensate a questa espressione come a un semplice     constatazione, una richiesta implicita che deve essere presa sul serio (o altrimenti), e indubbiamente come a un’espressione di meraviglia, che è quasi una domanda: noi esistiamo?”

E chi potrebbe rimproverarli per urlare quelle parole? O per la meraviglia? E’ stato proprio miracoloso. Tuttavia un’altra nazione per molto tempo immersa in una specie di  silenzio popolare improvvisamente trova la voce e i dimostranti prontamente dichiarano che non lasceranno la scena quando la giornata e la dimostrazione finiranno. Chi ha  supposto in anticipo che forse 50.000 moscoviti  avrebbero finito per  protestare contro   un’elezione truccata  in un paese improvvisamente insofferente,  insieme alle folle di San Pietroburgo, Tomsk, e di altre città, dal sud del paese fino alla Siberia?

A Piazza Tahrir, al Cairo, hanno giurato: “Questa volta siamo qui e ci rimarremo!” Dovunque, questo anno, sembrava che loro, “noi” eravamo lì e ci saremmo rimasti. A New York, quando i dimostranti sono stati costretti dalla polizia a lasciare Zuccotti Park, sono ritornati portando i cartelli che dicevano: “Non si può sfrattare un’idea quando è arrivato il  momento di diffonderla.”

E sembra che sia così in tutto il mondo. Tunisi, Cairo, Madrid, Madison, New York,Santiago,Homs. Così tante città grandi, piccole, luoghi. Londra, Sana’a, Atene, Oakland, Berlino, Rabat, Boston, Vancouver…..c’è da restare senza fiato. E in quanto ai luoghi che non sono ancora in ebollizione – il Giappone, la Cina e altri posti  – attenzione al 2012 perché, guardiamo in faccia la realtà, “noi esistiamo”.

Dovunque il “noi” non poteva essere così mal caratterizzato in modo più ampio, spesso notevolmente, perfino strategicamente: il 99% dell’umanità che contiene tante tendenze potenzialmente contrastanti di pensiero e di essenza: liberali e fondamentalisti,  estremisti di sinistra e nazionalisti di destra, la classe media e i poveri più miseri,  i pensionati e gli studenti di scuole superiori. Il “noi”, però non poteva essere più concretamente vero.

Questo “noi” è un qualche cosa che da molto tempo non si vedeva su questo pianeta, e forse mai in modo così globale. Ed ecco che cosa dovrebbe levare il fiato  a voi e anche all’altro 1%: non si è mai ipotizzato che “noi” esistessimo. Tutti, perfino noi, ci dichiaravamo sconfitti.

Fino allo scorso dicembre, quando un giovane Tunisino venditore ambulante di verdure  si è dato fuoco per protesta contro la sua stessa umiliazione, quel “noi” sembrò essere formato dai non-attori del ventunesimo secolo e anche di gran parte di quello precedente. Parliamo di coloro che sono messi da parte e della  cui vita soltanto settimane, mesi, al massimo un anno fa, semplicemente non importava a nessuno; tutti coloro che i potenti sapevano di poter assolutamente calpestare,  mentre rendevano più solido il loro controllo sulle ricchezze, le risorse, la proprietà del pianeta,  che invece  trascinavano verso il basso.

Per loro “noi” eravamo soltanto una massa di umanità con i mutui subprime,  che quasi non esisteva. E quindi tra tutte le affermazioni del 2011, la più semplice – “Noi esistiamo!” è stata di gran lunga la più potente.

 

Nome dell’anno: Occupiamo Wall Street!

 

Ogni anno a partire dal  1927, quando fu scelto Charles Lindbergh per il suo famoso volo transoceanico sull’Atlantico, la rivista Time elegge un “uomo” (anche se in rare occasioni è stata una donna come la Regina Elisabetta II) o, dopo il 1999 una “persona” dell’anno (anche se delle volte è stata un oggetto inanimato come “il computer” o un gruppo o un’idea). Se volete conoscere la misura con cui “noi” abbiamo cambiato i discorsi globali in pochi mesi, quelli in gara questo anno comprendevano: “I giovani dimostranti arabi”, “Anonimo”, “il 99%” e “l’1%”. Si deve ammettere che c’erano anche Kim Kardashian, Casey Anthony, Michele Bachman, Kate Middleton, e Rupert Murdoch. Alla fine il vincitore del 2011 è stato “il dimostrante”.

Come avrebbe potuto essere altrimenti? Noi esistiamo e perfino il Times lo sa. Da Tunisi in gennaio a Mosca in dicembre questo è stato, giorno per giorno, settimana per settimana, mese per mese, l’anno di chi protesta.  Chi guarda indietro può scorgere indizi di quello che doveva accadere in “esplosioni” isolate come la soppressione del Movimento Verde in Iran o l’attivismo civico clandestino che sta nascendo in Russia.  Ciononostante, la protesta, quando è arrivata, sembrava venisse fuori di punto in bianco.

Senza che nessuno se lo aspettasse e fosse preparato, i giovani (seguiti dalle persone di mezza età e dagli anziani) sono scesi nelle strade delle città di tutto il mondo e si sono semplicemente rifiutati di andarsene, perfino quando è arrivata la polizia, perfino quando le bande di criminali sono arrivate, perfino quando l’esercito è arrivato, perfino quando hanno cominciato e non hanno finito, di spruzzare il pepe in faccia ai dimostranti, di arrestarli,  ferirli e ucciderli.

A proposito, se “noi esistiamo”, è la dichiarazione che firma il 2011, il nome dell’anno dovrebbe essere “Occupiamo Wall Street”, Dimenticate il fatto che il luogo occupato, Zuccotti Park, non si trova lungo Wall Street, ma due isolati più in là, e che, paragonato a Piazza Tahrir o alle strade di Mosca, è stato uno dei più piccoli appezzamenti di terreno adibiti a protesta che ci siano sul pianeta. Non è stato un fattore importante.

La frase è stata un risultato imprevisto di primo ordine. E’ stata anche un rimborso. Quelle tre parole hanno immediatamente ribaltato la storia dei due decenni passati e hanno aiutato a mettere i dimostranti del 2011 al terzo posto della lista delle quattro grandi occupazioni planetarie della nostra era.

 

In precedenza le “occupazioni” erano state delle faccende relativamente limitate a un luogo. Si occupava una nazione (“l’occupazione del Giappone”), che di solito era stata sconfitta o conquistata. Nel nostro tempo, però, se dovessi scegliere, racconterei la storia dell’umanità in stile americano, come la storia di quattro occupazioni, ognuna di natura globale:

La Prima occupazione: Negli anni ’90 i rappresentanti  della finanza del nostro mondo hanno stabilito di “occupare la ricchezza” in senso planetario. Questi erano, naturalmente i i globalisti, meglio noti ora come neo-liberali che erano determinati ad “aprire” mercati dovunque. Avevano intenzione di, come ha suggerito Thomas Friedman,  (anche se non lo intendeva del tutto in questo modo) appiattire la Terra, e questa si è rivelata un’asserzione violenta.

I neo-liberali sono stati lasciati liberi di fare l’impossibile ai bei tempi seguiti alla Guerra Fredda quando governava Clinton. Volevano applicare una specie di  potere  economico che pensavano non sarebbe mai finito,  all’organizzazione del pianeta. Credevano che gli Stati Uniti fossero la superpotenza economica perenne e avevano la loro versione trasognata di come sarebbe stata una Pax americana economica. Il nome del gioco era privatizzazione e la loro versione della tattica bellica “shock and awe” (dominio rapido) implicava la convocazione delle istituzioni come il Fondo Monetario per “addestrare” le nazioni in via di sviluppo a un tipo di povertà e miseria redditizio.

Alla fine, tagliando gioiosamente  a fette e a dadini  i mutui subprime, (ossia mutui che “vengono concessi ad un soggetto che non può accedere ai tassi di interesse di mercato, in quanto ha avuto problemi pregressi nella sua storia di debitore.” (wikipedia) Come tali questi mutui hanno tassi di interessi e vincoli particolari. Da: wordreference.com, n.d.T.) hanno finanzializzato il mondo attraverso il quale hanno scavato un buco. Sono stati i nostri jihadisti dell’economia, nel grande  tracollo  del 2008, hanno buttato via l’economia mondiale che avevano aiutato a “unificare”. Allo stesso tempo, aumentando la differenza tra i super-ricchi e tutti gli altri, hanno aiutato a creare l’1% e il 99%  negli Stati Uniti  e nel mondo, preparando il terreno perché nascessero le proteste.

La seconda Occupazione:  se la prima occupazione aveva prodotto un    economico nel cuore del pianeta, la seconda ha fatto una cosa analoga in campo militare. Subito dopo gli attacchi dell’11 settembre, gli “unilateralisti” dell’amministrazione Bush hanno rivendicato il loro diritto di realizzare  un’occupazione globale investendo in testate di missili. Sembrava tutto romantico quando  si è trattava delle forze armate degli Stati Uniti e  di che cosa potevano fare: hanno invaso l’Iraq, decisi a presidiare le zone centrali del petrolio del pianeta. Doveva diventare “shock and awe” (dominio rapido) e ”missione compiuta” per tutto il tempo. Quello che avevano in mente era una versione militarizzata dello schema “Occupare la ricchezza”. Il loro ardente desiderio di  privatizzare si è esteso allora alle stesse forze armate, e, quando hanno invaso, insieme alle  loro salmerie sono arrivate le grosse imprese commerciali  amiche pronte a banchettare insieme.

C’era una volta in cui gli Americani sapevano che soltanto il nemico mostruoso – detto più di recente “l’impero del male”, cioè l’Unione Sovietica poteva sognare di conquistare e occupare il mondo, cosa che fanno, per la loro natura, i mostri cattivi. Questo fino al 2001, quando è venuto fuori che andava bene ai bravi ragazzi del pianeta Terra avere esattamente la stessa linea di pensiero.

L’invasione dell’Iraq , quella “passeggiata”, voleva stabilire un punto di appoggio nel il Grande Medio Oriente* comprese le basi permanenti sorvegliate da 30.000-40.000soldati americani, e che quella era soltanto l’inizio di una reazione a catena. Abbastanza presto la Siria e l’Iran si sarebbero inchinate alla potenza degli Stati Uniti o, se avessero rifiutato, sarebbero comunque decadute grazie al potere tecnologico americano. Alla fine, le terre del Grande Medio Oriente si sarebbero messe in riga (con l’aiuto del   di Washington nella zona, Israele).

E dato che non c’era nessuna altra nazione o blocco di nazioni con una potenza militare di quel genere, né ad alcuna sarebbe stato permesso  di nascere, il risultato – e non erano riservati su questo – sarebbe stata una Pax Americana e una Pax Repubblicana in patria più o meno fino alla fine dei tempi. In quanto “unica superpotenza” o perfino “iperpotenza”, Washington, in altre parole avrebbe occupato il pianeta.

Naturalmente anche quelle dell’Iraq e dell’Afghanistan sono state occupazioni più tradizionali. A Baghdad, per esempio, il console americano L. Paul Bremer III ha promulgato l’ ”Ordine 17” che fondamentalmente garantiva a ogni straniero connesso all’impresa dell’occupazione la piena libertà della terra nella quale non potevano interferire in alcun modo gli Iracheni o alcuna istituzione irachena politica o legale. Questo comprendeva “libertà di movimento senza ritardi  in tutto l’Iraq” e né le loro imbarcazioni, né i veicoli  né gli aerei dovevano essere “soggetti a registrazione, autorizzazioni o a ispezioni del governo [iracheno].” Quando viaggiavano, nessun diplomatico straniero, soldato, consigliere, o guardia addetta alla sicurezza o nessuno dei loro veicoli,  imbarcazioni  o aeroplani dovevano  essere soggetti a “tasse doganali, diritti autostradali, o ad altre     tariffe, comprese quelle di atterraggio e di parcheggio.” E questo era solo l’inizio.

L’Ordine 17, che sembrava come un editto preso direttamente da un    scenario coloniale del diciannovesimo secolo, coglieva l’arroganza locale degli occupanti che voleva rendere tutto sua proprietà privata.

Tutto questo si è dimostrata una fantasia ai confini con la delusione, e non ci è voluto molto perché questo diventasse chiaro. Infatti, il fallimento assoluto  degli unilateralisti   gli si è ritorto contro sotto forma di un patto SOFA (Status of Forces Agreement- Accordo sullo status delle forze)

(http://www.atlasorbis.it/geopolitica/142-iraq-cala-il-sipario-su-operation-iraqui-freedom.html) mentre le autorità irachene  promettevano di porre fine al presidio della nazione non nel 2030 o nel 2050, ma nel 2011. E l’amministrazione Bush si è sentita costretta ad accettarlo nel 2008, lo stesso anno  che gli unilateralisti affrontavano  il gioco finale dei loro sogni di dominio globale.

 

In quell’anno, lo sforzo unilaterale dei neo- liberali di privatizzare il pianeta, è finito in fumo, insieme con la Lehman Brothers, con tutti quei mutui subprime (concesso a debitori ad alto rischio di insolvenza) e i derivati e un’intera orda di banche e di  imprese   finanziarie recuperati dalla pattumiera della storia dal Tesoro degli Stati Uniti. Parliamo di dare all’espressione “distruzione creativa” il significato più cupo possibile: le due ondate di unilateralisti americani hanno quasi distrutto il pianeta.

Hanno lasciato liberi demoni di ogni tipo, anche quando assicuravano che  la prima esperienza mondiale di “un’unica super potenza” si sarebbe dimostrata breve. Mettete sopra alle macerie che si sono lasciati dietro il disastro globale dell’aumento dei prezzi degli elementi fondamentali –        cibo e combustibile –  e avrete una situazione così “infiammabile” che nessuno si sarebbe dovuto meravigliare quando un solo fiammifero tunisino ha appiccato il fuoco.

Le prime due occupazioni fallite hanno gettato il pianeta nel caos e nella miseria, anche se hanno preparato la strada, in un modo completamente involontario, a una Primavera araba pronta a impegnarsi a combattere   l’1% del Medio Oriente.

Notate anche che, mentre le loro politiche peggioravano rapidamente, il primo e il secondo insieme di occupanti venivano via con il loro tesoro e la loro parte migliore intatti. Né i banchieri né i militaristi sono andati in prigione, neanche uno di loro. Se la erano cavata come banditi e continuano a farlo. Hanno portato a casa le loro indennità di molti  milioni di dollari. Si sono tenuti i loro yacht, le loro dimore signorili, i  loro jet privati (esenti da tasse). Hanno portato con sé la capacità di firmare contratti di milioni di dollari per scrivere memorie destinate a diventare dei libri di successo e di fare giri di conferenze a 100.000-150.000 dollari l’una. Nella seconda occupazione la hanno fatta franca, letteralmente dopo le uccisioni (e le torture e i sequestri di persona, ecc.). Allo stesso tempo, la miseria del 99% era cresciuta incommensurabilmente.

La terza occupazione: La cosa più importante e sorprendente che le prime due occupazioni globalizzanti hanno fatto, tuttavia, è stata di avere globalizzato la protesta. Insieme hanno creato la base, con pura iniquità e pura ingiustizia, di cadaveri e vite ferite, per Piazza Tahrir e Occupiamo Wall Street. Il loro fallimento ha preparato il terreno per qualche cosa di nuovo nel mondo.

Il risultato è stato un caso di contraccolpo in stile Chalmers Johnson, (http://it.wikipedia.org/wiki/Chalmers_Johnson) lo spirito del quale è stato colto nell’appropriazione che i dimostranti hanno fatto proprio della parola “Occupiamo”. C’era una sensazione là fuori che ci avessero occupato abbastanza a lungo e in modo disastroso. Era ora che noi occupassimo loro e anche i nostri parchi, le piazze, le strade, le città piccole e le città grandi, e le nazioni.

Il desiderio di raddrizzare le cose è potente. Gene Turitz, un mio amico che ha partecipato alle dimostrazioni che hanno deciso una  breve chiusura del porto di Oakland, in California, mi ha scritto di recente quello che segue riguardo alla sua esperienza. Coglie qualche cosa dello stato d’animo di questo momento.

“Il sindaco di Oakland, un ex progressista, ha imprecato contro la violenza economica che stava perpetrando il movimento “Occupiamo” con la chiusura del porto. Non una parola della violenza economica delle banche che rubano le case della gente per mezzo dei pignoramenti, o la violenza economica dei proprietari di squadre sportive che chiedono alla città di costruire nuovi stadi per le loro squadre minacciando di spostarsi in altre città se non si fa questo o quello per loro. Questo è proprio il modo in cui si agisce. Non si vuole la violenza di migliaia di persone che dimostrano pacificamente che le cose devono cambiare per migliorare la loro vita.”

 

O, in due parole: “Noi esistiamo” E probabilmente appena in tempo.

 

La Quarta Occupazione: questa è insieme la più nuova e la più vecchia delle occupazioni. Parlo dell’occupazione della terra da parte dell’umanità. Nei secoli recenti, c’è forse da chiedersi che siamo stati   duri con  questo pianeta, sfruttandolo di tutto ciò che ha un valore? La nostra scusa era che noi sinceramente non ne sapevamo molto,  almeno quando si trattava del cambiamento del clima, che noi non capivamo a che tipo di danno a lungo termine poteva produrre la combustione dei combustibili fossili. Adesso, naturalmente, lo sappiamo. Chi non lo sa,  o fa finta di non sapere  o semplicemente non gli interessa.

Ed ecco soltanto un assaggio di quello che sappiamo su come la quarta occupazione sta influenzando il pianeta: tredici degli anni più caldi da quando si è iniziato a registrarli si sono avuti negli ultimi 15 anni. Nel 2010, quantità straordinarie di anidride carbonica sono stati inviate  nell’atmosfera (“il salto più notevole mai visto nei gas del riscaldamento globale”); nel 2011 il tempo è stato  notevolmente estremo: siccità da caldo torrido,  incendi imponenti, inondazioni vaste;  nell’Artico, il ghiaccio si sta sciogliendo a velocità che non ha precedenti e questo vorrà dire innalzamento del livello del mare che minaccerà le zone basse del pianeta. E quanto a quella temperatura, continuerà ad aumentare spiacevolmente in questo modo. Potenzialmente, questo è la storia del  più gigantesco  contraccolpo di tutti i tempi.

Questo è soltanto un assaggio di quello che di solito  sappiamo sugli affari su questo pianeta: se ci fidiamo dei precedenti occupanti e della loro specie per  salvarci, allora sarà una lunga  lugubre  attesa. Non contate su nessuno dei giganti dell’energia come la Exxon o la BP o sui loro lobbisti e su i politici che loro influenzano per fermare il cambiamento  del clima. Dopo tutto, nessuno di loro sarà vivo per vedere un pianeta meno vivibile, quindi che cosa gli importa? Le zone torride sono così, le schede dei profitti e le indennità sono così ora, il che significa: non contate che all’1%  importi qualche cosa!

Se fosse spettato a loro – esclusi poche persone isolate – forse potremmo semplicemente cancellare la Terra  come un futuro luogo accogliente per noi. E al pianeta non importerebbe nulla. Dategli 100.000, anni o 10 milioni di anni o 100 milioni di anni e tornerà in forma con un sacco di specie  vita che lo circonderanno.

Siamo creature talmente effimere e con una durata di vita molto breve. E’ difficile per noi soltanto pensare nel modo di un modesto lungo termine     che il cambiamento climatico richiede. Ringraziate quindi la vostra buona stella che gli occupanti della prime e seconda ondata hanno creato una terza occupazione che non avevano mai immaginato possibile. E ringraziate la vostra buona stella che stanno anche nascendo lentamente  i movimenti che vogliono occupare il nostro pianeta in maniera nuova e ricacciare  indietro    coloro che provocano il riscaldamento globale.

Come i tentativi di occupazione dell’economia globale e del Grande Medio Oriente, ognuno stimolato da un senso di avidità che è andato al di là di ogni confine, l’occupazione del nostro pianeta sicuramente creerà le sue proprie forze di opposizione e non soltanto nel mondo naturale. Forse stanno già emergendo insieme alla primavera araba, all’estate europea, e all’autunno americano, per non parlare dell’inverno russo. E quando saranno qui – come quinta occupazione del pianeta Terra – quando terranno duro e scandiranno lo slogan “Noi esistiamo!” con rabbia, con forza e meraviglia, forse allora potremo realmente affrontare il cambiamento del clima e sperare che non sia troppo tardi.

Forse la quinta occupazione è quella che aspettiamo e non dubitate neanche per un secondo che arriverà. E’ già per strada.

 

*Il Grande Medio Oriente (in inglese Greater Middle East), è un termine politico coniato dall’amministrazione Bush per designare in un insieme di paesi che appartengono al mondo musulmano, e, precisamente: Iran, Turchia, Afghanistan, Pakistan.

(da: Wikipedia: http://en.wikipedia.org/wiki/GreaterMiddle_East)

 

Tom Engelhardt, co-fondatore dell’American Empire Project, e autore di  

The American way of War: How Bush’s Wars Became Obama’s (Lo stile

bellico americano: Come le guerre di Bush sono diventate quelle di Obama), e  anche di: The End of Victory Culture (La fine della cultura della vittoria), dirige il sito del Nation Institute TomDispatch.com, dove questo articolo è stato pubblicato la prima volta. Il suo libro più recente, The United States of Fear (Haymarket Books) – Gli Stati Uniti della paura, è  stato appena pubblicato.

 

[Nota per i lettori di TomDispatch: per coloro che non hanno ancora letto il pezzo per TomDispatch di Barbara Ehrenreich e John Ehrenreich, “The Making of the American  99% – La  formazione del 99%, americano ” viesorto a farlo e non perdete neanche “Protest Planet” –“ Il pianeta della protesta” di Juan Cole che offre una straordinaria spiegazione di come si è creato globalmente l’1%. Questi due articoli mi hanno aiutato a capire meglio il nostro mondo che sta cambiando. Vorrei ringraziare mia moglie per l’espressione “occupare la ricchezza.”]

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.znetitaly.org

 

http://www.zcommunications.org/the-four-occupations-of-planet-earth-by-tom-engelhardt

Fonte: Tom Dispatch.com

 

Traduzione di Maria Chiara Starace

© 2011 ZNETItaly– Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA-3.0

Il patto di collaborazione strategica tra Stati Uniti e Afghanistan è ‘parte di un programma globale di militarizzazione del mondo’?

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Il patto di collaborazione   strategica tra Stati Uniti e Afghanistan è “parte di un programma globale di militarizzazione del mondo”.

 

Di Noam Chomsky e

dei Giovani Volontari Afgani per la pace

19 dicembre 2011

[Nota del redattore: questa è la trascrizione tra i membri dei Giovani Volontari Afgani per la pace e Noam Chomsky, che si è tenuta il 21 settembre 2011. Ogni domanda è stata fatta in lingua Dari ed è stata tradotta da Hakim.]

 

Hakim: Parliamo dall’altopiano di Bamyan, nell’Afghanistan Centrale e volevamo iniziare ringraziandola sinceramente per la guida e la saggezza che lei ha dato alle persone con i suoi insegnamenti e i suoi discorsi in molti luoghi della terra. Cominciamo con un a domanda di Faiz.

FaizI: in un articolo di Ahmed Rashid pubblicato di recente sul New York Times, l’autore diceva che “dopo 10 anni, dovrebbe essere chiaro che la guerra in questa zona non può essere vinta soltanto con la forza militare…..I Pakistani hanno un bisogno disperato di discorsi nuovi….ma dove è la dirigenza che racconti questa storia nel modo giusto? I militari se la cavano con il loro modo di pensare antiquato perché nessuno offre un’alternativa, e senza un’alternativa nulla progredirà per molto tempo ancora.” Lei pensa che attualmente nel mondo ci siano dei dirigenti in grado di proporre una soluzione alternativa  non militare per l’Afghanistan e se non ci sono da dove o da chi dovrebbe arrivare questa guida per una soluzione di questo tipo?

Noam Chomsky: Penso che sia capito bene dai capi  militari e anche dai dirigenti politici degli Stati Uniti e dei loro alleati che non possono raggiungere una soluzione militare del tipo che vogliono. Questo vuol dire mettere da parte il problema: quello scopo è stato mai giustificato? Adesso mettiamolo da parte. Sanno perfettamente che non possono raggiungere una soluzione militare in base ai loro termini.

C’è una forza politica alternativa che potrebbe operare verso un tipo di accordo politico? Sapete, che in realtà la forza più importante che potrebbe servire a realizzare quello scopo, è l’opinione pubblica. La gente è già fortemente contraria alla guerra lo è stata da molto tempo, ma questo atteggiamento non si è tradotto in un movimento popolare attivo, impegnato, convinto che cerchi di cambiare politica. E questa è la cosa  che deve essere fatto in questo paese.

La mia sensazione personale è che la conseguenza più importante degli sforzi di pace molto significativi che sono in corso in Afghanistan potrebbero certo stimolare i movimenti in occidente tramite contatti    soltanto tra persona e persona: questo contribuirebbe a imporre una pressione sugli Stati Uniti e in particolare sulla Gran Bretagna per porre fine alla fase militare di questo conflitto e a andare verso quello che dovrebbe essere fatto: un accordo  pacifico e uno sviluppo economico onesto e realistico.

Abdulai: Il dottor Ramazon Bashardost ha detto una volta ai Giovani Volontari Afgani per la pace che il popolo afgano non ha scelta perché tutte le opzioni disponibili in Afghanistan non sono buone. Gli Afgani, quindi, non hanno scelta tranne quella di scegliere la meno brutta delle opzioni brutte. In questa situazione, degli Afgani, e in particolare molti che vivono a Kabul, ritengono che l’opzione meno brutta sia quella che le forze statunitensi della coalizione restino in Afghanistan. Lei pensa che la presenza costante  delle forse statunitensi nel nostro paese sia l’opzione meno cattiva? Altrimenti, quali sono le possibili opzioni buone per gli Afgani comuni?

 

Noam Chomsky: Sono d’accordo che non sembra esserci alcuna opzione valida e che quindi purtroppo dobbiamo tentare di cercare le opzioni la meno cattiva  delle opzioni cattive. Questo giudizio lo devono dare gli Afgani. Voi siete sulla scena degli avvenimenti. Voi siete le persone che vivranno con le conseguenze della scelta. Voi siete le persone che hanno il diritto e la responsabilità di fare queste scelte delicate e  spiacevoli. Io ho la mia opinione che però non ha nessun peso. Quello che importa sono le vostre opinioni.

La mia opinione è che fino a quando le forze armate saranno lì, esse aumenteranno probabilmente le tensioni e mineranno le possibilità di un patto a più lungo termine. Penso che questo sia  stata la situazione   degli ultimi 10 anni e questo è anche la situazione in altri posti, in  Iraq per esempio. La mia sensazione, quindi è che un ritiro in fasi successive  del tipo che di fatto è contemplato,  potrebbe certo essere la meno cattiva delle opzioni cattive, ma se viene  unita ad altri sforzi. Non basta soltanto ritirare le truppe. Ci devono essere delle alternative da stabilire. Una di queste, per esempio, che è stata ripetutamente raccomandata,  è la cooperazione  tra potenze  nella zona che comprenderebbero, naturalmente, il Pakistan, l’Iran, l’India, la nazioni al nord  e tutte queste  insieme con i rappresentanti afgani, potrebbero essere in grado di  elaborare  un programma di sviluppo che dovrebbe essere significativo,  e di collaborare per realizzarlo, spostando l’obiettivo delle attività dall’uccidere al ricostruire e al costruire. Il nocciolo dei problemi, però, deve essere trattato in Afghanistan.

 

Mohamed Hussein: Hanno annunciato che le forze straniere dovrebbero lasciare l’Afghanistan entro il 2014 e trasferire la responsabilità della sicurezza agli Afgani. Tuttavia, quella che abbiamo di fronte appare come una situazione molto disonesta e corrotta del governo statunitense che firma un patto di collaborazione strategica con il governo afgano per installare basi militari permanenti congiunte in Afghanistan oltre il 2014.  Sembra quindi ai Giovani Volontari Afgani per la pace, che il ritiro del 2014 sia quindi  illogico alla luce dei piani a più lunga scadenza che prevedono  di tenere i militari in Afghanistan. Potrebbe fare un commento su questi fatti?

Noam Chomsky: Sono molto sicuro che queste aspettative sono corrette. Ci sono pochi dubbi che il governo statunitense intenda mantenere un controllo militare effettivo sull’Afghanistan con diversi mezzi: sia come se fosse uno stato cliente con basi militari e di appoggio per quelle che chiameranno truppe afgane. Anche altrove c’è questo modello. Per esempio, dopo aver bombardato la Serbia nel 1999, gli Stati Uniti mantengono un’enorme base militare in Kosovo, e questa era lo scopo dei bombardamenti. In Iraq stanno ancora costruendo basi militari anche se si sta facendo molta retorica sul ritiro da quel paese. E presumo che faranno la stessa cosa anche  in Afghanistan, il che è considerata dagli Stati Uniti un’iniziativa di importanza strategica a lungo termine, all’interno dei piani di mantenimento del controllo soprattutto delle risorse energetiche e altre risorse di  quella zona, compresa l’Asia occidentale e centrale. Questo è uno dei piani  in corso che di fatto risalgono alla Seconda guerra mondiale.

Proprio adesso, gli Stati Uniti sono impegnati militarmente in modi diversi in quasi cento nazioni, con basi, operazioni di forze speciali, appoggio per le forze nazionali militari e di sicurezza. Questo è un programma globale di militarizzazione del mondo che fondamentalmente che va fatto risalire al quartier generale a Washington, e l’Afghanistan ne fa parte. Toccherà agli Afgani vedere se, prima di tutto, lo vogliono; secondo, se possono operare in modi che lo escludano. E’ quasi la stessa cosa che accade ora in Iraq. Ancora agli inizi del 2008, gli Stati Uniti insistevano ufficialmente che mantenevano basi militari e che erano in grado di eseguire operazioni di combattimento in Iraq e che il governo iracheno doveva privilegiare gli  statunitensi che investivano in petrolio e sistemi energetici. Bene, la resistenza irachena ha costretto gli Stati Uniti a recedere abbastanza da questo piano, di fatto in maniera considerevole. Gli sforzi, però continueranno ancora. Questi sono conflitti in corso basati su principi di vecchia data. Qualsiasi successo reale che vada verso la demilitarizzazione e la ricostruzione di relazioni, richiederà soprattutto l’impegno degli Afgani, ma anche lo sforzo congiunto di gruppi popolari delle potenze occidentali perché facciano pressione sui loro governi.

Faiz: Dopo tre decenni di guerra, e dato che siamo alla fine     dell’interferenza militare regionale e globale in Afghanistan, la gente si sente perduta e senza speranza. La gente sta perdendo anche la speranza e non hanno fiducia che le Nazioni Unite, che , in base al loro statuto, devono allontanare il flagello della guerra da tutte le generazioni,  siano in grado di offrire una soluzione alternativa. Abbiamo parlato con associazioni di pacifisti sulla possibilità che un gruppo individui di alta qualità che potrebbe comprendere anche dei Premi Nobel,   potrebbe pronunciarsi e fare una dichiarazione sulla spaventosa situazione umanitaria in Afghanistan e forse aprire un dibattito nel mondo sulle alternative da offrire ai cittadini afgani che stanno perdendo ogni speranza.  Lei pensa che ci sia una qualche possibilità che le Nazioni Unite intervengano per  offrire delle  idee diverse in questa situazione disperata? E c’è una possibilità  di un  gruppo indipendente di esperti costruttori  di pace che possano offrirci una via di uscita?

Noam Chomsky: Dobbiamo tenere presente che le Nazioni Unite non possono agire in modo indipendente. Possono agire soltanto nella misura in cui glielo permettono le grandi potenze, cioè in primo luogo gli Stati Uniti e anche la Gran Bretagna e la Francia, i membri permanenti del Consiglio di sicurezza che pongono dei limiti a quello che possono fare le Nazioni Unite. Possono agire nell’ambito delle limitazioni che essi impongono loro; gli Stati Uniti hanno l’influenza maggiore.

Per darvi soltanto un’indicazione di questo, date un’occhiata al registri dei veti al Consiglio di Sicurezza. Nei primi tempi delle Nazioni Unite, che cominciato a operare alla fine degli anni ’40, il potere degli Stati Uniti era così ha schiacciante nel mondo, che l’ONU erano fondamentalmente uno strumento degli Stati Uniti. Quando le altre nazioni industriali si sono riprese dalla guerra ed è iniziata la colonizzazione, l’ONU in un certo modo ha rappresentato di più i popoli del mondo. E’ diventato meno controllato dagli Stati Uniti che hanno cominciato a porre il veto alle risoluzioni.  Gli Stati Uniti hanno posto il loro primo veto è nel 1965, e da allora, gli Stati Uniti sono di gran lunga al primo posto nel porre il veto alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, il che blocca l’azione. Al momento il secondo paese è la Gran Bretagna e gli altri sono più lontani.  E questo andazzo continua ancora adesso. Probabilmente ci sarà un altro veto statunitense la settimana prossima. Questo è quello che avviene in generale. Se gli Stati Uniti rifiutano di permettere che si faccia una certa azione, l’ONU non può farci nulla. Altre grandi potenze hanno una certa influenza, ma minore. Il vero problema  quindi è: gli Stati Uniti e la Gran Bretagna saranno d’accordo a permettere azioni del tipo che sono delineate in questa domanda? E penso che  possa accadere,  a ancora una volta, torniamo a dove eravamo prima.

Abdulai: A nome dei giovani afgani di Bamyan e anche di quelli che ci ascoltano da Kabul la ringraziamo per il tempo che ci ha dedicato.

Le auguriamo ogni bene e ottima salute.

Noam Chomsky: Vi ringrazio moltissimo per avermi dato l’opportunità di parlarvi brevemente. E’ un grande privilegio, e ammiro tanto il meraviglioso lavoro che state facendo.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.znetitaly.org

http://www.zcommunications.org/the-u-s-afghanistan-strategic-partnership-agreement-is-part-of-a-global-program-of-world-militarization-by-noam-chomsky

Traduzione di Maria Chiara Starace

© 2011 ZNETItaly– Licenza Creative Commons  CC BY-NC-SA  3.0

La formazione del 99% americano e il crollo dellla classe media

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La formazione  del 99% americano e il crollo della classe media

 

Di Barbara Ehrenreich

E John Ehrenreich

 

16 dicembre 2011

 

Le classi nascono per caso  quando alcuni uomini, come risultato di esperienze comuni (ereditate o condivise), sentono e esprimono l’identità dei loro interessi sai tra se stessi  che contro altri uomini i cui interessi sono diversi (e di solito opposti) ai loro.”

 

E.P: Thompson, La formazione della classe lavoratrice inglese

 

Gli “altri uomini” (e, naturalmente le altre donne) nell’attuale allineamento  della classe americana, sono coloro che fanno parte dell’1% della distribuzione della ricchezza: banchieri,  gestori dei fondi di investimento, direttori generali che sono stati l’obiettivo del movimento “Occupiamo Wall Street”. Sono stati in circolazione per molto tempo, sotto varie forme, ma soltanto in anni recenti hanno cominciato a emergere come gruppo  distinto e visibile, chiamato, in modo informale, i “super ricchi”.

Livelli fuori del normale  di consumi  hanno aiutato ad attirare l’attenzione su di loro: jet privati, dimore che si misurano in multipli di circa 170mq, cioccolatini da 25.000 dollari ornati con  polvere d’oro. Fino a quando, tuttavia, la classe medie riusciva ancora a mettere insieme  il credito per le tasse universitarie, e saltuari migliorie della casa, sembrava una cosa da ignoranti criticare i ricchi Poi è arrivato il crollo finanziario del 2007-2008, seguito dalla Grande Recessione, e l’1% ai quali avevamo affidato le nostre pensioni, la nostra economia, e il nostro sistema politico si sono rivelati come una banda di narcisisti irresponsabili, avidi e forse sociopatici.

Tuttavia, fino a pochi mesi fa,  il 99% non era certo un gruppo in grado di (come dice Thompson) di esprimere “l’identità dei loro interessi.” Comprendeva, come anche adesso, la maggior parte dei “comuni” ricchi, insieme a professionisti della classe media, lavoratori delle fabbriche, camionisti e minatori, nonché  molte delle persone più povere che fanno le pulizie nelle case, lavorano come manicure, e curano i prati dei ricchi.

Nel 99% non c’erano soltanto queste divisioni di classe, ma anche quelle più evidenti di razza ed etnia – una divisione che è diventata più profonda dal 2008. Gli Afro-Americani e i lavoratori di origine latino-americana di tutti i livelli di reddito hanno perso le case in maniera sproporzionata  a causa del pignoramento nel 2007 e nel 2008 e poi hanno perso il lavoro in maniera sproporzionata nell’ondata di  licenziamenti che è seguita. Alla vigilia  del movimento “Occupiamo”, la classe media della gente di colore era stata già distrutta. In effetti, gli unici movimenti politici che sono sorti dal 99% prima che apparisse “Occupiamo”, sono stati il movimento Tea Party e, all’altra estremità dello spettro politico, la resistenza alle restrizioni

alla contrattazione  collettiva in Wisconsin.

Il movimento “Occupiamo” non sarebbe potuto nascere, però, se larghe fasce   del 99% non avessero cominciato a scoprire di avere degli interessi comuni, o, almeno, a mettere da parte alcune delle divisioni esistenti tra di loro. Per decenni, la divisione più stridente che veniva sostenuta all’interno del 99% era tra quelle che la destra chiama  la “élite liberale”- composta di professori universitari, giornalisti, personaggi del mondo dell’informazione, ecc. e quasi tutti gli altri.

Come ha brillantemente spiegato l’opinionista di Harper’s Magazine, Tom Frank, la destra ha guadagnato la sua  rivendicazione  spuria al populismo avendo come obiettivo quella “élite liberale” che si suppone sia a favore delle spese avventate che fa il governo e che richiedono livelli oppressivi di tasse, che appoggia politiche sociali di “redistribuzione” e programmi che riducono le opportunità per la classe media dei bianchi, che riduce i posti di lavoro per la classe lavoratrice e promuove innovazioni stravaganti contro culturali come i matrimoni tra omosessuali. L’élite liberale, insistevano a dire gli intellettuali conservatori, guardava dall’alto in basso gli Americani “comuni” delle classe media e dei lavoratori, trovandoli insipidi e politicamente scorretti. La “élite” era il nemico, mentre i super-ricchi erano come chiunque altro, soltanto un po’ più “determinati”  e forse forniti  di contatti migliori.

Naturalmente la “élite liberale” non ha  mai avuto alcun senso sociologico. Non tutti i professori universitari o i personaggi del mondo dell’informazione sono liberali (Newt Gingrich, Geoge Will, Rupert Murdoch). Molti manager colti e ingegneri di valore possono essere a favore del latte invece che della Red Bull, (bevanda commerciale energetica prodotta in Austria, n.d.T.))   ma non sono stati mai nel mirino della destra. E come potevano gli avvocati penalisti essere membri di quella élite nefanda, mentre le loro consorti esperte di diritto societario    nelle industrie non lo erano?

 

Uno scivolo, non una rete di protezione

 

La “élite liberale” è stata sempre una categoria politica travestita da categoria sociologica. Ciò che tuttavia ha  fornito una certa trazione all’idea di élite liberale, almeno per un po’, è stato il fatto che la grande maggioranza di noi non aveva mai  incontrato un membro  della vera     élite, l’1%  per la maggior parte  si chiudevano nella  loro bolla di aerei privati, comunità recintate e proprietà fortificate

Le figure importanti  che la maggior parte delle persone ha più probabilità di incontrare nella vita quotidiana sono gli insegnanti, i dottori, gli assistenti sociali e i professori. Questi gruppi (insieme a dirigenti di medio livello e ad altri “colletti bianchi” che lavorano nelle grosse imprese) occupano una posizione inferiore nella gerarchia di classe. Hanno costituito quello che abbiamo descritto in un saggio del 1976 come la “classe dirigenziale professionale”. Come abbiamo scritto a quell’epoca, in base alla nostra esperienza dei movimenti radicali degli anni ’60 e ’70, ci sono stati dei veri risentimenti della classe lavoratrice verso i  professionisti della classe media che la destra populista ha abilmente deviato verso i “liberali”, hanno contribuito in modo significativo alla precedente epoca nella quale la ribellione non è riuscita a costruire un movimento progressista duraturo.

Guarda caso, l’idea di “élite liberale” non è riuscita a sopravvivere alla depredazione ad opera dell’1% in questi ultimi anni. Da una parte è stata sommariamente eclissata dalla scoperta dalla vera élite di base a Wall Street e dei loro crimini. Paragonati a questa, i professionisti e i direttori di azienda, per quanto irritanti, erano soltanto delle persone meschine. Il medico o il preside della scuola potevano essere dispotici, il professore e l’assistente sociale potevano essere condiscendenti, ma soltanto quell’1% vi ha portato via le case.

C’era anche un altro problema inevitabile insito nella strategia populista della destra: anche nel 2000, e certamente nel 2010, la classe di persone che poteva qualificarsi come parte della “élite liberale”, era in una situazione sempre più precaria. I tagli al bilancio del settore pubblico e le riorganizzazione che si rifacevano alle grosse imprese stavano decimando i ranghi dei professori universitari che avevano stipendi decorosi, e che venivano sostituiti da professori a contratto che lavoravano con guadagni che gli permettevano soltanto di sopravvivere. Le società dei mezzi di informazione riducevano le redazioni e i bilanci editoriali. Gli studi legali cominciavano a trasferire i loro lavori di routine in India. Gli ospedali        trasmettevano le radiografie a radiologi stranieri perché li pagavano  poco. Si erano prosciugati i fondi per le iniziative senza scopo di lucro in campo culturale e nel pubblico servizio. Da questo l’icona del movimento Occupiamo: il laureato con decine di migliaia di dollari di debiti per ripagare il prestito studentesco e un lavoro pagato 10 dollari all’ora o nessun lavoro.

. Questo andamento di cose c’era anche prima del crollo finanziario, ma ci è voluto il crollo e le sue spaventose conseguenze per risvegliare il 99% a una vasta consapevolezza di comune pericolo. Nel 2008, l’intenzione di “Joe l’idraulico” (metafora dell’Americano della classe media) di guadagnare  250.000 dollari all’anno, era ancora minimamente plausibile. Dopo due anni di recessione, tuttavia, l’improvvisa mobilità verso il basso era diventata un’esperienza convenzionale degli Americani, e perfino alcuni dei più affidabili esperti di mezzi di informazione cominciavano ad annunciare che qualche cosa era andata  storta nel sogno americano

Chi una volta era ricco ha perduto le proprie riserve di denaro mentre i  prezzi degli immobili sono diminuiti vertiginosamente.  I dirigenti anziani licenziati dalle ditte e i professionisti sono stati sconcertati quando hanno scoperto che la loro età li rendeva repellenti per i sgradevoli ai probabili datori di lavoro. I debiti per l’assistenza medica hanno avviato le famiglie al fallimento. Il vecchio detto dei conservatori : non è saggio criticare (o tassare) i ricchi perché tu stesso puoi essere uno di loro un giorno o l’altro,  ha ceduto il passo alla nuova consapevolezza  che la classe dove era soprattutto possibile che si sarebbe migrati non era quella dei ricchi, ma quella dei poveri.

E c’era un’altra cosa che molte persone della classe media stavano scoprendo: il tuffo verso la povertà poteva verificarsi a velocità vertiginosa. Un motivo per cui il concetto di un 99% economico ha messo radici prima in America invece che, poniamo, in Irlanda o in Spagna, è che gli Americani sono particolarmente sensibili al dissesto economico. Abbiamo poco come stato assistenziale per fermare la caduta libera  di una famiglia o di un individuo. Le indennità di disoccupazione non durano più di sei mesi o di un anno, sebbene, in un periodo di recessione economica, questi periodi vengono estesi dal Congresso. Attualmente, anche con questa estensione, raggiungono soltanto la metà circa dei disoccupati. L’assistenza non è stata certo abolita 15 anni fa e l’assicurazione sanitaria è stata tradizionalmente legata all’occupazione.

In effetti, una volta che un Americano comincia a scivolare in basso, subentrano una serie di forze che aiutano ad accelerare la caduta. Si stima che un 60% di ditte americane ora controllano l’affidabilità creditizia dei richiedenti, e la discriminazione nei riguardi dei disoccupato è diffusa abbastanza da  giustificare  la preoccupazione del Congresso.  Perfino la bancarotta è una posizione che ha un costo proibitivo e spesso è difficilissima  da ottenere. Non riuscire a pagare le multe o le tasse imposte dal governo, può portare perfino, tramite una concatenazione di casi sfortunati, a un mandato di arresto o a essere iscritto nella lista dei  precedenti penali.   Mentre altre nazioni che una volta erano ricche hanno una rete di protezione, l’America offre uno scivolo unto che porta verso l’indigenza a velocità allarmante.

 

Dare un senso al  99%

 

Gli accampamenti di Occupiamo che hanno  animato circa 1.400 città questo autunno, hanno fornito un vivace modello per il crescente senso di unità del 99%. C’erano migliaia di persone – forse non sapremo mai il numero esatto – di tutti   che vivevano all’aperto, nelle strade e nei parchi, più o meno come hanno sempre vissuto i più poveri dei poveri: senza elettricità, riscaldamento, acqua o bagni. Mano mano sono riusciti a creare delle comunità autosufficienti.

Le assemblee generali hanno riunito una mescolanza mai vista prima di giovani che si sono laureati di recente, giovani professionisti, anziani, tute-blu licenziati, e molti dei senza tetto cronici per fare   quelli che sono stati scambi per lo più costruttivi e civili. Quello che era cominciato come una protesta diffusa contro l’ingiustizia economica, è diventata un esperimento di vaste proporzioni di costruzione di una classe. IL 99% che poteva sembrare una categoria che si poteva auspicare solo pochi mesi fa, ha cominciato a essere fermamente decisa a esistere.

E’ possibile che l’unità che è stata  coltivata negli accampamenti sopravviva quando il movimento “Occupiamo” si avvierà a una fase più decentralizzata.  All’interno di quel 99%  rimangono tutti i tipi di divisioni di classe, razziali e culturali, e anche la sfiducia tra i membri della ex “élite liberale” e coloro che sono meno privilegiati. Ci sarebbe da meravigliarsi se non fosse successo. L’esperienza di vita di un giovane avvocato o di un assistente sociale  è molto diversa da quella di un operaio il cui lavoro può di rado permettergli il tempo le necessità biologiche in un intervallo per mangiare o per andare al bagno. I gruppi che in circolo suonano i tamburi, quelli del processo  decisionale consensuale  e le maschere continuano a essere elementi esotici per circa il 905. Il pregiudizio della “classe media” contro i senza tetto, alimentato da decenni di demonizzazione dei poveri  fatta dalla destra, ha ancora molta presa sulla gente.

A volte queste differenze hanno portato a degli scontri negli attendamenti di “Occupiamo” – per esempio riguardo al ruolo di coloro che sono perennemente senza casa o sull’uso della marijuana a Los Angeles- ma, sorprendentemente, malgrado tutti gli avvertimenti ufficiali riguardo alla salute e alle minacce per la  sicurezza, non c’è stato alcun “momento di Altamont”*, nessun incendio e quasi nessun atto di violenza. Stare insieme infatti, produceva delle convergenze inimmaginabili: c’erano appartenenti a ambienti confortevoli che imparava dai senza tetto come sopravvivere per strada, un illustre professore di scienze politiche che  discuteva con un dipendente delle poste sul processo decisionale orizzontale in contrapposizione  a quello verticale, militari in uniforme che comparivano per difendere gli occupanti dalla polizia.  

 

La classe nasce per caso, come ha detto Thompson, ma nasce nel modo più decisivo quando la gente è pronta nutrirla e costruirla. Se il “99%”  deve diventare più di un comportamento  alla moda,  se deve diventare una forza che cambi il mondo, alla fine dovremo inevitabilmente affrontare alcune delle divisioni di classe e di razza che vi sono insite. Dobbiamo però farlo con pazienza, con rispetto e sempre con un occhio alla successiva azione importante – la dimostrazione, o l’occupazione costruttiva, o la lotta contro i pignoramenti, fatte in base a  quanto richiede la situazione.

 

* Nel dicembre dello stesso anno (1969), durante un concerto ad Altomont, California, Mick Jagger incita gli Heel’s Angels a provocare disordini che si concludono con l’uccisione di alcuni spettatori. Da http://www.scaruffi.com/vol1/stones.html

 

Barbara Ehrenreich,che collabora regolarmente ai TomDispatch, è autrice di: Nickel  and Dimed: On (Not) Getting By in America (Pagati con gli  spiccioli:  come (non) tirare avanti   in America)  (ora nell’edizione fatta per il decimo anniversario e con una nuova postfazione).

P.S.  http://www.feltrinellieditore.it/SchedaLibroRecensioni?id_volume=5000222 (n.d.T.)

 

 

John Ehrenreich è professore di psicologia alla StateUniversity  di New York, al College Old Westbury. Ha scritto: The Humanitarian Companion:A Guide for International Aid, Development, and Human Rights Workers.

 

Questo è un articolo congiunto TomDispatch/Nation ed è pubblicato sulla rivista Nation

 

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su TomDispatch.com, un weblog del Nation Institute, che offre un flusso continuo di fonti alternative, notizie e opinioni da parte di Tom Engelhardt, direttore editoriale, co-fondatore dell’American Empire Project, autore del libro : The End of Victory Culture (La fine della cultura della vittoria) e anche del romanzo: The Last Days of Publishing (Gli ultimi giorni dell’editoria). Il suo libro più recente è: The American way of War:How Bush’s Wars Became Obama’s (Haymarket Books) ( Lo stile bellico Americano: come le guerre di Bush sono diventate quelle di Obama).

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo –

http://www.znetitaly.org

http://www.zcommunications.org/the-making-of-the-american-99-and-the-collapse-of-the-middle-class-by-barbara-ehrenreich

 

Traduzione di Maria Chiara Starace

© 2011 ZNETItaly– Licenza Creative Commons  CC BY-NC-SA 3.0

 

 

 

 

La promessa dell’anarchismo per la resistenza anticapitalista

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di Cindy Milstein – 18 giugno  2009

[Contributo al Progetto  Reimmaginare la Società  (RSOC) ospitato da ZCommunications]

Per molti, un “nuovo anarchismo” è sembrato nascere in mezzo alla pioggia fredda e alla nebbia tossica che ha salutato le proteste del novembre 1999 contro l’Organizzazione Mondiale del Commercio.  Tuttavia, piuttosto che  figlia bastarda di un movimento sociale emergente,  questa radicale politica di resistenza e di ricostruzione era andata trasformandosi per decenni. L’azione diretta a Seattle è riuscita soltanto a renderla nuovamente visibile.  L’anarchismo, per parte sua, ha offerto una prassi trainante a questo momento storico.  E nel farlo, non solo ha contribuito a modellare l’attuale movimento anticapitalista; ha anche illuminato principi di libertà che potenzialmente potrebbero soppiantare l’egemonia della democrazia rappresentativa e del capitalismo.

Dai suoi inizi nel diciannovesimo secolo in poi, l’anarchismo ha sempre affermato un insieme di concetti etici che esso sostiene approssimino meglio una società libera. Nel linguaggio di quel periodo, l’anarchico italiano Errico Malatesta (1853-1932) descrisse tanto tempo fa l’anarchismo come “una forma di vita sociale in cui gli uomini vivono come fratelli, in cui nessuno è in una posizione tale da opprimere o sfruttare gli altri e in cui tutti i mezzi per conseguire il massimo sviluppo morale e materiale sono disponibili a tutti.” [1]  Questa definizione succinta continua a cogliere  gli obiettivi dominanti dell’anarchismo.  Ciò nonostante, questa forma libertaria del socialismo può ben essere stata in anticipo sui suoi tempi nel sostenere un mondo di identità transnazionali e multidimensionali, nel lottare per un umanesimo qualitativo basato sulla collaborazione e la differenziazione. E’ solo nel contesto della globalizzazione che l’anarchismo può finalmente essere in grado di parlare ai tempi e, così, alle speranze dei popoli.  Se possa realizzare le proprie aspirazioni, resta da vedere.

La visione resa invisibile

Anche se forme di organizzazione e valori promosse dagli anarchici si possono rinvenire, in embrione, in tutto il mondo in molte aree diverse, il debutto dell’anarchismo come filosofia distinta si è avuto in Europa a metà del diciannovesimo secolo. Il “filosofo della libertà”, l’inglese William Godwin (1756-1836), fu il primo pensatore dell’Illuminismo a redigere una teoria estesa di una società senza stati nel suo “An Inquiry concerning Political Justice” del 1793 [‘Un’indagine sulla giustizia politica], ma non è stato che quando Pierre-Joseph Proudhon (1809.65) scrisse “la società cerca ordine nell’anarchia” nel suo “Cos’è la proprietà?” del 1840, che il termine “anarchismo” cominciò a coagularsi, nel corso dei diversi decenni successivi, intorno a un nucleo riconoscibile di principi. La teoria politica di Goodwin non fu all’altezza del carattere liberatorio dei suoi sentimenti; e Proudhon andrebbe severamente condannato per non aver affrontato la logica inerente del capitalismo e per le sue convinzioni patriarcali e antisemite.  In effetti ci sarebbero voluti altri, dall’aristocratico russo Peter Kropotkin (1842-1921) all’intellettuale ebreo tedesco Gustav Landauer (1870-1919) e a molti altri eminenti e meno noti radicali, per completare un ritratto più gradevole dell’anarchismo classico: una filosofia politica utopica che depreca ogni forma di autorità o coercizione imposte.

Da socialisti, gli anarchici erano particolarmente preoccupati per il capitalismo, che durante la Rivoluzione Industriale stava causando sofferenze su una scala sino ad allora inimmaginabile.  Gli anarchici puntarono principalmente sugli operai le loro speranze di trasformare le relazioni sociali, utilizzando categorie economiche che spaziavano dalla lotta di classe all’abolizione della proprietà privata. Nella sinistra rivoluzionaria tutti concordavano sul fatto che il capitalismo non poteva essere riformato; doveva, invece, essere abolito. Ma, diversamente dagli altri socialisti, gli anarchici sentivano che lo stato era altrettanto complice nel rendere schiava l’umanità e così non si poteva impiegare il potere governativo – nemmeno in via transitoria –  per passare dal capitalismo al socialismo. Una società senza classi e tuttavia ancora imperniata sullo stato, sostenevano gli anarchici, avrebbe continuato a costituire un mondo segnato principalmente dalla dominazione. Come proclamava nel 1938 l’anarco-sindacalista Rudolf Rocker (1873-1958) “il socialismo o sarà libero o non sarà”. [2] Per questo e per altri motivi, l’anarchismo si è evoluto al di fuori del socialismo a indicare un’opposizione non soltanto al capitalismo ma anche agli stati e alle altre istituzioni coercitive interconnesse, come la religione organizzata, la scuola obbligatoria, il militarismo e il matrimonio.  Così si dice dell’anarchismo, nel senso più generale, che “tutti gli anarchici sono socialisti, ma non tutti i socialisti sono anarchici.”

Questa affermazione può anche essere considerata in rapporto a questioni di strategia. Molti socialisti, almeno quelli radicali, non erano contrari all’ “inaridimento dello stato”, era solo una questione di quando e come.  Per gli anarchici, una “dittatura del proletariato” che pilotasse lo stato all’avvizzimento non poteva essere considerata affidabile per promuovere effettivamente quel processo.  Invece di organizzazioni sociali con una gerarchia dall’alto, gli anarchici si facevano paladini di vari tipi di modelli orizzontali che potessero prefigurare una buona società nel presente. Gli anarchici sostenevano, cioè, che si poteva tentare di costruire il nuovo mondo sull’intelaiatura del vecchio mediante l’auto-organizzazione, piuttosto che attendendo passivamente un qualche periodo post-rivoluzionario.  Di qui l’enfasi dell’anarchismo sulla prassi. Le alternative anarchiche erano fondate intorno a concetti chiave come l’associazione volontaria, la libertà personale e sociale, le comunità confederate e tuttavia decentrate, l’eguaglianza di condizioni, l’umana solidarietà e la spontaneità.  Mentre l’invenzione europea nota come anarchismo, attraverso i circuiti intellettuali e degli agitatori, arrivava dovunque, dagli Stati Uniti alla Cina, all’America Latina e all’Africa, gli anarchici sperimentarono di tutto, dalla vita nelle comuni, alle federazioni, alle scuole libere, ai consigli dei lavoratori, alle monete locali e alle società di mutuo soccorso.

L’anarchismo fu parte di una sinistra internazionalista parecchio vasta dagli anni ’80 dell’Ottocento sino alla Paura Rossa degli anni ’20 e alla Rivoluzione Spagnola degli anni ’30 del Novecento.  Poi, screditati, disincantati, o uccisi, gli anarchici sembrarono scomparire, e con loro la loro stessa filosofia.  Dopo la seconda guerra mondiale e la sconfitta del nazismo, sembrò che le uniche due scelte politiche fossero la “democrazia” (capitalismo del libero mercato) e il “comunismo” (capitalismo di stato).  Persa in questa equazione, tra altre cose, erano la contestazione dell’autorità e la concomitante affermazione dell’utopia  proposte dall’anarchismo.

Riemersione come convergenza

Il lontano diciannovesimo secolo è, naturalmente, un periodo di formazione per la reinvenzione dell’anarchismo. Ma i dilemmi e le aperture dell’epoca – ad esempio l’ascesa del liberalismo, del colonialismo e della produzione industriale – sono molto lontani da quelli del ventunesimo secolo.  Oltre a ciò, l’anarchismo classico lascia molto a desiderare: la sua ingenuità riguardo alla natura umana come fondamentalmente buona, per esempio, o la sua avversione a qualsiasi sostituzione politica dei governi statali.  Quando l’anarchismo ha cominciato a essere riscoperto negli anni ’50 dalla sinistra in cerca di un’alternativa al marxismo ortodosso, ha cercato perciò con forza di ricostruirsi. Pensatori anarchici si sono confrontati con nuovi problemi, dall’evidente consumismo all’urbanizzazione; con nuove possibilità come il femminismo e la liberazione culturale; e con vecchi fantasmi propri, da un orientamento operaista a tattiche autoritarie, persino terroristiche.  L’anarchismo rinnovato che ne è emerso è stato, di fatto, una convergenza di vari impulsi antiautoritari postbellici.  Anche se la sensibilità libertaria degli anni ’60 e della Nuova Sinistra è fondativa, cinque fenomeni sono specialmente cruciali riguardo alla prassi resa famosa/malfamata a Seattle.

In primo luogo c’è l’Internazionale Situazionista (IS) del 1962-1972, un piccolo gruppo di intellettuali e artisti d’avanguardia che ha tentato di descrivere il cambiamento del capitalismo. Secondo i situazionisti l’alienazione, che Marx aveva osservato come fondamentale per la produzione capitalista, ora riempiva ogni spazio; le persone erano estraniate non soltanto dai beni che producevano ma anche dalla propria vita stessa, dai propri desideri.  La forma merce aveva colonizzato le sfere, in precedenza separate, della vita quotidiana.  Secondo la battuta del situazionista Gui Debord (1931-94), il capitalismo moderno aveva forgiato “una società dello spettacolo” o una società consumistica che prometteva una soddisfazione che non concedeva mai, con noi a fare da spettatori passivi.  I situazionisti sostenevano uno sconvolgimento giocoso della quotidianità, dai media ai paesaggi urbani, al fine fare a pezzi lo spettacolo attraverso l’immaginazione e di sostituire il piacere al lavoro ingrato. Durante la quasi rivoluzione del 1968 a Parigi, gli slogan situazionisti, sotto forma di graffiti quali “Vivere senza tempi morti! Godere senza freni!” erano dovunque.  Ironicamente, anche se i situazionisti erano critici nei confronti degli anarchici, gli anarchici si sono avvalsi della critica situazionista, in particolare riguardo alla preoccupazione per l’alterazione della cultura.

Dagli anni ’70 in poi, anche i lavori interdisciplinari del teorico Murray Bookchin (1921-2006) hanno contribuito a trasformare l’anarchismo in una filosofia politica moderna.  Collegando la Vecchia Sinistra con la Nuova, Bookchin ha fatto più di chiunque altro per estendere l’anticapitalismo/antistatalismo anarchico alla critica della gerarchia in quanto tale.  Ha anche introdotto l’ecologia come tema d’interesse dell’anarchismo, collegandola alla dominazione.  In poche parole, parafrasandolo, la crisi ecologica è una crisi sociale.  Bookchin ha enfatizzato la possibilità, nascente nel presente, di una società ecologica e della post-scarsità, in cui l’utilizzo razionale della tecnologia potrebbe rendere l’umanità libera di realizzare il proprio potenziale in armonia con il mondo naturale.  Cosa molto significativa, egli ha identificato le sostituzioni istituzionali dello stato suggerite dall’anarchismo del diciannovesimo secolo: autogoverno democratico diretto o, nella sua terminologia, municipalismo libertario.  Gli scritti di Bookchin hanno puntato alla città o al quartiere come terreno di lotta, radicalizzazione, potere duale e rivoluzione finale, con confederazione di libere assemblee di cittadini che sostituiscono lo stato e il capitale.  Hanno anche ispirato un movimento ambientale radicale, esperimenti di federazioni anarchiche quali la Gioventù Verde, e una nuova generazione di intellettuali anarchici.

La scoperta di Bookchin del modello del gruppo di affinità nella sua ricerca sugli anarchici spagnoli, abbozzata nel suo Anarchismo della Post-Scarsità (1971), ha influenzato il movimento antinucleare statunitense degli anni ’70 e ’80. Emergendo dalla controcultura rurale del New England e poi della Costa Occidentale – una controcultura che comprendeva pacifisti radicali di convinzioni sia anarchiche sia religiose –  il movimento antinucleare ha utilizzato la disobbedienza civile, ma infondendovi  una sensibilità anarchica e femminista:  rifiuto di ogni gerarchia, preferenza per il processo della democrazia diretta, accento sulla spontaneità e la creatività. Variando i livelli di confronto nonviolento presso gli impianti di energia nucleare, dai blocchi alle occupazioni, assieme all’utilizzo della spettacolarità, dei fantocci e della solidarietà carceraria le iniziative sono state decise sulla base di gruppi di affinità e di gruppi di delegati.  Attivisti quaccheri, non anarchici, hanno aggiunto consenso alla miscela con conseguenze assortite (falsa unità, ad esempio).  Nonostante le difficoltà di spingersi al di là di singoli temi e di quella che era diventata una comunità insulare, le tattiche e la forma organizzativa del movimento antinucleare USA e internazionale sono state presto accolte dai movimenti pacifisti, femministi, degli omosessuali e delle lesbiche, dell’ecologia radicale e anti-interventisti.

A iniziare dagli anni ’80, anche gli Autonomen della Germania Occidentale hanno lasciato un segno nell’anarchismo.  Constatando il discredito della Nuova Sinistra europea, anche se colpiti dalla sua critica dell’autoritarismo della Sinistra (“comunismo” in stile sovietico) e della Destra (capitalismo “democratico”), gli Autonomen hanno rifiutato tutto, dal sistema esistente alle etichette ideologiche, compresa quella dell’anarchismo.  Da rete spontanea e decentrata di rivoluzionari antiautoritari, erano autonomi dai partiti politici e dai sindacati; hanno anche tanto di essere autonomi dalle strutture e dagli atteggiamenti imposti dall’ “esterno”.  Ciò ha implicato una strategia duplice. Da un lato creare spazi comunitari liberati, come le occupazioni, per fare la propria vita.  E, secondariamente,  utilizzare il confronto militante sia per difendere la propria controcultura sia per assumere l’offensiva contro quelli che consideravano elementi repressivi, persino fascisti. L’impiego dei black bloc mascherati – a cominciare dalla dimostrazione a Berlino del 1988 durante la riunione del Fondo Monetario Internazionale/Banca Mondiale – i quartieri autonomi e gli “info-stores”, e gli scontri nelle strade con la polizia e i neonazisti sono diventati emblematici degli Autonomen.  Gli anarchici hanno avvertito un’affinità e hanno importato le vesti della politica autonoma nella propria, collegando e modificando così entrambe nel processo.

Ultima nella sequenza ma di pari importanza, la spettacolare comparsa, il 1 gennaio 1994, degli zapatisti sulla scena mondiale per contestare il Trattato Nordamericano di Libero Scambio (NAFTA) ha inserito gli anarchici nell’importanza della globalizzazione come problema contemporaneo, di proporzioni spesso di vita o di morte. In un decennio di costruzione attraverso sforzi di base di circa trenta comunità indigene nel Messico meridionale, e intenzionalmente collegata alle lotte altrove,  la rivolta ha illustrato il potere della solidarietà. L’audace presa di villaggi nel Chiapas da parte degli zapatisti ha anche rilanciato l’idea che la resistenza era possibile, sia in regioni ricche sia in regioni povere. “Se ci chiedete cosa vogliamo, vi risponderemo spudoratamente: ‘Aprire un varco nella storia’” ha dichiarato il Subcomandante Insurgente Marcos.  “Costruiremo un altro mondo … Democrazia! Libertà! Giustizia!” [3] Per gli anarchici l’inventiva miscela di alta tecnologia, come Internet, e di bassa tecnologia come gli encuentros nella giungla, di comunicati basati sui principi e di conquiste concrete, e il tentativo di rivendicare il potere popolare attraverso municipalità autonome è stato particolarmente elettrizzante; i concomitanti appelli allo stato messicano, meno.  Tuttavia gli anarchici sono affluiti in Chiapas a sostenere questa ribellione, riportando a casa lezioni da applicare a un movimento anticapitalista globale che un anarchismo ricostruito avrebbe in breve contribuito ad avviare.

Più della somma delle parti

Questi filoni di resistenza, alimentati essi stessi da momenti precedenti, si sono intrecciati nel tessuto dell’anarchismo contemporaneo. Dai situazionisti l’anarchismo ha preso la critica della società  dell’alienazione e dei consumi, e la fiducia nell’immaginazione; da Bookchin il collegamento tra anticapitalismo, democrazia diretta, ecologia e post-scarsità; dal movimento antinucleare l’accento sui gruppi d’affinità e i consigli dei delegati così come l’azione diretta nonviolenta; dagli Autonomen il confronto militante, la strategia dei black bloc e un’ampia enfasi sul fai da te; e dagli zapatisti la potenza di Internet, della solidarietà interculturale e della “globalizzazione” per la resistenza transnazionale. Ma l’anarchismo che ha ricevuto notorietà nel novembre 1999 è più della somma di queste parti. E’ oggi l’unica filosofia politica che aspiri a equilibrare una varietà di agenti e di strategie per il cambiamento – o, in definitiva, una “diversità di tattiche”, visioni e persone – con le idee universalistiche di una libertà partecipativa al di fuori di tutte le istituzioni e i comportamenti imposti.

Per mesi prima di Seattle gli anarchici hanno lavorato diligentemente dietro le quinte per stabilire il tenore dell’azione diretta che avrebbe sbalordito il mondo.  In quanto promotori e organizzatori chiave, anche se non riconosciuti come tali, gli anarchici erano stati in grado di strutturare la dimostrazione secondo principi libertari. Come numerose altre azioni dirette organizzate principalmente dagli anarchici, come le proteste antinucleari degli anni ’70 e l’azione contro Wall Street del 1989, anche quella di Seattle sarebbe finita ignorata se non fosse stato per il suo successo nel bloccare l’Organizzazione Mondiale del Commercio e per la brutale reazione della polizia.  Gli anarchici e l’anarchismo sono stati spinti alla celebrità. Quella che era sempre stata una voce minoritaria della coscienza all’interno della Sinistra, improvvisamente ottenne un uditorio pubblico di maggioranza. A sua volta la filosofia anarchica divenne sia l’avanguardia sia la norma di un potente nuovo movimento sociale globale.

Con questo non si vuol dire che soltanto gli anarchici e l’anarchismo siano responsabili del movimento/i che contesta il lato brutale della globalizzazione, che tale movimento/i sia iniziato a Seattle e nemmeno che il suo obiettivo sia di trasformare tutti in anarchici.  Come gli zapatisti, gli anarchici riconoscono con umiltà (almeno in teoria) di agire di concerto con le numerose lotte per la libertà scatenate nel tempo da una molteplicità di antiautoritari.  Ciò nonostante, forse perché lo hanno fatto sullo stesso terreno della superpotenza dominante, gli anarchici sono stati in grado di creare con fermezza una forma di resistenza che effettivamente prefigura una politica gioiosa del popolo di un’umanità in via di globalizzazione, da parte di esso e a favore di esso. E, in quanto tali, di elaborare i contorni flessibili di un movimento emancipante, elevando contemporaneamente, e inaspettatamente,  l’anarchismo alla sua avanguardia.

Ciò significa che i principi dell’anarchismo, assieme alla sua cultura e alle forme di organizzazione, sono per la prima volta in prima linea anziché ai margini dei un movimento sociale transnazionale.  Nel senso più vasto, l’anarchismo ha introdotto in questo movimento un insieme unico e inseparabile di qualità: una posizione apertamente rivoluzionaria, colorata da un orientamento eminentemente etico, resa fuori dall’ordinario da un utopismo giocoso anche se di democrazia diretta.

Il momento anarchico

Ma, ancora, perché l’anarchismo?

Perché l’anarchismo ha fissato i termini del dibattito. La sua enfasi sulla rivoluzione sociale in coppia con la sua trasparenza ha significato che gli anarchici non hanno avuto paura di chiamare per nome il problema concreto mascherato dal termine “globalizzazione”: cioè, la società capitalista. Una volta che il tipo di azione diretta di Seattle è diventato un riferimento, gli anarchici hanno ricevuto un tacito via libera dalla maggior parte degli altri attivisti per progettare proteste simili e così sono diventate comuni le “feste popolari contro il capitalismo”.  Ad esempio, quando la gente “converge” insieme alle azioni di massa, ora lo fa sotto la bandiera dell’anticapitalismo, una bandiera tenuta alta dagli anarchici che l’hanno portata in modo avvincente al centro di ogni contestazione.  Poiché ciò ha reso tangibile quello che era più inquietante per molti, riguardo alla globalizzazione, molti si sono radicalizzati o almeno sono diventati simpatizzanti di una concentrazione sull’economia di mercato.  Anche se considerato tuttora sovversivo, è diventato così più accettabile parlare del capitalismo e addirittura identificarsi come anticapitalisti.  L’”anticapitalismo” tuttavia ora implica frequentemente una prospettiva antiautoritaria. E, viceversa, una prospettiva anarchica permea ora il lavoro anticapitalistico.

Ma, ancora, perché adesso?

Perché la globalizzazione rende le aspirazioni anarchiche sempre più appropriate.  Lungi dall’essere contrari alla globalizzazione in quanto tale, gli anarchici hanno a lungo sognato un mondo senza frontiere reso potenzialmente realizzabile dalla trasformazioni attualmente in corso. In effetti i mezzi utilizzati dalla globalizzazione sono particolarmente riconducibili a valori anarchici quali il decentramento e l’integrazione, le identità elastiche e la distruzione delle contrapposizioni, i finanziamenti e la collaborazione creativi,  la mobilità, l’ibridismo e l’apertura.  La cosa più sorprendente è che la globalizzazione sta strutturalmente minando la centralità degli stati.

Ai suoi tempi (1818-1883) Karl Marx previde la crescente egemonia del capitalismo e la sua cancerosa capacità di (ri)strutturare tutte le relazioni sociali secondo la sua contorta immagine. Tuttavia per Marx ciò salutava anche una certa promessa.  La libertà e la dominazione erano entrambe legate alla logica dello sviluppo che era, e sfortunatamente è tuttora, il capitalismo.  Dipendeva dai giusti attori sociali, date le condizioni giuste, “fare la storia”, cioè fare la rivoluzione e realizzare il comunismo nel suo senso migliore e più generale.  Molto di ciò che Marx smascherò resta valido attualmente; molto di più è diventato evidente, tristemente, al punto che non c’è praticamente più quasi nessun “fuori” dal capitalismo che costruisce la società così come l’individualità. Il progetto eroici di Marx e i molteplici altri progetti socialisti di abolire il capitalismo restano più toccanti che mai, così come la necessità di un movimento rivoluzionario per realizzarli.  Di qui la potenza dell’”anticapitalismo”.

L’anarchismo ha tradizionalmente previsto un altro sviluppo potenzialmente egemonico che Marx ha ignorato: il potere dello stato.  Ma, diversamente dal capitalismo, allo stato ci sono voluti molti più decenni per guadagnarsi lo stesso status naturalistico dell’economia di mercato, e così la critica anarchica, anche se corretta, ha rappresentato meno un imperativo per la maggior parte dei radicali.  In una svolta ironica sia per gli statalisti sia per gli anarchici, proprio quando la democrazia rappresentativa in stile statunitense ha alla fine ottenuto la sua egemonia come unica forma “legittima” di governo, la globalizzazione ha cominciato la sua opera di riduzione del potere degli stati.  Pensare al di fuori dell’idea statalista ha oggi senso e sta diventando rapidamente una realtà, offrendo all’anarchismo la rilevanza che ha a lungo desiderato.  L’accoglimento relativamente diffuso, all’interno e all’esterno dei circoli della Sinistra antiautoritaria, degli esperimenti anarchici di organizzazioni di democrazia diretta, di confederazioni, di mutuo soccorso evidenzia quanto quelle forme siano adatte al mondo odierno, sempre meno statalista e sempre più interdipendente.   Tutto ciò prefigura sperimentalmente, in effetti, le istituzioni di autogoverno che l’anarchismo immagina all’interno di una versione umana delle attuali trasformazioni sociali.

In questo mondo che si sta globalizzando, “non statale” può significare qualsiasi cosa, dalle istituzioni sovranazionali dominate dalle élite imprenditoriali alle zone commerciali regionali, alle reti di individui fluttuanti desiderosi di impiegare tattiche terroristiche.  Da un lato, quindi, mentre la geopolitica basata sugli stati perde terreno a favore una più diffusa e tuttavia crudele geopolitica non statalista, la critica anarchica potrebbe rapidamente diventare irrilevante. D’altro canto, proprio come il marxismo ha dovuto essere ripensato a metà del ventesimo secolo alla luce mancato conseguimento dell’emancipazione umana ad opera del socialismo – con la conseguente rivelazione, tanto per cominciare, da parte della scuola di Francoforte, di nuove forme di dominio – l’anarchismo deve esser ri-teorizzato in risposta alla svolta verso l’assenza di stati che presagisce sia spaventose riconfigurazioni dei monopoli politici sia possibili aperture a un’alternativa etica.  La pratica dell’anarchismo attuale ha essenzialmente scavalcato la sua filosofia e la sua critica sociale. Entrambe necessitano di rimettersi al passo se una politica antiautoritaria deve diventare qualcosa di più di una nota storica a piè di pagina a proposito di un’occasione mancata.

E tuttavia, in quanto unica tradizione politica che si è costantemente confrontata con le tensioni tra l’individuo e la società, l’anarchismo contemporaneo ha valorosamente cercato di fondere gli obiettivi universalistici della Sinistra e la sua estesa visione della libertà con gli obiettivi particolaristici dei nuovi movimenti sociali in aree quali il genere, la sessualità, l’etnicità e le abilità diverse.  La straordinaria miscela umana che è comparsa nelle strade di Seattle ha potuto trovare “unità nella diversità” precisamente perché gli anarchici hanno tentato di mettere in pratica questa fusione teorica.  Il modello dei gruppi d’affinità/comitati dei delegati, ad esempio, ha consentito a centinaia di interessi disparati di trovare anche un intimo collegamento.  La globalizzazione ha facilitato ciò rendendo il mondo ogni giorno più piccolo, mettendo a contatto sempre più stretto il macro e il micro.  Nel capitalismo l’omogeneità e l’eterogeneità saranno sempre collegati a spese sia della comunità sia dell’individualità.  La sostanziale inclusività in parte conseguita dall’organizzazione anarchica suggerisce un quadro strutturale di riferimento che potrebbe servire dapprima come potere rivoluzionario duale e in seguito come base per un “mondo adatto a molti mondi” che chiedono gli zapatisti. [4]  Di qui la potenza dell’anarchismo per la resistenza anticapitalista.

Potremo non vincere questa volta; tutto, dall’ascesa del fondamentalismo politicizzato alla “guerra al terrore” post 11 settembre, a tragedie apparentemente insolubili come il Medio Oriente all’accresciuta sofferenza causata dalla “crisi” del capitalismo, indica la gravosità e la quasi impossibilità del nostro compito.  Tutti, dagli organismi polizieschi globali alla Sinistra autoritaria, a quelli che affidano le loro speranze a un Barack Obama, cercheranno di contrastare i nostri sforzi.  Ma il progetto dell’attuale movimento anticapitalista, e in generale il forte esempio dell’anarchismo, devono essere un sole anche se non saremo quelli che alla fine ci si crogioleranno.

Nel 1919 gli anarchici tennero il potere a Monaco per una settimana, nel corso della Rivoluzione Tedesca e si precipitarono ad avviare ogni sorta di progetto immaginativo per emancipare la società in generale.  Tuttavia Landauer sapeva che il meglio che avrebbero potuto fare sarebbe stato di costruire un modello per le generazioni future: “Anche se è possibile che le nostre vite siano brevi, ho il desiderio, e voi lo condividete con me, che noi ci lasciamo dietro effetti duraturi … così che possiamo sperare, quando tornerà l’autoritarismo, che circoli evidenti diranno che non abbiamo fatto un cattivo inizio e che non sarebbe stata una cosa cattiva se ci fosse stato permesso di continuare il nostro lavoro.”  Landauer fu calpestato a morte in un’ondata di reazione di destra poco dopo, e quattordici anni più tardi i nazisti salirono al potere.  Tuttavia i grandiosi esperimenti del passato diretti a una società libera e autogovernantesi non si sono estinti, sono riemersi nelle tensioni anarchiche sintetizzate qui e, ciò che è più promettente, l’attuale contestazione del capitalismo combatte seguendo linee antiautoritarie.

Non un cattivo inizio per il ventunesimo secolo.

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[1] Errico Malatesta, ‘Errico Malatesta: His Life and Ideas’ [Errico Malatesta: la vita e le idee]  a cura di  Vernon Richards (Londra, Freedom Press, 1974)

[2] Rudolf Rocker, ‘Anarcho-Syndicalism: Theory and Practice’ [Anarco-sindacalismo: teoria e prassi] (1937; ristampato, Oakland, CA: AK Press, 2004)

[3] Subcomandante Insurgente Marcos, ‘World is Our Weapon: Selected Writings’ [Il mondo è la nostra arma: scritti scelti] a cura di Juana Ponce de Leon (New York, Seven Stories Press, 2002)

[4] Ibid.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/anarchisms-promise-for-anticapitalist-resistance-by-cindy-milstein

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

Il saccheggio dell’Europa ad opera della Goldman Sachs

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di Mike Carey– 18 dicembre 2011

Non voglio suonare allarmistico ma sembra quasi che la Goldman Sachs si sia impadronita dell’Europa. Il continente ha finito per soccombere ai dettati della finanza globale, non c’era altra scelta. I banchieri ci ricattano tutti e lo stanno facendo sin dall’inizio della grande crisi finanziaria del 2008.

La reazione del governo tedesco al proprio disastroso collocamento di buoni di una settimana fa offre un grosso indizio riguardo ai giochi multimiliardari giocati nelle sale dei consigli d’amministrazione da New York a Francoforte.  L’economia più potente e resistente d’Europa non è stata in grado di ricevere un’offerta per il 35% dei suoi buoni decennali in asta. Gli osservatori affermano che si è trattato di un avvertimento dei banchieri, da entrambe le sponde dell’Atlantico: “Fa’ quel che diciamo noi, sennò …”

La Germania, attraverso il suo ministro delle finanze Wolfgang Schaeuble, era stata in prima linea nell’esigere che le banche condividessero le perdite derivanti dai salvataggi sovrani che derivassero dal Meccanismo Europeo di Stabilità, previsto in vigore dall’anno prossimo.  L’asta dei titoli di stato tedeschi fallita è stata la secca risposta delle banche e Schaeuble ha dovuto fare marcia indietro.

Sin dall’inizio della crisi europea le banche hanno brigato. Si ricordi quando l’ex primo ministro greco, George Papandreou, annunciò un plebiscito per ottenere l’assenso popolare al suo piano d’austerità e i mercati sono impazziti e lui è stato scorticato. Sono stati i mercati e le banche, non il popolo greco, ad approvare la sentenza e lui se n’è dovuto andare.

Al di là del Mar Ionio l’ex primo ministro Silvio Berlusconi non aveva fatto abbastanza per soddisfare gli egoisti fantini degli schermi e loro hanno rivolto le loro armi, gli operatori in titoli, le agenzie di rating lecchine e gli speculatori azionari contro l’Italia. Correva voce che Berlusconi si stava dimettendo e la borsa saliva. No, non se ne stava andando, e la borsa scendeva di nuovo con la promessa che sarebbe salita alle stelle quando alla fine, e inevitabilmente, si è piegato alla massiccia pressione finanziaria per le sue dimissioni.  Come la notte segue il giorno, è stato sostituito da un eufemismo, un tecnocrate.  Non ci sono stati da nessuna parte discorsi riguardo ai desideri o diritti degli elettori.

Tutto ciò avrebbe potuto essere mitigato, se non addirittura evitato, se l’amministrazione Obama avesse messo in riga i banchieri tre anni fa incarcerando una dozzina, o giù di lì; ora è troppo tardi! Ma naturalmente ciò non sarebbe mai accaduto visto che la nuova squadra economica del presidente è stata ricavata dalla Goldman Sachs, o aveva forti legami con la banca. Con Summers, Rubin, Geithner e Emanuel a Washington comandava Wall Street.

E’ stato probabilmente per questo che nel 2008 la Goldman Sachs era troppo grande per essere incriminata.  Ha ricevuto più sovvenzioni e fondi di salvataggio di ogni altra banca d’investimento. E come ha ringraziato la Goldman Sachs il popolo statunitense per la sua generosità? Utilizzando miliardi di dollari dei contribuenti per arricchirsi e ricompensare i suoi dirigenti di vertice che, secondo quanto riferito, hanno ricevuto aumenti di paga e bonus incredibili pari a 18 miliardi di dollari nel 2009, 16 miliardi di dollari nel 2010 e 10 miliardi di dollari nel 2011.

Nel frattempo la Goldman Sachs si è sbarazzata di miliardi in titoli spazzatura contribuendo a distruggere l’economia globale. La società ha fuorviato gli investitori riguardo alla vera natura di questa spazzatura e ha celato il fatto che stava scommettendo contro questi stessi titoli. Viene riferito che soltanto in uno di questi contratti la Goldman Sachs ha rastrellato 2 miliardi di dollari.

Torniamo al 2002. La Goldman Sachs acquistò di nascosto 2,3 miliardi di Euro del debito greco, lo convertì in yen e dollari e poi lo rivendette immediatamente alla Grecia, apparentemente in perdita.  La Goldman Sachs aveva concluso un accordo segreto con l’allora governo del libero mercato per celare l’enorme deficit di bilancio.  La perdita confezionata della Goldman era l’immaginario utile della Grecia, semplicemente per soddisfare le richieste dell’Europa che il suo debito non superasse mai il 3% del PIL.  Ora viene riferito che la Goldman realizzò 250 milioni di dollari di commissioni sul contratto e un colpo grosso sull’assicurazione contro il rischio d’insolvenza venduta ai detentori di titoli di stato greci a copertura dell’eventualità che il paese finisse in rovina.

Apparentemente ciò divenne noto al primo ministro George Papandreou e al suo governo socialista quando salirono al potere e gli investitori richiesero tassi d’interesse mostruosi per prestare ulteriore denaro o rinnovare tale debito.

E, dunque, chi è che salverà l’Europa e, per estensione, anche noi?

Il nuovo presidente della Banca Centrale Europea (BCE), Mario Draghi, conosce bene il campo di gioco.  Dopo tutto è stato vicepresidente e direttore operativo della Goldman Sachs International  a Londra e membro del Comitato di Gestione della Goldman Sachs. Presentandosi al comitato finanziario del Parlamento Europeo è stato rapido nel puntualizzare che tra il 2002 e il 2005 il suo ruolo non aveva implicato la vendita di strumenti finanziari ma era stato soprattutto consultivo.

Mario Draghi è stato anche titolare di posizioni a livello di consiglio di amministrazione o più elevate presso la Banca Mondiale, la Banca d’Italia, la Banca per i Regolamenti Internazionali, la Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo e la Banca Asiatica per lo Sviluppo (Asian Development Bank).

Ha sottolineato molte volte che non è compito della BCE agire da prestatore di ultima istanza degli stati, ma Draghi è assolutamente lieto di promettere illimitata liquidità alle banche.  Mentre tutti lo sollecitavano ad acquistare titoli governativi riequilibrare la barca lui sottolineava che gli acquisti di titoli da parte della BCE sarebbero stati limitati e temporanei.  In effetti qualsiasi altra operatività sarebbe stata illecita secondo la legge europea.  Secondo il Wall Street Journal del 28 novembre “la BCE ha a lungo temuto che acquistare titoli governativi per importi sufficientemente elevati per abbassare i costi di finanziamento dei paesi avrebbe potuto rendere più facile ai politici nazionali ritardare i bilanci d’austerità e le correzioni economiche che sono necessarie.”

E allora pigliatevi la medicina, scemi!

Mario Monti, il nuovo primo ministro italiano è stato nominato dai mercati, non eletto dal popolo. E, indovinate, prima di ciò è stato membro del Consiglio dei Consulenti Internazionali della Goldman Sachs e membro della Commissione Europea, uno degli organismi di governo dell’Unione Europea.  Monti è presidente europeo della Commissioni Trilaterale, un’organizzazione statunitense che promuove gli interessi USA e membro fondatore del gruppo Spinelli, creato per promuovere l’integrazione europea.

Anche in Grecia un banchiere non eletto è stato incoronato primo ministro nuovo di zecca.

Dal 1994 al 2002 Lucas Papademos è stato governatore della Banca di Grecia al tempo in cui la Goldman Sachs stata contribuendo a mascherare il deficit del paese.  Se non sapeva cosa stava succedendo, avrebbe dovuto saperlo.  Nel periodo 2002-2010 è stato vicepresidente della Banca Centrale Europea ed è anche membro della Commissione Trilaterale statunitense.

E anche se il primo ministro non è stato dipendente della Goldman Sachs, il presidente dell’Agenzia per l’Amministrazione del Debito Pubblico greco, Petros Christodoulos, è stato intermediario nelle operazioni della banca a  Londra.

Tutti concordano sul fatto che il rimedio migliore per le disgrazie dell’Europa consisterebbe nel fatto che la BCE acquistasse titoli del debito italiano e greco in misura sufficiente a mantenere i tassi d’interesse a un livello ragionevole.  Il presidente della BCE Draghi si rifiuta di muoversi sino a quando, dicono gli osservatori, la crisi non sarà tanto brutta da consentirgli di imporre il tipo di pacchetto che allargherebbe il cuore a ogni vero neoliberale: privatizzazione del patrimonio pubblico, sottomissione dei sindacati, reti di assistenza sociale e sovranità consegnate a tecnocrati non eletti. Giovedì Mario Draghi ha presagito questo attacco alla socialdemocrazia europea sollecitando un “nuovo accordo fiscale” e ora il presidente francese Sarkozy e il cancelliere tedesco Angela Merkel passano doverosamente a rimodellare il trattato che regola il governo economico del continente.

Ho visto questa austerità da stretta della cinghia negli anni ottanta quando il FMI detto al Brasile ciò che doveva tagliare per rimborsare il suo debito nei confronti di un  consorzio di banche statunitensi ed europee e della Banca Mondiale.  Ci vollero anni di sofferenza perché il vulcano dell’America Latina si riprendesse dalla sua castrazione economica.  La settimana scorsa ho sentito un commentatore finanziario descrivere la situazione attuale come il mercato che si sceglie la preda più debole mentre ciascuno dei paesi PIIGS è sotto attacco sostenuto.  La natura predatrice della bestia può considerare introdotti i piani d’austerità e le banche europee salvate, ma noi continuiamo a finire nella Seconda Grande Depressione che dovevamo avere. Dovevamo avere? Non c’è altro modo ora per ripulire il sistema, per gettare gli strozzini fuori dal tempio.

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Mike Carey è un giornalista vincitore del premio Walkley e produttore che è stato produttore esecutivo per otto anni della SBS Dateline.  Ha lavorato per ABC, SBS, e Al Jazeera vivendo nell’Asia Sud-orientale e in Brasile.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

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Fonte: http://www.zcommunications.org/the-goldman-saching-of-europe-by-mike-carey

Originale: Australian Broadcasting Corporation

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

Cuba: Operazione Peter Pan

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di Saul Landau e Nelson P.Valdés – 18 dicembre 2011

“Los ninos nacen para ser felices.” – José Marti

Il 19 novembre 2011 la NPR ha trasmesso il programma “I bambini di Cuba ricordano il loro volo verso gli Stati Uniti”. Il giornalista Greg Allen ha affermato che il viaggio da Cuba agli Stati Uniti di più di 14.000 bambini cubani nel 1960-62 “fu reso possibile grazie a un accordo concluso da un sacerdote della diocesi di Miami [padre Bryan Walsh] … con il Dipartimento di Stato USA. L’accordo gli consentiva di firmare visti per bambini da 16 anni in giù.”  Allen ha poi intervistato numerosi cubani americani di destra per offrire una prospettiva “obiettiva” dei fatti relativi all’Operazione Peter Pan.

Curiosamente Allen ha omesso la CIA dal suo rapporto, anche se ampie prove dimostrano che l’Agenzia, agli inizi degli anni ’60, ha cospirato con la Chiesa per portar via bambini da Cuba.

Una volta entro i confini di allevamento del paese più grande del mondo “i bambini di Pedro Pan hanno fatto una bella riuscita,” ha concluso Allen, senza spiegare cosa significhi “bella”.  Ora gli adulti, ex bambini di Pedro Pan, restano “fermamente contrari a qualsiasi normalizzazione delle relazioni con il regime di Castro, il regime che è stato responsabile di separare le loro famiglie e di costringerli ad andarsene dalla propria patria.”

I collaboratori della NPR avrebbero potuto scoprire una storia molto più complessa e sinistra, se solo avessero approfondito.  La CIA si rifiuta di pubblicare i documenti dell’Operazione Peter Pan, ma testimonianze abbondanti dimostrano che l’Agenzia aveva falsificato documenti e diffuso menzogne, insieme a padre Walsh e alla gerarchia cattolica della regione.  Il loro obiettivo:  separare i bambini dell’élite (un drenaggio di cervelli cubani) e generare instabilità politica.

Un cospiratore dell’Operazione Peter Pan, Antonio Veciana, che ora vive a Miami, ci ha detto come Maurice Bishop (alias il funzionario della CIA David Atlee Phillips) lo aveva reclutato nel 1960 “per scatenare una guerra psicologica, al fine di destabilizzare il governo.”  Veciana ha descritto come l’Agenzia falsificò una legge per far credere ai cubani facoltosi che il governo rivoluzionario aveva in programma di usurpare il controllo dei genitori.  Gli agenti di Bishop a Cuba diffusero la voce, sostenuti da una simulazione falsa della presunta legge, presso membri delle classi professionali e proprietarie.  Il falso “dichiarava che i genitori avrebbero perso il contro dei loro figli a favore dello stato.”

Veciana ha raccontato come “gli agenti della CIA affermarono di aver trafugato il documento dal governo cubano.”  Questo falso documento “creò un panico tremendo”. Il 26 ottobre 1960, la stazione radio controllata dalla CIA dell’isola di Swan, a sud di Cuba, diffuse “notizie” in un’edizione straordinaria. Il governo di Cuba, dichiarò la radio, aveva in programma di togliere i figli ai genitori in modo da indottrinarli. Radio Swan diffuse anche un’altra menzogna: l’opposizione clandestina cubana aveva ottenuto copia della “legge” imminente.

Una ricerca minimale avrebbe rivelato che Leopoldina e Ramòn Grau Alsina, nipoti dell’ex presidente cubano Ramòn Grau San Martin, avevano confessato a funzionari della polizia cubana, dopo essere stati arrestati nel 1965, di aver stampato la falsa legge all’Avana, di averla fatta circolare clandestinamente e di aver mentito ai genitori.

L’articolo 3 del documento apocrifo affermava: “All’entrata in vigore della presente legge,  la custodia delle persone di età inferiore ai vent’anni sarà esercitata dallo stato attraverso persone o organizzazioni alle quali sarà delegato il relativo potere.”  Sacerdoti e agenti della CIA reclutarono bambini e persuasero i genitori a “fidarsi di noi. Il governo USA di prenderà cura di loro.”

Il clero fece circolare il documento falso presso il loro gregge cubano della classe media superiore.  I dirigenti delle scuole cattoliche temevano che  il programma di istruzione pubblica in rapida espansione di Castro avrebbe compromesso il loro virtuale monopolio educativo sui segmenti facoltosi.

Nel marzo del 1960 il presidente Eisenhower ordinò alla CIA di rovesciare il governo cubano. Cospiratori dell’Agenzia organizzarono l’Operazione Peter Pan perché si accompagnasse alla propaganda politica e alle politiche di strangolamento economico.  Questi percorsi paralleli avrebbero indebolito il governo di Castro mentre gli istruttori statunitensi preparavano una forza d’invasione di cubani in esilio che, a sua volta, si sarebbe coordinata con terroristi e guerriglieri urbani appoggiati dalla CIA.

L’Operazione Peter Pan (ricordate il film della Disney?) utilizzò i bambini e i genitori cubani per perseguire  il proprio obiettivo: rovesciare il governo rivoluzionario. L’affermazione della NPR dell’ “assenza di prove” del coinvolgimento della CIA sarebbe stata sconfessata se avessero sentito Veciana o avessero chiesto perché la CIA continua a rifiutarsi di rendere pubblici i suoi più di 1.500 documenti relativi a tale Operazione, mentre ha desegretato gli archivi relativi alla Baia dei Porci e alla Crisi dei Missili del 1962.

Il padre dello scrittore  Alvaro Fernandez, Angel Fernandez Varela, reclutato dalla CIA all’Avana,  insegnava presso il collegio Belen, gestito dai gesuiti. Prima di morire a Miami, ha scritto Alvaro, Angel disse alla sua famiglia “di essere uno dei responsabili della stesura della falsa legge che aveva dato origine all’isteria.”

Il rapporto della NPR non chiede: chi ottenne i visti e i biglietti aerei dei bambini, i contatti all’estero e perché le compagnie aeree KLM e Pan American emisero biglietti gratuiti per i bambini dell’Operazione Peter Pan?

Né Allen, della NPR, ha controllato il seguito.  Il governo USA non mantenne i contatti tra i genitori e i bambini, né assicurò visti alla maggior parte dei genitori, che rimasero a Cuba.  L’Alto Commissario dell’ONU cercò di riunire genitori e figli ma Washington non lo sostenne.

Veciana contribuì ad agevolare questo sporco gioco, ma in seguito rifletté: “A posteriori mi chiesi: fu quella la cosa giusta da fare? Perché in effetti creammo il panico riguardo al governo, ma anche separammo tanti bambini dai loro genitori.”

Di fatto Cuba ha ottenuto elogi per il suo trattamento dei bambini.  “A Cuba non ci sono bambini lasciati nelle strade, non ci sono bambini che non frequentano la scuola, non ci sono bambini privi di accesso a servizi sanitari e all’istruzione, e non ci sono bambini non protetti senza possibilità di sviluppo” ha affermato Jose Juan Ortiz, rappresentante dell’UNICEF a Cuba. (http://english.people.com.cn/90001/90777/90856/7398806.html)

Paradossalmente la CIA attribuì al governo cubano gli stessi propri obiettivi: separare i bambini dai genitori.  Forse se i collaboratori della NPR avesse considerato la cosa da un punto di vista ironico, avrebbero realizzato un rapporto più accurato riguardo all’Operazione Peter Pan.

 

‘Will The Real Terrorist Please Stand Up’ [Il terrorista vero vuole alzarsi in piedi, per favore?]di Saul Landau è disponibile su DVD presso cinemalibrestore@gmail.com. Counterpunch ha pubblicato il suo ‘Bush and Botox World’.

Nelson Valdes arrivò in Florida nell’ambito dell’Operazione Peter Pan ed è professore emerito all’Università del New Mexico.

 

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

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Fonte: http://www.zcommunications.org/where-s-captain-hook-in-npr-s-peter-pan-by-saul-landau

Originale: Daily Censored

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

La crisi dell’Europa e il “successo” della Latvia

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di Mark Weisbrot  – 18 dicembre 2011

Nei mesi recenti alcuni sostenitori delle politiche d’austerità europee hanno reclamizzato la Latvia come una “storia di successo” che dimostra come “la svalutazione interna” può funzionare.  Questo era stato il tema di un libro pubblicato in precedenza quest’anno dall’Istituto Peterson per l’Economia Internazionale, uno dei gruppi di esperti più influenti di Washington.  Il libro aveva come coautori Anders Aslund, dell’Istituto, e il primo ministro della Latvia, Valdis Dombrovkis.

Questo caso di studio è molto rilevante per l’Europa perché ci sono importanti somiglianze tra la strategia economica della Latvia a partire dal 2008 e quella promossa dalle autorità europee, la Commissione Europea, la Banca Centrale Europea e il Fondo Monetario Internazionale (FMI), altrimenti note come “la Troika”.

A prima vista può sembrare ridicolo definire un “successo” una strategia economica se un paese perde il 24% della sua produttività – il dato mondiale peggiore relativamente al crollo del 2008-2009 – e la disoccupazione ufficiale balza dal 5,3% (2007) a più del 20% (inizio 2010).  Anche se la disoccupazione è ora tornata al 14,4% e l’economia sta crescendo (una stima del 4% per il 2011), si tratta di un prezzo esorbitante da pagare per una ripresa finale non molto rapida.  E’ un po’ come vantarsi del successo della flessione della Grande Depressione del 1929-1933 negli Stati Uniti.

Ma i sostenitori asseriscono che quello della Latvia è stato un successo perché ha mantenuto fisso il rapporto di cambio, legato all’euro. La tesi è che se il paese avesse cercato di perseguire politiche macroeconomiche espansionistiche – ad esempio spesa governativa anticiclica, tassi di interesse più bassi, e, quindi, anche una svalutazione – le conseguenze sarebbero state molto peggiori del peggior declino al mondo.  L’idea fondamentale è che la svalutazione avrebbe avuto effetti devastanti sul “bilancio”: molte famiglie e aziende che si erano indebitate in euro ma il cui reddito era in valuta locale  sarebbero finite in bancarotta, con effetti catastrofici sul sistema bancario, ecc.

Naturalmente è vero che ci sarebbero state gravi conseguenze negative dalla svalutazione nella situazione della Latvia, e perciò questo argomento non può essere “dimostrato” falso.  Tuttavia possiamo considerare l’esperienza di altri paesi che hanno avuto svalutazioni determinate da crisi e hanno sofferto tali perdite.  Per 13 paesi nel corso degli ultimi 20 anni, la perdita media di PIL successiva a una svalutazione è stata del 4,5% del PIL. Tre anni dopo, il paese medio era del 6,5% al di sopra del suo picco ante-svalutazione.

La Latvia, in confronto, non ha svalutato e – tre anni dopo – è tuttora del 21% sotto il proprio livello del PIL ante-crisi.

Dunque la tesi che “le cose sarebbero potute andare molto peggio” non sembra plausibile. Alcuni degli altri paesi hanno sofferto gravi crolli finanziari dopo la svalutazione, come l’Argentina che è stata quasi praticamente esclusa dal credito internazionale dopo la sua svalutazione e l’insolvenza del dicembre 2001-gennaio 2002.  Tuttavia l’Argentina è andata  molto bene dopo la sua svalutazione e insolvenza, con una contrazione iniziale dell’economia del 4,9% e una  crescita  superiore al 90% nei successivi nove anni. Ma tutti questi 13 paesi con svalutazioni determinate da crisi hanno fatto ampiamente meglio della Latvia.

I costi sociali in Latvia sono stati molto più elevati di quanto indichino le cifre ufficiali della disoccupazione. La disoccupazione/sotto-occupazione (comprendenti coloro che sono costretti a lavorare a tempo parziale o che sono stati espulsi dalla forza lavoro) ha toccato l’anno scorso un picco di oltre il 30%. E una percentuale della forza lavoro  stimata nel 10% ha lasciato il paese, un’emigrazione enorme sotto ogni raffronto e una perdita significativa per la Latvia.

Tutta questa disoccupazione e miseria non è un effetto collaterale della strategia della “svalutazione interna”, ma una parte fondamentale di essa.  L’idea di una “svalutazione interna” è che, con il cambio fisso, si devono spingere al ribasso i prezzi e specialmente i salari al fine di rendere il paese più competitivo internazionalmente.  Ciò viene fatto mediante una grave recessione e un’altissima disoccupazione. Il che fa parte dell’attuale strategia della Troika per rendere più competitive la Grecia, l’Italia, la Spagna, il Portogallo e l’Irlanda.

Ironicamente, la “svalutazione interna” in Latvia non ha funzionato neppure secondo i propri termini. La debole ripresa dello scorso anno e mezzo deve poco o nulla alle esportazioni nette, che sarebbero state il motore della ripresa se la svalutazione interna avesse funzionato davvero e avesse reso più competitive le imprese del paese in concorrenza nelle esportazioni e importazioni. Sembra piuttosto che l’economia si sia ripresa perché il governo ha interrotto la sua stretta sul bilancio  dopo una contrazione economica enorme e perché c’è stata una vampata di inflazione che ha aiutato il paese a uscire dal suo caos deflazionistico.

Neppure nell’Eurozona funziona la “svalutazione interna”, in quanto l’area della moneta comune appare oggi in recessione, secondo le più recenti stime dell’OCSE.  L’altra parte della strategia della Troika, un soccorso da parte delle “fate della fiducia” nei mercati obbligazionari, sta facendo ancor peggio.  I mercati obbligazionari sembrano rendersi conto che l’austerità attuale e persino gli accordi per un’austerità fiscale meglio coordinata in futuro – cosa che le autorità europee hanno annunciato con gran fanfara la settimana scorsa – non faranno che aumentare il carico del debito dell’Eurozona.

Presto o tardi le autorità europee dovranno smettere di costruire quel ponte verso il diciannovesimo secolo e utilizzare la politica economica moderna per spingere fuori dalla recessione l’economia europea.  L’Europa non può permettersi di passare quel che ha passato la Latvia, né può permetterselo il mondo: una recessione più grave in Europa potrebbe creare una crisi finanziaria del tipo di quella che cui abbiamo assistito nel 2008.  Questo è il fuoco il quale stanno giocando oggi le autorità europee.

Mark Weisbrot è codirettore del Centro per la Ricerca Economica e Politica a Washington, D.C.  E’ anche presidente di Just Foreign Policy [Politica Estera Giusta].

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

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Fonte: http://www.zcommunications.org/europe-s-crisis-and-latvia-s-success-by-mark-weisbrot

Originale: The Guardian

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

La guerra in Iraq è davvero finita?

La guerra in Iraq è davvero finita?

 

Di Danny Schechter

16 dicembre 2011

 

La guerra in Iraq lanciata con tanta furia e fervore  come una  campagna, no, meglio dire come una crociata per salvare il mondo dalla armi di distruzione di massa inventate, ci dicono che si stia  calmando.  I soldati statunitensi  vengono messi alla porta  con la rivendicazione che l’unico vincitore è lo stesso Iraq.

In una fotografia ufficiale pubblicata sul New York Times, il presidente Obama, con la mano sul cuore, posa con il Primo  Ministro dell’Iraq Nouri al-Maliki alla cerimonia nazionale di Arlington e si vanta di un “risultato di straordinario”.

Dice: “Quello che c’è oggi è un Iraq che è in grado di auto governarsi, con la partecipazione concreta di tutti, e che  ha enormi potenzialità”.

Sono state deposte corone in un cimitero quando le restanti truppe statunitensi che  hanno attraversato  il deserto con tanto ardore nel 2003 adesso sono pronte a uscirne.

Nell’articolo non si parlava  dei negoziati inutili e della pressione di un governo statunitense disposto a restare in quel paese in tutti i modi possibili. Quando il sentimento patrio in Iraq ha reso impossibile questo desiderio, gli Stati Uniti hanno cominciato l’opera di trasformare il loro socio di minoranza in un nuovo cliente a cui vendere altri armamenti militare che comprendeno almeno altri 18 caccia F-16. Poiché in Iraq si è ricominciato a estrarre il petrolio, l’Iraq dovrà rimborsare questi costosi approvvigionamenti  e Washington diventerà il beneficiario di un flusso  di reddito in uscita che ora diventa “in entrata”.

Anche Maliki ha fatto il suo gioco, cercando di dimostrare che non è un cliente dell’America, rifiutando di aderire alle richieste di spodestare Bashar al-Assad in Siria e rifiutando un embargo del commercio favorito dall’Occidente. Questa affermazione di indipendenza non è apprezzata da coloro che sentono che “egli ci deve” e che dovrebbe chiederci “a che altezza” quando noi diciamo “saltare”, sebbene il presidente Obama dica che “rispetta” la decisione di Maliki.

Contemporaneamente, Maliki ha attinto al programma politico di  Saddam    schierando la sua personale polizia segreta e i militari per radunare centinaia di ex sostenitori Baathisti del regime di Saddam (ricordatevi che gli Iracheni in quel periodo non avevano altra scelta). Un gruppo di esperti statunitensi che documenta queste misure restrittive, dice che Maliki si preoccupa soprattutto della sua sopravvivenza. “Maliki è un Malichista”, dice uno di loro esperto. Queste citazioni si trovavano pochi anni fa quando si diceva che Saddam era un “Saddamista”.

Il potere fa queste cose. Anche Hussein, che ha iniziato a governare da dittatore con il sostegno degli Stati Uniti, era noto per  fare a meno dei suoi oppositori.

Maliki, tuttavia, fa lo stesso in nome di una “democrazia fragile”. Come Saddam, anche Maliki usa suo figlio Ahmad, per sfrattare le imprese statunitensi dalla Zona Verde di  Baghdad e per fargli  eseguire i suoi duri ordini. I gruppi che operano in difesa dei diritti umani lo criticano perché gestisce prigioni segrete dove mette i giornalisti e coloro che lo criticano, e ha licenziato 100 professori di un’università di Tikrit, la città natale di Saddam.

Sembra che gli Stati Uniti abbiano espresso “preoccupazione” per questo tipo di comportamento. Queste preoccupazioni, però, non sembra ostacolino gli accordi commerciali e il sostegno politico. Governare per decreto va bene  quando lo fanno i nostri amici.

 

La fatica dell’Iraq

 

Qui negli Stati Uniti è sopraggiunta la “fatica” dell’Iraq. Ormai circolano poche notizie di una guerra che molti Americani sono d’accordo a dichiarare sia stata un errore e che una volta appariva su ogni canale di informazione ventiquattro ore al giorno.

Questa guerra selvaggia è stata per lungo tempo considerata una cosa  imbarazzante,  tranne che dai contractor che hanno accumulato delle fortune e dai soldati che vengono ancora ringraziati per il loro “servizio” mentre stanno tornando casa dove affronteranno la realtà della disoccupazione sicura. A causa delle frequenti missioni di guerra, molti soldati si devono curare gravi ferite, devono  far fronte a  problemi di salute mentale e devono occuparsi delle loro famiglie rovinate. Sono anche vittime del conflitto, ma non in misura maggiore rispetto a milioni di Iracheni che sembrano essere stati dimenticati e ignorati.

Forse ci vorrà un po’ prima che gli ufficiali ammettano che gli Stati Uniti hanno perso una guerra che non si sarebbe mai dovuta cominciare, ma arriverà il momento anche di questo.

Noi abbiamo effettivamente liberato i giacimenti petroliferi perché altre nazioni li rivendichino mentre i politici addestrati in Iran hanno conquistato molte posizioni di potere. Teheran forse è  felice che gli Stati Uniti abbiano deposto Saddam Hussein dopo che lo hanno appoggiato nella guerra contro l’Iran che  gli è costata  almeno mezzo milione di vittime.

Il gigantesco movimento di protesta    dalla guerra, mentre è ora incentrato sull’Afghanistan, è ancora attivo. La coalizione “Fermiamo la Guerra” sta

appoggiando una  protesta a Londra presso l’ambasciata degli Stati Uniti che in aiuto dei “Democratici iracheni contro l’occupazione”. Hanno chiesto di far un picchetto davanti all’ambasciata americana a Grosvenor Square per  festeggiare il ritiro delle forze di occupazione fissato per la fine di questo mese. I dimostranti chiederanno l’espulsione di tutti i mercenari americani, dei consiglieri e degli istruttori militari e di ridurre le dimensioni dell’ambasciata americana di Baghdad.

L’opposizione irachena considera il ruolo degli Stati Uniti e i politici che hanno messo al potere per mezzo di elezioni come occupanti di integrità discutibile. Questo fa capire che non abbiamo finito di sentire la fine di un movimento di resistenza in Iraq il che significa che la violenza e l’instabilità sono ancora una minaccia. Potrebbe, tuttavia essere difficile per gli Stati Uniti e per le fonti americane di informazione dare tutta la colpa alle critiche contro i terroristi di al-Qaida in futuro.

Dato che Maliki sta ora terrorizzando i suoi nemici, spesso in nome di      discutibili “complotti” per destituirlo, l’Iraq rimarrà instabile. Tenete bene a mente che dopo tutti questi anni gli Iracheni hanno ancora di un sistema elettrico discontinuo e anche di gravi carenze di cibo e di medicinali.

La nazione ha molta strada da percorrere per riprendersi da una guerra che non è ancora finita. Gli Stati Uniti, nel frattempo, se ne stanno andando, almeno pubblicamente. I neo-conservatori che hanno appoggiato la guerra ora considerano l’Iraq come un “surrogato” che rimarrà dipendente , o, almeno, è quello che sperano. Per parafrasare uno slogan: La guerra che è iniziata con l’esplosione di  “colpisci e sgomenta”  è finita con il gemito del ritiro e con pochi problemi risolti. Molti Americani dicono “bene”, mentre la maggior parte degli Iracheni dicono: finalmente!

 

Danny Schechter, soprannominato “Sezionatore di notizie” ha girato il documentario Plunder , ( saccheggio) sui crimini perpetrati da  Wall Street.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

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http://www.zcommunications.org/is-the-iraq-war-actually-over-by-danny-schechter

 

Traduzione di Maria Chiara Starace

© 2011 ZNETItaly- Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

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